a cura di Anna Bono
  • Kenya

Forti piogge dopo una lunga siccità peggiorano le condizioni dei rifugiati di Dadaab

 

 

 

“Se c’è siccità manca il cibo, se piove arrivano le malattie”. Per i rifugiati del campo di Dadaab, in Kenya, al confine con la Somalia, uno dei più grandi del mondo, non c’è clima propizio, la stagione delle piogge non porta sollievo al caldo né speranza di buoni raccolti. Le forti piogge di aprile, arrivate dopo un periodo particolarmente lungo di siccità, hanno messo in difficoltà decine di migliaia di kenyani e hanno colpito duramente anche i profughi. Manca ancora il conto di quante abitazioni – tende, capanne, costruzioni di fortuna – siano andate perse a Dadaab, ma sono molti e sempre più numerosi i rifugiati costretti a riparare altrove, per lo più nelle scuole che però dovrebbero poter riprendere l’attività al più presto, finite le vacanze pasquali. Quelli per ora al sicuro devono tuttavia affrontare il rischio, che è quasi una certezza, di ammalarsi. Le latrine infatti a causa delle piogge traboccano creando un terreno di coltura per malattie come il colera. “I bambini sono bambini, vogliono giocare nell’acqua che però è terribilmente inquinata – spiega Caleb Odhiambo, di Save the Children – non si rendono conto che può risultare fatale”. Oltre tutto la mancanza di fondi ha costretto Save the Children a dimezzare le operazioni a Dadaab e il Programma alimentare dell’Onu ha ridotto le razioni di cibo del 30% per lo stesso motivo. Nel campo vivono circa 250.000 persone, per lo più provenienti dalla Somalia. In tutto in Kenya ci sono 309.000 sfollati e quasi mezzo milione di rifugiati. Sta aumentando inoltre il numero dei nuovi arrivi, molti dei quali non registrati e quindi senza accessi a cibo, acqua, abitazione, istruzione e assistenza sanitaria, il che vuol dire che spartiscono le già scarse razioni di cibo con amici e vicini.