• IL CASO BURCHILL

Femminista censurata perché "islamofoba"

Julie Burchill, giornalista britannica, femminista, ha perso il contratto con la sua casa editrice, perché accusata di islamofobia dalla collega Sarkar. Il libro era sulla cancel culture, la militanza anti-razzista che ricorre alla censura. Lei stessa ne è vittima.

Julie Burchill

La casa editrice Hackette Little ha appena stracciato il contratto dell'ultimo libro di Julie Burchill. La famosa giornalista britannica, esponente della sinistra più radicale, femminista e paladina dei diritti LGBT, nel 2013 era finita nel tritacarne per osservazioni poco ortodosse sulla transfobia, considerata una delle voci del giornalismo più fedeli sostenitrici di Israele, oggi è accusata dal suo editore di islamofobia

Welcome to the Woke Trials: How #Identity killed progressive politics era il suo ultimo lavoro pronto alla pubblicazione. C'era già anche la copertina, ma è stato cestinato. Eccoci, così, all'ultimo capitolo - solo in ordine di tempo, non definitivo - della saga della cancel culture. La Burchill pochi giorni fa s'è messa a litigare su Twitter con una giornalista islamica Ash Sarkar. Oggetto della contesa, un vecchio articolo sullo Spectator, in cui Rod Liddle spiegava brutalmente che non avrebbe fatto l'insegnante perché convinto che sarebbe diventato un molestatore di ragazzini. Ash Sarkar ha ripescato l’articolo e s'è scagliata contro Liddle. In sua difesa è corsa la Burchill scrivendo: “Puoi per favore ricordarmi l'età della prima moglie del profeta Maometto?, grazie in anticipo”. Com'è noto, Aisha - la sposa prediletta di Maometto, la ‘madre dei credenti’ - aveva nove anni quando ha consumato il matrimonio con il profeta islamico. Allora la Sarkar ha risposto, “Julie Burchill mi ha apertamente sottoposta a islamofobia. Trovo strano che nessuno dei suoi colleghi o amici del settore sembra avere problemi in merito”.

Tempo qualche ora, e un portavoce della casa editrice le ha recapitato il messaggio: “Non pubblicheremo più il libro della Burchill. Sebbene in Gran Bretagna non esista una definizione legale di incitamento all'odio, riteniamo che i suoi commenti sull'islam non siano difendibili da un punto di vista morale”. L'amministratore delegato della Hackette Little ha bollato le parole di Burchill come “deplorevoli” e una delle giornaliste più famose d'Inghilterra è definitivamente nella lista nera dell’islam.

La dimensione più intrigante della faccenda sta in quella che ormai era la trama del libro mandato al macero. Il testo di Julie Burchill era infatti sulla censura e in particolare su quella omosessualista. In Welcome to the Woke Trials Burchill raccontava come il mondo LGBT l'aveva perseguitata al limite dell’esasperazione dopo un suo articolo per l'Observer, poi rimosso per le critiche, in cui veniva accusata di un “linguaggio transfobico”. Macchiatasi del crimine di transfobia - del quale può venire accusato chiunque osi dire che se partorisci sei una donna - per essere accorsa in difesa dell'amica Suzanne Moore, dimessasi anch'essa dal Guardian per le pressioni ideologiche dei colleghi, Burchill aveva voluto raccontare tutto quello che era successo. 

Ma ecco l'ironico paradosso che manifesta la possibilità, per chiunque scriva un libro sulla “cancel culture”, di essere cancellato. La Burchill, appena ricevuta la missiva dalla casa editrice, ha deciso di pubblicare su Facebook una pagina del suo libro, rivendicandone il carattere profetico, con un paragrafo sull'editoria, “[…] Quando dico “protestare” intendo “piangere”, mossa d’elezione dell’Internazionale dei Frignoni Prepotenti […]. Un suggerimento: non sarebbe tutto più semplice se coloro che si sentono facilmente offesi da idee e opinioni diverse dalle loro non s’impiegassero proprio in settori la cui specificità professionale sono le diverse idee e le diverse opinioni?”.

La vicenda Burchill svela, ancora una volta, il decalogo delle libertà e verità: per adesso l'islamofobia vince sull'omofobia, viene prima in ordine di importanza e rispetto. Quest'ultima, in particolare, è sempre più solo un peccato ad esclusiva dei bianchi, dei cristiani e degli occidentali. Le estreme conseguenze per la critica all'islam di Julie Burchill non sono aneddotiche, ma rientrano semplicemente nel jihad culturale che gli islamici hanno intrapreso circa trent'anni fa, occupando scuole e il mondo accademico, e che oggi raccoglie i suoi frutti.

Nel caso specifico parliamo della medesima casa editrice, infatti, che nel 2007 aveva pubblicato il testo di Christopher Hitchens, Dio non è grande. Là l'autore raccontava dell'abbassamento d'età del "consenso" a nove anni in gran parte dei Paesi islamici, “forse in ammirata emulazione dell'età della “moglie” più giovane del Profeta Maometto”.

La cancel culture esiste, ed è sostenuta dal termine gergale “woke”, che ritroviamo nel titolo del libro appena censurato della Burchill e che si è diffuso per la prima volta a mo' di slogan nei primi disordini dei Black Lives Matter del 2014. “Cancellare la cultura” e  “svegliati”. Due strumenti affini e coevi capaci di chiedere e ottenere il boicottaggio e la cancellazione dallo spazio pubblico di persone considerate, da un’ipotetica maggioranza, razziste, sessiste e omofobe. Una specie di ostracismo moderno rispetto a quello del '68, che gode del sostegno dei social network e di una mentalità davvero militante. Tutto si basa sul “sentimento” della vittima: è il sentirsi feriti che ora giustifica le scomuniche moderne.

Essere “svegliato” , per un afro-americano che aderisce alla causa, significa essere costantemente vigili sul razzismo e la discriminazione che si potrebbe subire. “Il wokismo rifiuta l'idea fondamentale secondo cui si può consentire a due valori incompatibili di coesistere. Per i vigilantes sociali, questa tolleranza dei disaccordi è solo uno strumento brandito dall'oppressore per sottomettere gli oppressi!”, ha detto Jacob Siegel, autore di un articolo su Tablet sull'argomento che ha suscitato scalpore. 

A volte il linciaggio psicologico porta alla morte, come nel caso di Mike Adams. Un professore dell'Università della Carolina del Nord, molto critico nei confronti del cosiddetto movimento per l'identità, che nel lamentarsi delle misure adottate per il Covid-19 aveva scritto, “Questa sera ho mangiato pizza e bevuto birra con sei ragazzi a un tavolo da sei posti. Mi sentivo quasi un uomo libero che non viveva nello stato schiavista del North Carolina”. L’espressione è stata ritenuta inaccettabile dal branco antirazzista. Molestato e minacciato, ha finito per suicidarsi a luglio. 

“Il 'Grande Risveglio'. Non è tanto un movimento che avanza, quanto una macchia che si sta diffondendo Siamo di fronte a pressioni morali molto potenti che ispirano in particolare i giovani. Dovremo aspettare che si dissipino prima di sperare di poter ripararne i danni”, ha scritto Mark Lilla.