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Forza Italia, la triste deriva filo-governativa

L'abbandono di tre parlamentari - Quagliariello, Romani e Berutti - in chiara polemica con la disponibilità a votare qualsiasi cosa pur di mantenere la legislatura, certifica lo snaturamento di Forza Italia e dà il via all'annunciata fuga da un partito allo sbando.

Gaetano Quagliariello

Ci sono almeno due forze politiche che sono terrorizzate dall’idea di tornare alle urne. La prima è il Movimento Cinque Stelle, che alle politiche di due anni fa è risultato il primo partito conquistando 201 seggi alla Camera e 95 al Senato, e dunque ha in mano le chiavi della legislatura. La seconda è Forza Italia, che in quella consultazione elettorale ha raccolto 95 deputati (contro i 90 del Pd, i 125 della Lega e i 35 di Fratelli d’Italia) e 56 senatori (contro i 35 del Pd, i 63 della Lega e i 17 di Fratelli d’Italia).

Questi numeri danno una rappresentazione assolutamente falsata degli umori attuali dell’opinione pubblica. I sondaggi più attendibili accreditano il Movimento Cinque Stelle di un risicato 14%, a fronte del 33% raccolto due anni fa; Forza Italia veleggia attorno al 5% dei consensi, al netto di scissioni e travasi di voti verso gli alleati del centro-destra. Facile concludere che, si votasse ora, i parlamentari grillini e forzisti sarebbero un terzo o anche meno di quelli attuali. E questo a prescindere dal sistema elettorale.

Di qui la spiccata propensione di entrambe quelle forze politiche al trasformismo e al camaleontismo, con la disponibilità a votare tutto e il contrario di tutto, pur di scongiurare il rischio dello show down, che manderebbe a casa centinaia di parlamentari sicuri di non essere più rieletti. Viceversa, far durare fino al 2023 (scadenza naturale) l’attuale legislatura, significa per Movimento Cinque Stelle e Forza Italia essere determinanti per la stabilità governativa, occupare poltrone importanti e, soprattutto, scegliere il prossimo Presidente della Repubblica, visto che Sergio Mattarella scadrà a inizio 2022.

Ma se i vertici del partito fondato da Silvio Berlusconi appaiono ormai appiattiti sulle posizioni governative e quindi disponibili a votare qualunque legge consenta all’attuale esecutivo di durare, dentro Forza Italia i malumori crescono. Le voci di smottamenti interni che si rincorrevano da giorni non erano evidentemente fake news, se è vero che tre illustri esponenti di peso se ne sono andati sbattendo la porta e sono confluiti nel gruppo misto del Senato. Sono Gaetano Quagliariello, Paolo Romani e Massimo Berutti, rappresentanti di quella componente liberale e conservatrice, sempre più a disagio di fronte all’atteggiamento ondivago dei vertici del partito.

Il loro è un chiaro distinguo dalla linea filo-governista dell’attuale dirigenza azzurra. Il che non vuol dire escludere a priori nuovi esecutivi in questa legislatura. Un conto, però, è costituire un nuovo governo più aperto alle istanze del centrodestra, altra cosa è fare da stampella a un esecutivo che sta anche per approvare una legge bavaglio sull’omofobia con l’apertura dichiarata di Forza Italia.

I tre dissidenti si erano già avvicinati al governatore della Liguria Giovanni Toti, e probabilmente non saranno i soli ad andarsene da un partito ormai allo sbando, privo di una vera guida politica e pronto a liquefarsi, con la diaspora verso altri lidi di gran parte dei suoi quadri dirigenti. Una pattuglia di parlamentari forzisti viene infatti data in marcia di avvicinamento a Matteo Salvini o a Fratelli d’Italia e un’altra addirittura a Italia Viva di Matteo Renzi.

Ma fa riflettere la ragione dell’addio di Quagliariello, Romani e Berutti, che pure hanno militato fin dall’inizio nel partito berlusconiano e, nel caso dei primi due, sono stati anche capigruppo in legislature precedenti. I tre hanno fatto sapere che intendono costituire una componente collocata in modo trasparente “all’opposizione di questo governo senza se e senza ma”, con l’obiettivo di mettere in campo “ogni iniziativa per archiviare un esecutivo drammaticamente inadeguato, in raccordo con le altre forze del centro-destra”. Il messaggio è chiaro: se Berlusconi strizza l’occhio a Zingaretti, Conte e Di Maio, loro preferiscono fare altre scelte e chiarire una volta per tutte che sono alternativi all’alleanza Pd-Cinque Stelle.

Che ciò possa preludere alla formazione di un esecutivo alternativo già in questa legislatura è possibile. D’altronde il Governo Conte al Senato non ha numeri blindati e su alcuni provvedimenti delicati dovrà cercare voti anche nelle file delle opposizioni. Se non ce la farà e se, nel frattempo, si appalesasse una maggioranza diversa, con altre forze politiche di centrodestra o con costole di esse, non è escluso che Conte possa essere disarcionato.

Intanto, però, Forza Italia continua a snaturarsi e a non rappresentare più in alcun modo la voce del cattolicesimo liberale e del mondo conservatore alternativo alla sinistra.