• IL CASO CAMICI

Fontana prosciolto, resta la gogna mediatica

Si è chiusa senza neppure il processo la vicenda giudiziaria di Attilio Fontana, accusato di frode in pubbliche forniture per il caso camici. Il Gup ha stabilito “il non luogo a procedere perché il fatto non sussiste”. La fine di un incubo per il presidente della Lombardia, vittima per due anni di un processo mediatico sommario.

La malagiustizia italiana ci ha regalato tanti episodi di ingiusta detenzione, con conseguente risarcimento delle persone che hanno trascorso giorni, mesi o addirittura anni in cella e poi si è scoperto che erano estranee ai fatti. Ma sono ancora più frequenti i casi di giustizia mediatica sommaria, che lede la dignità e macchia l’immagine dei diretti interessati, senza che neppure sussistano elementi giuridici a loro carico, tali da motivare l’accanimento da parte dei mezzi d’informazione.

In piena prima ondata di Covid, la Regione Lombardia si è trovata a fronteggiare un’emergenza sanitaria che ha cercato di gestire con tutti i mezzi a disposizione, anche contando su iniziative straordinarie, ad esempio donazioni di privati. Si è ripetuto spesso durante gli anni scorsi che la tutela della salute giustificasse sospensioni temporanee di diritti importanti come la privacy o di principi costituzionali fondamentali come il primato del Parlamento (per consentire al Governo di bypassarlo e di emanare norme urgenti). Non si capisce perché non si sarebbe dovuto derogare, in casi eccezionali come la pandemia, a procedure formali e burocratiche per salvare vite umane e consentire interventi a supporto delle strutture sanitarie e dei medici impegnati a contrastare l’avanzata del virus.

È quello che è accaduto a proposito della vicenda dei camici che la ditta del cognato del governatore lombardo, Attilio Fontana, nell’aprile 2020, in un momento davvero drammatico, ha messo a disposizione in fretta e furia. Da quella fornitura considerata di dubbia regolarità è partita un’inchiesta nella quale il presidente della Regione Lombardia era accusato di frode in pubbliche forniture. Il caso verteva sull’affidamento da parte della Regione di una fornitura, poi diventata donazione, di 75.000 camici e settemila set di dispositivi di protezione individuale (Dpi) alla società del cognato, per un valore di 513.000 euro.

I media per mesi hanno letteralmente massacrato Fontana, facendo da cassa di risonanza alle richieste di dimissioni del governatore avanzate da tutti i partiti dell’opposizione in Consiglio regionale, dal Pd ai Cinque Stelle.

Tre giorni fa la vicenda giudiziaria si è chiusa senza neppure il processo. Il giudice dell’udienza preliminare ha prosciolto Fontana e gli altri quattro imputati con il “non luogo a procedere perché il fatto non sussiste”. Le motivazioni arriveranno entro fine maggio, ma si sa già che neppure il cognato del governatore e i dirigenti di Aria (centrale acquisti regionale) e della Regione dovranno andare a processo. Peccato, però, che un altro processo Fontana l’abbia già subìto sui mezzi d’informazione, che hanno infangato la sua immagine dando un risalto spropositato a un’indagine che non sarebbe neppure dovuta iniziare. Si è trattato di un vero e proprio sciacallaggio politico e mediatico, che fa a pugni con i più elementari principi della civiltà giuridica e del vivere civile.

Dem e Cinque Stelle, anche in questa circostanza, hanno dimostrato di puntare più sulle inchieste giudiziarie che sulle battaglie politiche, quelle sui temi veri dello sviluppo e della crescita del territorio lombardo e della popolazione lombarda. Il più prudente ed equilibrato nello schieramento di sinistra è stato il sindaco di Milano, Beppe Sala, che ha commentato: «Dal punto di vista umano sono senz’altro contento per il Presidente Fontana. Non ho nessun elemento per commentare, penso che questo aggiungerà possibilità al fatto che Fontana si ricandidi».

Fa bene il primo cittadino di Milano a usare cautela, visti anche i precedenti. Va ricordato che nel mese di febbraio è già stata archiviata un’altra inchiesta su Fontana per falso nella voluntary disclosure (lo strumento che il fisco mette a disposizione dei contribuenti per regolarizzare la loro posizione fiscale, ndr) e autoriciclaggio in relazione a un suo conto svizzero. Archiviata anche un’altra indagine a carico del governatore lombardo per abuso d’ufficio in relazione alla nomina di un suo ex collega di studio legale.

Rimane tanta amarezza perché il governatore della più importante e ricca regione d’Italia è stato vittima di un lungo processo mediatico che lo ha messo in cattiva luce a livello nazionale e anche internazionale, considerata l’intensità delle relazioni internazionali di Regione Lombardia. Lui si gode la fine dell’incubo e si dice contento per la sua famiglia, che tanto ha sofferto. Ma la ferita rimane. Ora deciderà se ricandidarsi, visto che nella primavera del 2023 si tornerà alle urne anche per il rinnovo di alcuni consigli regionali come quello lombardo. Nel frattempo, però, nessun avversario politico gli chiederà scusa. Men che meno lo faranno editori e giornalisti che si sono accaniti contro di lui per mesi e mesi. E nessuno pagherà per una campagna mediatica squallida e ingenerosa.

 

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