• DIPLOMAZIA A SORPRESA

Fine dei test nordcoreani. Kim e Trump verso il vertice

Altra sorpresa in Corea del Nord. Dopo l’annuncio di Donald Trump di voler dialogare direttamente con Kim Jong-un, prima trattativa diretta fra Usa e Nord Corea, stavolta è stato il dittatore di Pyongyang ad annunciare la sospensione dei test dei missili balistici intercontinentali e la chiusura del poligono dei test nucleari. Perché?

Pyongyang, la gente apprende la notizia dalla Tv di Stato

Altra sorpresa in Corea del Nord. Dopo l’annuncio di Donald Trump di voler dialogare direttamente con Kim Jong-un, prima trattativa diretta fra Usa e Nord Corea, stavolta è stato il dittatore di Pyongyang a compiere la mossa successiva. Ieri ha proclamato la sospensione a tempo indefinito dei test dei missili balistici intercontinentali e la chiusura del poligono dei test nucleari. Niente più provocazioni militari e nucleari, insomma. Fine della grande tensione. O almeno questo sembra.

La notizia è stata accolta in modo trionfale dal presidente statunitense Donald Trump, che ha visto la conferma del successo rapidissimo della sua strategia. “Il leader nordcoreano Kim Jong-un ha accettato di sospendere tutti i test nucleari e di chiudere uno dei maggiori poligoni di prova – ha twittato l’inquilino della Casa Bianca – Questa è una notizia veramente bella per la Corea del Nord e per il resto del mondo. Avanti verso il nostro incontro!” che è previsto per la fine di maggio. Mike Pompeo, direttore uscente della Cia e candidato alla carica di Segretario di Stato, si è già incontrato al vertice con i nordcoreani per preparare il terreno per l’incontro. Ed è prossimo anche un summit bilaterale fra Nord e Sud Corea, prima dell’incontro con gli Usa.

Che cosa ha indotto la Corea del Nord a cambiare idea? La Casa Bianca vanta la svolta del regime come una propria vittoria. “La campagna improntata sulla massima pressione sulla Corea del Nord del presidente Donald Trump ha fatto sì che il presidente Kim Jong-un facesse un passo indietro, lontano dalle sue attività nucleari e missilistiche – ha dichiarato Mercedes Schlapp, direttrice dalla Comunicazione Strategica alla Casa Bianca –  (lo sviluppo) dimostra chiaramente la visione di Trump sulla denuclearizzazione della Corea del Nord, per assicurare che la stabilità nella regione divenga realtà”. Un grande ruolo deve essere stato giocato anche dalla Cina. Proprio all’inizio di questo mese, il 5 aprile, Kim Jong-un si era recato in visita ufficiale a Pechino. Non si sa fino in fondo quel che il presidente cinese Xi Jinping gli abbia detto, nel corso del suo incontro al vertice. Ma la Cina, unico paese ancora in buoni rapporti con il “regno eremita” aveva visibilmente dimostrato insofferenza per le continue provocazioni missilistiche di Kim.

Ora che è stata annunciata la loro sospensione, il Ministero degli Esteri cinese ha emesso una nota molto positiva e rassicurante, affermando che: “La Cina crede che la decisione nordcoreana aiuti al miglioramento della situazione nella penisola”. Pechino ha sempre sostenuto (di fatto: ha mantenuto di peso) il regime nordcoreano, usandolo indirettamente come uno Stato cuscinetto fra sé e le basi americane in Corea del Sud. Ha garantito sempre l’appoggio in sede Onu, contro le sanzioni più dure, contribuendo ad alleviare l’isolamento del regime comunista di Pyongyang. Tuttavia, Pechino non ha interesse né a una guerra nella vicina Corea, né a una generale destabilizzazione della regione. Avrebbe tutto da perdere.

Il ruolo della Cina, dunque, non va sottovalutato neppure in questa vicenda. Ma anche qui non va dimenticato il ruolo degli Usa: mai come in questo periodo stanno mettendo sotto pressione Pechino, con una guerra commerciale senza esclusione di colpi. Anche in questo caso, a Washington va riconosciuto il merito, indiretto quanto si voglia, di aver contribuito a sbloccare l’atteggiamento dei cinesi nei confronti di un alleato incontrollabile.

La vicenda nordcoreana apre doverose due riflessioni. La prima è sulla politica estera di Donald Trump, che si dimostra ancora la più incompresa del mondo. Queste notizie hanno colto tutti gli osservatori di sorpresa. Non solo perché non ci sono precedenti per un vertice Usa-Nord Corea, ma anche perché Trump era considerato un presidente ormai in rotta di collisione con il regime comunista.  La sorpresa è dimostrata da reazioni come quella del giornalista Will Ripley, della Cnn, uno dei più assidui osservatori della Corea del Nord, che si è detto letteralmente “senza parole” per questa svolta di Kim. Poi ha riconosciuto il merito a Trump. Ma a denti stretti, perché la Cnn, finora, ha messo quasi sullo stesso piano Donald e Kim, due “folli” che avrebbero portato il mondo alla catastrofe nucleare. Questa, bene o male, è stata la linea di tutta la stampa mondiale, dal New York Times, ai nostri media nazionali italiani. Eppure la politica di Trump era chiara fin dalla sua campagna elettorale, quando aveva annunciato di esser pronto a dialogare anche con il dittatore nordcoreano, suscitando scandalo soprattutto fra i Repubblicani. Lo aveva detto nel maggio del 2016, quando neppure la sua nomination era completamente al sicuro. Perché non avergli creduto? La sua “diplomazia”, fatta di sparate su Twitter, minacce plateali, movimenti minacciosi di truppe, colpi più simbolici che militari, come quello che abbiamo visto in Siria la settimana scorsa, serve soprattutto alla sua “arte del negoziato”. Far capire all’interlocutore che qualunque cosa è possibile, in modo da indurlo a sentirsi insicuro e ad accettare le condizioni americane. Ma l’obiettivo di fondo è la trattativa. Per questo, sull’altro fronte caldo del momento, la Siria, è quantomeno ingenuo pensare che Trump possa lanciare un’impresa militare contro Assad. La sua linea dichiarata è quella del ritiro, dopo aver battuto l’Isis. Si ritirerà, con tutta probabilità, quando le condizioni negoziali saranno più favorevoli per gli Usa.

La seconda riflessione riguarda invece la sincerità delle promesse di Kim Jong-un. Anzitutto non gli crede il governo giapponese, territorialmente più vicino ed esposto alla sua minaccia. Il premier Shinzo Abe è stato molto cauto nell’esprimere soddisfazione: “Diamo il benvenuto alla promessa di sospendere i test nucleari e dei missili balistici intercontinentali, ma è importante sapere se questa mossa porti al completo abbandono dei programmi nucleare e missilistico in modo verificabile e irreversibile”. Il ministro della Difesa, Itsunori Onodera, è stato anche più esplicito nel suo scetticismo. Il Giappone, ha dichiarato Onodera, “non può ritenersi soddisfatto” dalla dichiarazione di Kim, perché questa non riguarda i test dei missili a corto e medio raggio, che possono raggiungere il territorio giapponese. La promessa riguarda la sospensione dei test dei soli missili balistici intercontinentali, gli unici che potrebbero raggiungere il territorio statunitense. E qui potrebbe, effettivamente, emergere una trama disonesta nella diplomazia nordcoreana, simile a quella sovietica degli anni ’70: dividere gli alleati locali dagli Stati Uniti. Come i sovietici miravano a separare l’Europa dagli Usa, schierando missili a raggio intermedio (gli SS-20) che tenevano sotto tiro tutta l’Europa occidentale, ma non il Nord America, così, oggi, potrebbe fare anche Kim, mantenendo la sua pressione su Giappone e Corea del Sud, anche mentre fa buon viso al loro potente alleato d’oltre oceano.

E, in generale, c'è da credere alle promesse nordcoreane? Come dimenticare che il 21 ottobre del 1994, l’amministrazione Clinton festeggiava per aver ottenuto una “resa” apparente del programma nucleare nordcoreano? Appena otto anni dopo i patti venivano rotti e nel 2006 la terra tremava per il primo test nucleare di Pyongyang.