• IL CASO TAMPONI

Faida Zaia-Crisanti, ci risiamo con le intercettazioni a fini politici

Le ultime intercettazioni del governatore Zaia su Crisanti sono estrapolazioni arbitrarie e decontestualizzate che forniscono una rappresentazione incompleta e inattendibile della situazione. Non si tratta, dunque, di un’inchiesta ma di un classico esempio di sensazionalismo mediatico.

Quella tra il microbiologo, oggi senatore Pd, Andrea Crisanti e il Governatore del Veneto, Luca Zaia, è una faida che dura da due anni. Ora è esplosa forse in modo definitivo grazie a un’inchiesta giornalistica di Report, che conferma l’eccessiva politicizzazione della pandemia sia a livello centrale che regionale e ripropone la piaga della pubblicazione inopportuna di intercettazioni prive di rilevanza penale. La trasmissione di Rai3 ha mandato in onda, due sere fa, una telefonata intercettata nell’ambito di un’inchiesta sui tamponi rapidi in Veneto, in cui il governatore avrebbe dichiarato di voler portare Crisanti “allo schianto”. La polemica si lega alle prese di posizione di Crisanti sulla gestione della pandemia e in particolare sui tamponi. Al centro dello scontro tra i due c’è l’efficacia della prima generazione dei tamponi antigenici prodotti dalla multinazionale Abbott. Secondo uno studio firmato da Crisanti (e poi pubblicato sulla rivista Nature), i test sono efficaci nel 70% dei casi, molto meno del 90% attestato dal produttore, e quindi possono essere utilizzati per la diagnosi ma non per lo screening in ospedali e Rsa.

La Regione Veneto, però, crede alla multinazionale e vuole utilizzare i test rapidi a tappeto. Infatti, a fine agosto 2020 arriva un primo acquisto diretto di 200 mila test per un costo di 900 mila euro e il 14 settembre 2020 parte un secondo ordine ancora superiore: 1,26 milioni di euro per 280 mila tamponi. Dopodiché, nell’autunno di quello stesso anno, Crisanti presenta un esposto alla Procura di Padova (che apre un’indagine): due pagine e vari allegati in cui solleva dubbi sull’efficacia di quei test antigenici. La Procura della città veneta chiede il processo per Roberto Rigoli – ex coordinatore di tutte le unità di Microbiologia della Regione Veneto, nonché braccio destro di Zaia nella lotta alla pandemia – che nel 2020 aveva dato il via libera a quei maxi-acquisti di tamponi Abbott da usare in ospedali e Rsa. Il 29 maggio 2021 Rigoli viene sentito dagli investigatori e spiega di essere “intervenuto solamente per valutare che fossero rispettati i requisiti di sensibilità e specificità indicati dalla Comunità Europea”. E proprio quella valutazione è al centro dell’inchiesta, perché, secondo la Procura, in realtà non è mai stata effettuata. Rigoli è accusato di falso ideologico e del reato di “turbata libertà di scelta del contraente”.

A prescindere dall’evoluzione che avrà la vicenda giudiziaria, ancora aperta, stupisce il fatto che siano venute fuori queste intercettazioni, dalle quali Zaia emerge come colui che vuole far fuori Crisanti, per una sorta di incompatibilità con la strategia anti-Covid portata avanti dalla Regione. In verità si tratta di scelte discrezionali del Governatore e del suo staff che non hanno nulla di penalmente rilevante, mentre Crisanti, che si è dimesso ieri dall’Università di Padova, definisce quelle parole “di una gravità senza precedenti” e sentenzia che “questo regime di intimidazione in questa Regione deve finire”. Eppure il direttore della Scuola di medicina dell’ateneo padovano ha ricevuto un documento di critica dell’operato di Crisanti sottoscritto da alcuni direttori di dipartimento, che ovviamente il microbiologo accusa di essere “servi del potere politico”.

Gianluigi Masullo, direttore generale (facente funzioni) della sanità regionale del Veneto, smonta le argomentazioni di Crisanti, ricordando che le decisioni assunte dalla Regione Veneto durante la pandemia sono state sempre “fondate su indicazioni tecnico-scientifiche di livello internazionale e nazionale”.

Non si possono non tirare conclusioni amare su questo ennesimo esempio di politicizzazione della pandemia e della sua gestione da parte delle istituzioni e del mondo scientifico, con scelte discutibili che alimentano ulteriori dubbi sulla bontà e sull’utilità di tante restrizioni anti-Covid imposte per anni alla popolazione. Soprattutto, però, questa politicizzazione viene alimentata da alcuni media che speculano per finalità di audience, senza avere minimamente a cuore i diritti dei cittadini e alimentando un clima da caccia alle streghe mediante l’utilizzo (inopportuno) di intercettazioni.

Bene ha fatto Matteo Salvini, sul suo profilo Twitter, a denunciare “il continuo uso distorto delle intercettazioni per fini politici”, bollandolo come inaccettabile e auspicando una riforma della giustizia che combatta contro “sprechi, abusi e commistioni fra magistratura, giornalismo e politica”. Peraltro è stato lo stesso Ministro della giustizia, Carlo Nordio ad annunciare la prossima revisione dell’utilizzo delle intercettazioni “che spesso - ha detto il Guardasigilli - rappresentano uno strumento per la delegittimazione personale e politica, arrivando a costituire un vero e proprio pericolo per la riservatezza e l’onore personale”.

Le parole di Zaia sono certamente indicative di uno stato d’animo e di un punto di vista molto netto nei riguardi di Crisanti, ma da esse non si possono ricavare indicazioni penalmente rilevanti. La loro pubblicazione non si giustifica, quindi, in nome di un interesse pubblico alla notizia, che in questo caso non sussiste. Si può dare comunque conto dell’andamento di quell’inchiesta senza svelare ai cittadini stralci di telefonate di un personaggio pubblico, violando la sua privacy. Si tratta, peraltro, di estrapolazioni arbitrarie e decontestualizzate che forniscono una rappresentazione incompleta e inattendibile della situazione. Non si tratta, dunque, di un’inchiesta ma di un classico esempio di sensazionalismo mediatico.

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