Fucilazione in diretta, gli USA tra terrore e intrattenimento
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L'annunciata fucilazione in diretta di Nidal Hasan da parte del Pentagono evoca il linguaggio simbolico della guerra e del terrore per una dimostrazione di forza. Tra gaming, simulazioni di violenza e streaming, la spettacolarizzazione della morte accanto alla finzione non ci farà più percepire che dietro quel video ci sarà un essere umano che muore, pregiudicando la nostra percezione della realtà.
Brutta storia, quella della fucilazione dello psichiatra Nidal Hasan, autore della strage di Fort Hood, che sarà trasmessa in streaming. Nel 2009 entrò in un centro medico militare e aprì il fuoco sui soldati in attesa di essere visitati; uccise tredici persone e ne ferì altri trentadue.
Sarà ancor più brutto l’epilogo: il segretario alla Difesa USA, Pete Hegseth, ieri ha annunciato che Hasan sarà ucciso tramite fucilazione e che l’esecuzione sarà trasmessa in streaming: «Ci assicureremo che gli americani possano assistervi. Perché la gente deve capire che azioni di questo tipo comportano conseguenze molto gravi».
I punti critici sono diversi, a partire dal valore «educativo» della pena di morte (ovviamente, il valore «redentivo» del reo non è più nemmeno un tema). La gente sa perfettamente che azioni di questo tipo comportano conseguenze molto gravi; quindi perché questa decisione? Forse ha qualcosa a che fare con il fatto che il dottor Hasan è di origine palestinese e musulmano? Fosse stato di un’altra etnia, sesso o religione avrebbe avuto lo stesso straordinario trattamento? C’è forse qualche altro messaggio che gli Stati Uniti vogliono mandare al mondo? Le parole «azioni di questo tipo» si riferiscono all’omicidio di esseri umani, di soldati USA, oppure di cittadini occidentali che non accettano la politica estera degli Stati Uniti? Perché, stando alle cronache, «Hasan aveva manifestato nel tempo una crescente radicalizzazione islamica e una forte contrarietà alle guerre in Iraq e in Afghanistan».
Un secondo nodo è il metodo scelto per l’uccisione: la fucilazione. Da diversi anni – anche per far digerire all’opinione pubblica la pena di morte – gli Stati Uniti hanno messo a punto metodi che, almeno teoricamente, non provochino atroci sofferenze e non possano qualificarsi come crudeli. I farmaci letali usati per giustiziare i condannati a morte tramite iniezione letale, infatti, sono preceduti da sedativi o anestetici. Oltre a questo, la fucilazione è un metodo generalmente utilizzato in tempo di guerra, tanto che l’ultima volta che l’esercito USA utilizzò questo metodo fu nel 1945 per un caso di diserzione davanti al nemico (il soldato Eddie Slovik). Ma Hasan non ha disertato e ha commesso la sua strage in Texas, non in Iraq o in Afghanistan. Nei tribunali civili la fucilazione è stata usata più di recente, in South Carolina nel marzo 2025 e in Utah nel 2010; in quei casi però i condannati l’avevano scelta liberamente.
La scelta della fucilazione, dunque, non è soltanto una questione tecnica. È anche una scelta simbolica: evoca il linguaggio della guerra, del nemico e della punizione esemplare. E quando a questa scelta si aggiunge la trasmissione in streaming, il rischio è che l'esecuzione assuma i contorni di una dimostrazione pubblica di forza.
Ecco, dunque, l’aspetto forse più controverso: l’esecuzione sarà pubblica e trasmessa in streaming. L’ultima esecuzione pubblica, negli USA, risale al 1936 quando venne impiccato un uomo nero (Rainey Bethea) condannato per lo stupro di una anziana donna bianca.
Ora: a parte il fatto che le esecuzioni in pubblico vengono attualmente praticate in Afghanistan, Corea del Nord e Iran (tutti stati nei quali vorremmo esportare la democrazia occidentale) e trascurando che l’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani ha equiparato questa pratica alla tortura.
A parte tutto questo, dicevamo: c’è davvero bisogno di mostrare una fucilazione in mondovisione? Non sarebbe, oltre a una negazione della dignità del condannato, l’ennesimo episodio di pornografia della violenza, dalla quale siamo costantemente sommersi? Anzi: con tutta la violenza vera e finta che ci viene propinata dai vari media, riusciamo ancora a capire la differenza tra una finzione e l’atto di togliere cruentemente la vita a un essere umano?
L’esperienza suggerisce di no, considerato che le stazioni di controllo a terra dei droni militari, in particolare quelli di grandi dimensioni, utilizzano effettivamente monitor multipli, tastiere, poltrone ergonomiche e controller (joystick e manette) che ricordano molto una postazione da gaming di alto livello o un simulatore di volo. Lo scopo è certamente ergonomico, ma diversi studiosi, anche autorevoli, hanno spesso sollevato il tema della gamification: l'uso di joystick, schermi e logiche mutuate dai simulatori riduce la percezione della responsabilità morale individuale, creando un pericoloso ponte concettuale tra il mondo ludico e quello letale.
Il problema, dunque, non è soltanto che la violenza venga rappresentata, ma che la rappresentazione possa finire per sostituire l'esperienza della realtà. Sullo schermo, la morte rischia di diventare un'immagine fra le altre: qualcosa da guardare, commentare e condividere, senza percepire fino in fondo che dietro quelle immagini c'è un essere umano che muore.
E poi c'è l'onnipresente tema della spettacolarizzazione: tutto dev'essere ridotto a spettacolo, a intrattenimento. Persino la morte di un essere umano. Non basta più che la pena venga eseguita: bisogna che qualcuno la guardi. E che la guardi in diretta.
Insomma: c’è di che riflettere.

