• LA COMMEMORAZIONE

Fra Matteo d’Agnone, tra alta teologia e lotta contro il demonio

Il messaggio di amore per la Vergine Maria del Servo di Dio Matteo D'Agnone sembra esser stato scritto ieri; la sua personalissima lotta contro le forze del male, visto il profondo capovolgimento di valori e ideali che il mondo contemporaneo sta vivendo, riesce a rendere la figura di questo frate quanto mai attuale.

Chi si batte contro il maligno non può che avere un amore, una devozione profonda e del tutto particolare per la Vergine Maria: è un’equazione matematica. E così è stato per il Servo di Dio Matteo d’Agnone, frate minore cappuccino vissuto tra la metà del 1500 e gli inizi del 1600. Sono trascorsi quattrocentosei anni dalla sua morte, avvenuta a Serracapriola (FG), il 31 Ottobre 1616, ma il suo messaggio di amore per la Vergine Maria sembra esser stato scritto l’altro ieri; la sua personalissima lotta contro le forze del male, visto il profondo capovolgimento di valori e ideali che il mondo contemporaneo sta vivendo, riesce a rendere la figura di questo frate quanto mai attuale.

C’è una preghiera, in particolare, che fra Matteo d’Agnone ha scritto; questa piccola orazione,  viva testimonianza del suo amore indicibile per la Mamma Celeste, può essere considerata una valida introduzione alla sua vita; o meglio, una sintesi estrema della sua missione-vocazione. Per entrare nelle mille sfaccettature del frate cappuccino, è - infatti - impossibile non far riferimento alla sua vasta cultura mariologica, alla sua sensibilità mariana: «O dolce Madre, o Regina, o Signora nostra, se tu ci vedi nei peccati, rialzaci, se in grazia, mantienici. Se nella via di Dio ci fermiamo, spronaci, se camminiamo, confortaci. Tu sei nostra mediatrice, come il Figlio è il nostro mediatore tra il Padre e l’uomo, così tu sei mediatrice tra l’uomo e il Figlio. Tu sei la nostra fortezza: vedi la guerra che ci assale. Tu sei la nostra stella: vedi la tempesta che si leva. Tu la luna: vedi la notte tenebrosa nella quale ci troviamo. Difendi, indirizza, illumina il cuor mio, affinché, tenendo la via retta del Cielo, godiamo prima Dio, e poi Te nei secoli dei secoli. Amen».

Il frate francescano, nelle sue omelie e negli scritti, più volte ha avuto modo di affrontare la figura di Maria. Prendendo spunto dai titoli riferiti alla Vergine, ad esempio, è riuscito a fornire affascinanti immagini della Madre Celeste; immagini dal sapore di poesia, costruite su metafore, su richiami ed echi che nascevano, soprattutto, da un’attenta lettura della Sacra Scrittura confrontata con la vita di tutti i giorni; grazie a queste pagine di alta teologia  - raccolte nel “Fasciculus Myrrae”, opera in tre volumi, curata da padre Cipriano De Meo (1924-2020), importante esorcista che ha ricoperto l’incarico di vice postulatore della Causa di Beatificazione e Canonizzazione del Servo di Dio - nasce una visione, del tutto inedita, della figura di Maria. E’ il caso, per esempio, dell’espressione “Maria, tunica del Verbo incarnato”: tunica che - nell’esegesi poetica del frate cappuccino - rimanda all’immagine di un veste, quella della natura umana con cui il Padre ha rivestito il Figlio per realizzare la sua incarnazione; e, per poter svolgere ciò, Dio ha avuto bisogno dell’ “Eccomi” della Vergine Maria; scrive padre Matteo d’Agnone: «Quando era la sinagoga nella sua vecchiaia; quando “inclinata erat iam dies” (Lc 24,29), allora gli fece questa veste e fu mandato l’angelo a dimandare a Maria Vergine santissima e purissima, se si contentava di prestare la lana e la mano per tesserla». Sono parole di un flash, di un’immagine così originale della Vergine, che custodiscono in seno alta mariologia sposata a una coinvolgente prosa lirica. In questo passo, il Servo di Dio francescano, ci presenta la Vergine Maria come tessitrice della Tunica di Dio, di Cristo;  ma non solo, perché nella Madre Celeste, vede la Donna chiamata anche ad essere Lei stessa lana (“prestare la lana”, questa è l’espressione): cioè a prestare la sua natura umana, il suo grembo, affinché Dio si facesse uomo.

La biografia di Matteo d’Agnone è davvero particolare: un umile frate che diviene, proprio per questo suo profondo rapporto filiale con la Vergine, uno dei più grandi oppositori dell’azione del demonio. L’episodio rivelatore del suo carisma avvenne quando da giovane studente di teologia si trovava a Bologna per prepararsi  alla sua ordinazione sacerdotale: un giorno, mentre era tutto dedito allo studio e alla meditazione nella sua piccola cella, nella chiesa vicina al convento, alcuni padri stavano compiendo un esorcismo su una donna posseduta; la donna non riusciva ad essere liberata per l’opposizione del demonio, ma a un certo punto, durante questo esorcismo, il maligno, interrogato dai padri esorcisti, pronunciò queste parole: «Se volete che me ne vada, deve venire qui a pregare fra’ Matteo d’Agnone, la cui umiltà io non posso sopportare!»; il giovane studente fu chiamato all’istante e, appena giunto nella stanza dove si stava compiendo l’esorcismo, la donna fu finalmente liberata dal maligno. Fu questo l’inizio della sua lunga e potente missione di esorcista: si calcola che, in tutta la sua vita, il frate cappuccino abbia liberato non meno di seicentocinquanta indemoniati.  Tutt’oggi, molte sono le testimonianze di guarigioni o intercessioni da parte di indemoniati o semplici fedeli; e moltissimi sono i pellegrinaggi  alla sua tomba - presso la chiesa della Madonna della Grazie del convento dei Cappuccini di Serracapriola - per ricevere sollievo spirituale e fisico.

Ma la fama di grande esorcista, seppur fondamentale nella sua biografia, non deve e non può oscurare quella di grande studioso della figura della Vergine e di grande teologo; sarebbe venir meno alla sua memoria. Basterebbe pensare che ben quattro secoli prima del pronunciamento ufficiale da parte della Chiesa sul dogma dell’Assunzione in Cielo di Maria come verità di fede, fra Matteo d’Agnone aveva proposto già alcune tesi a suffragio di tale dogma. Ma c’è una tematica sulla quale il frate francescano concentrò, più volte, la sua attenzione: il sacramento della Riconciliazione. Nelle sue pagine troviamo scritto - infatti - questo ammonimento da tener sempre presente: «Ogni anno ci confessiamo e mai ci correggiamo. (...) Gran parte dei cristiani è in pericolo di perdersi (...) perché appena finita la confessione ricade con facilità negli stessi peccati. Predicatori della Chiesa di Cristo dove vi andate a perdere? Perché ricercate la bellezza dei concetti e delle parole e altre vanità diaboliche? Di questo dovete occuparvi, questo sia il vostro scopo, il vero fine: indurre i miseri peccatori alla vera e perfetta penitenza, e disingannatevi in questo: che non basta confessarsi per ottenere la salvezza, ma bisogna anche emendarsi».

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