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Far west intercettazioni: anche Renzi è forcaiolo

Renzi minaccia di far cadere il governo sulla prescrizione ma giovedì ha dimenticato di essere garantista e non ha opposto resistenza all’approvazione di una disciplina delle intercettazioni che sposa in pieno il verbo forcaiolo e giustizialista.

Matteo Renzi ha addirittura minacciato di far cadere il governo sulla prescrizione, preannunciando dal salotto di “Porta a Porta” la presentazione di una mozione di sfiducia individuale al Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ma giovedì ha  dimenticato di essere garantista e non ha opposto resistenza all’approvazione di una disciplina delle intercettazioni che sposa in pieno il verbo forcaiolo e giustizialista. Il senatore di Rignano non ha partecipato alla votazione ma i suoi senatori hanno votato a favore di quel provvedimento.

Con 156 voti favorevoli e 118 contrari,  il Senato ha infatti rinnovato la fiducia al  Governo, approvando il maxiemendamento interamente sostitutivo del ddl n. 1659, di conversione in legge del decreto-legge 30 dicembre 2019, n. 161, recante modifiche urgenti alla disciplina delle intercettazioni, di conversazioni o comunicazioni. Ora il testo passa alla Camera.

L'articolo 1 del testo di legge approvato dall’assemblea di Palazzo Madama proroga al 1° marzo 2020 il termine di applicazione della riforma della disciplina delle intercettazioni del 2017 (cosiddetta riforma Orlando). È specificato che la riforma si applicherà solo ai procedimenti penali iscritti dal 1° marzo 2020: per tutti i procedimenti in corso continuerà ad applicarsi la disciplina attuale. Inoltre, è prorogato al 1° luglio 2020 il termine a partire dal quale acquista efficacia la disposizione del decreto legislativo n. 216 del 2017, che introduce una pericolosa eccezione al generale divieto di pubblicazione degli atti.

L'articolo 2 apporta alcune modifiche al decreto legislativo n. 216 del 2017 (disciplina delle intercettazioni), che troveranno applicazione per i procedimenti penali iscritti dal 1° marzo 2020. In altre parole, si dilata l’ambito di liceità delle intercettazioni, anche di quelle a strascico, cioè su utenze telefoniche intestate a persone collegate ai soggetti sospettati e in contatto con loro, e si estende inevitabilmente il rischio che questi brogliacci di telefonate finiscano su tutti i mezzi d’informazione, anche in Rete, dove vi resterebbero per sempre, compromettendo la reputazione e l’immagine di persone, famiglie, gruppi.

Secondo il centrodestra, la materia non può essere disciplinata con un decreto-legge che, estendendo indiscriminatamente le intercettazioni (tranne che al reato di pedopornografia), lede i diritti personali di libertà, riservatezza, segretezza della corrispondenza, e trasforma lo Stato di diritto in uno Stato di polizia. Peraltro gli avvocati penalisti sono sul piede di guerra, pronti a far sentire la propria voce in vista del secondo tempo della partita dell’approvazione parlamentare del provvedimento, che si giocherà nelle prossime settimane a Montecitorio.

In effetti, il principio di inviolabilità delle comunicazioni telefoniche e ambientali, previsto dall’articolo 15 della Costituzione, nel provvedimento approvato giovedì dal Senato risulta immolato sull’altare di uno spionaggio indiscriminato e di una gogna mediatica perpetua, senza alcun contrappeso in termini di garanzie individuali. Il captatore informatico (Trojan) è uno strumento molto invasivo; le procure non sono attrezzate per utilizzare le nuove tecnologie, il sistema è gestito da società private che, in sede di audizione, hanno riconosciuto l'impossibilità di garantire la sicurezza nel trasferimento dei dati. Si tratta, dunque, di un'allarmante fuga in avanti che lascia i diritti fondamentali delle persone in balia dell’aleatorietà della giustizia, della burocrazia e della tecnologia.

«In Italia – fanno notare i partiti di centrodestra - ogni anno mille persone sono detenute ingiustamente, ma la priorità del Ministro della giustizia è trasformare il cellulare dei cittadini in uno strumento di spionaggio e di ricatto».

Ovviamente i gruppi M5S, LeU e PD hanno votato compatti perché ritengono le intercettazioni uno strumento insostituibile delle indagini, dimenticando gli abusi che sistematicamente si sono registrati nella storia d’Italia degli ultimi anni, sia in termini di ascolti di telefonate sia in termini di pubblicazione dei contenuti delle stesse.

C’è da sperare che l’assemblea di Montecitorio riveda il provvedimento, almeno nei suoi aspetti più discutibili, evitando di esacerbare ulteriormente il clima di scontro che si è creato nel nostro Paese tra giustizialisti e garantisti.