• TENDENZA CHE PREOCCUPA

Funerali senza Messa, c’è un problema di fede

Sta diventando comune (da ultimo a Melzo), anche per una mancanza di fermezza della Cei, la prassi di celebrare le esequie senza Messa. Si è perso il senso cristiano della morte, che è conseguenza del peccato e dopo la quale c’è il Giudizio particolare con i suoi tre possibili esiti (Inferno, Purgatorio o Paradiso). Per suffragare le anime purganti, la Chiesa ha sempre raccomandato la Santa Messa, che quindi non è facoltativa, bensì insostituibile.

“Spiacenti, niente Messa al funerale”. “Mah, signor parroco, avrei piacere che...”. “Niente da fare. Alle ragioni pastorali non si comanda”. Dev’essere andato più o meno così il colloquio tra don Mauro Magugliani, parroco della comunità pastorale di Melzo, e un parrocchiano, reo di aver chiesto la Messa funebre per un parente da poco defunto. Una situazione che ormai sta diventando comune, quasi una tendenza: niente Messe ai funerali.

Don Magugliani, contattato telefonicamente dalla Nuova Bussola, si nasconde dietro il protocollo della Cei che dà facoltà ai parroci di «celebrare le esequie anche con la Santa Messa». È una possibilità, non un obbligo. Pertanto il parroco ha scelto di avvalersi di questa possibilità, motivando di non aver ripristinato la Messa funebre perché nelle chiese della sua comunità pastorale non possono entrare più di cento persone... Capito? Cento persone! Un bel problema; metti che proprio a questo funerale arrivi la carica dei 101, perché magari il defunto era benefattore di un canile... che fai? Lasci fuori l’ultimo dalmata? Poi si mette ad abbaiare all’esterno della chiesa durante il funerale e rovina tutto. Troppo rischioso.

Fatto di cronaca a parte, bisogna chiedersi: ma la Messa esequiale è davvero qualcosa di così facoltativo? Possono esistere circostanze, certamente, nelle quali la Messa esequiale non può essere celebrata; per esempio, nel caso in cui non sia possibile reperire un sacerdote. Oppure situazioni liturgiche nelle quali non dev’essere celebrata, come durante il Triduo pasquale; in questo caso, si celebra il Rito funebre, mentre la Messa viene rinviata al primo giorno possibile. Altre volte, come nelle domeniche di Avvento, Quaresima e Pasqua o nelle solennità di precetto, la Messa esequiale dev’essere sostituita con quella del giorno. Ma, a parte queste eccezioni, proprio la Conferenza episcopale italiana «raccomanda di introdurre o di conservare come normale consuetudine lo svolgimento dei funerali nella chiesa parrocchiale con la celebrazione della Messa».

Una Cei che raccomanda e poi lascia che i parroci facciano come vogliono, in base alla Luna, è già un problema. Perché in gioco c’è il valore della Messa esequiale; e per capirlo, bisogna cogliere il senso cristiano della morte. Ormai siamo abituati a funerali nei quali l’enfasi viene posta sulle virtù (presunte o reali) del defunto, nella speranza di compiacere amici e parenti. Altrettanto diffusa è la tendenza ad affermare che il defunto goda già della gioia dei beati in Paradiso, un po’ per imbarazzo a parlare della realtà del Purgatorio e un po’ per offrire una consolazione last minute ai presenti; non è così raro imbattersi in funerali dove si sceglie di adottare un clima “festivo”: paramenti bianchi, canti allegri e proibizione di versare qualche lacrima.

Entrambe queste tendenze mostrano che ci siamo allontanati spaventosamente dal senso cristiano della morte. La quale, certamente, non è la fine di tutto, né è un salto verso l’ignoto o l’indefinito: vita mutatur, non tollitur, canta il Prefazio della Messa esequiale; tuttavia si sono perse per strada due coordinate fondamentali.

La prima: subito dopo la nostra morte non c’è il Paradiso, ma il Giudizio particolare, dopo il quale si aprono davanti a noi, per così dire, tre vie: «Ogni uomo fin dal momento della sua morte riceve nella sua anima immortale la retribuzione eterna, in un giudizio particolare che mette la sua vita in rapporto a Cristo, per cui o passerà attraverso una purificazione, o entrerà immediatamente nella beatitudine del Cielo, oppure si dannerà immediatamente per sempre» (CCC, § 1022). Se si eccettua la morte di un bimbo piccolo battezzato, o quella di un martire, negli altri casi sarebbe presunzione pensare di non aver bisogno di purificazione. E proprio per suffragare le anime dei defunti in Purgatorio, la Chiesa, nella sua saggezza, ha sempre raccomandato di celebrare le Sante Messe per loro. La Messa esequiale, in die depositionis, è la più significativa, perché unisce la morte e sepoltura del defunto, alla morte e sepoltura di Cristo, presente sacramentalmente sull’altare.

La Chiesa ha inoltre raccomandato di celebrare delle Sante Messe per l’anima del defunto in alcuni giorni particolari. Il terzo giorno dalla morte è quello in cui Cristo ha vinto la morte ed è proprio la partecipazione a questa vittoria che si domanda per il defunto; il settimo richiama il riposo - lo shabbat - di Dio, come fine della Creazione: così si offre il Santo Sacrificio affinché l’anima del defunto entri nel riposo eterno, che è Dio. Poi ancora le Messe di trigesimo, gli anniversari annuali, le Messe gregoriane. Tutto fa capire che il percorso di purificazione dopo la morte è qualcosa di reale, di doloroso, che necessita della preghiera dei viventi, e in particolare della potenza del sacrificio di Cristo.

Secondariamente, non si ricorda più che la morte è conseguenza del peccato e che, sebbene il pungiglione della morte sia stato reso inoffensivo da Cristo (cfr. 1Cor 15, 55-56), essa non è ancora stata vinta: «L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte» (1Cor 15, 26). La morte infatti ha separato l’anima dal corpo e questa separazione perdurerà anche nella condizione di beatitudine in Cielo, fino a quando «sarà la fine, quando [Cristo] consegnerà il regno a Dio Padre, dopo avere ridotto al nulla ogni Principato e ogni Potenza e Forza» (1 Cor 15, 24). Allorché giungerà questa fine, il ritorno di Cristo nella gloria, allora i corpi risorgeranno e si uniranno alla gloria dell’anima. Ma fino ad allora, la morte lascerà in qualche modo il suo segno in quella separazione dell’anima dal corpo, che difatti viene sepolto in attesa della risurrezione. Per questa ragione il funerale deve avere i segni del lutto e della tristezza; non di quella tristezza disperata di chi non ha fede, ma della tristezza di chi piange le conseguenze del peccato sulla nostra povera umanità.

La Messa esequiale assume allora una potenza di significazione insostituibile: le spoglie mortali presenti nel feretro sono il segno inequivocabile di questa dolorosa e innaturale separazione; ma nella Messa questa separazione viene unita a quella che avviene sacramentalmente, mediante la distinta consacrazione del pane e del vino, segno appunto della morte di Cristo, della separazione della sua Anima dal suo Corpo; e così il segno liturgico del frammento dell’Ostia santa lasciato cadere nel Sangue di Cristo, è il segno dell’attesa speranza della riunificazione del corpo del defunto con la sua anima. La Messa esequiale professa così la nostra fede nella risurrezione della carne e nella rigenerazione della Creazione. Se la si ritiene facoltativa, evidentemente c’è un problema di fede. Duplice.