• RECENSIONE

Francesco, un Papa dalla fine del mondo

Non capita a tutti di correre in Piazza San Pietro dopo la fumata bianca e di vedere affacciato dalla Loggia un caro amico, vestito di bianco. Soprattutto è difficile immaginare che suoni il telefono e che dall'altra parte della cornetta ci sia proprio lui, il nuovo Pontefice. 

Papa Francesco

Non capita a tutti di correre in Piazza San Pietro dopo la fumata bianca e di vedere affacciato dalla Loggia un caro amico, vestito di bianco. Soprattutto ciò che è difficile immaginare, una volta tornati a casa, è che suoni il telefono e dall'altra parte della cornetta ci sia proprio lui, il nuovo Pontefice. Gianni Valente, giornalista dell'Agenzia Fides, quando Papa Francesco ha chiamato non ha potuto rispondere, perché i colleghi lo avevano già braccato per una diretta video, appena fuori dal colonnato del Bernini. Erano subito tornate alla mente la sua amicizia e le sue interviste al Cardinal Bergoglio, per la rivista 30 Giorni.

Quegli scritti, a tempo record, sono già diventati un libro. La Emi (Editrice Missionaria Italiana), infatti, ha pubblicato Francesco, un Papa dalla fine del mondo, da pochi giorni in libreria.
Il rapporto tra il giornalista e il cardinale nasce nel 2002, quando la crisi economica affolla le villas miserias (favelas argentine non lontane dalla Buenos Aires opulenta, spesso costruite sulle discariche) e le persone restano senza le loro case «rubate dai tassi d'interesse delle banche».
In questo angolo della Terra, abbandonato da tutti, A Villa 21, dove i bambini sono devastati dal paco (la droga dei poveri, ottenuta dagli scarti della cocaina) e gli ubriaconi massacrano di botte le loro mogli ci sono i curas villeros (preti terzomondisti) e un cardinale che veglia su di loro, al fianco dei guaranì.

Gente come padre Pepe, "el angel de la bicicleta", minacciato dai narcos e poi morto travolto da un bus, oggi raffigurato sui murales sparsi per tutta la città mentre sbarra la strada ai bulldozer di regime che vogliono demolire le baracche dei villeros. «Gesù non fece proselitismo - spiegava a Valente l'attuale Papa -. Lui accompagnò. E le conversioni che provocava avvenivano per questa sua sollecitudine ad accompagnare che ci rende fratelli, figli, e non soci di una Ong o proseliti di una multinazionale». Parole dette mentre l'arcivescovo prende la metro, sale sugli autobus e va nelle periferie del mondo, pronto a celebrare battesime e cresime, e mangiare con i poveri il locro, la minestra di carne e mais cucinata dentro grandi pentoloni all'aperto, non lontano dai miasmi del Riachuelo, «il fiume più inquinato del mondo».

Pagine che spiegano meglio di ogni altra cosa la certezza di Valente: «Nelle parole di Papa Francesco, che in questi giorni stanno stupendo il mondo («Come vorrei la Chiesa povera!» ha addirittura dichiarato davanti ai giornalisti), non c'è nessuna posa, nessuna finzione. Lui è così. Chi lo conosce non è per niente sorpreso».