Esponenti musulmani difendono due cristiani accusati di blasfemia in Pakistan
Ha impedito un pogrom l’intervento di autorità religiose islamiche e di politici locali che hanno placato una folla inferocita
In Pakistan una accusa di blasfemia spesso scatena una collera incontenibile. Prima che si possa accertare se è fondata, a volte succede l’irreparabile e degli innocenti pagano con la vita. Sempre comporta l’arresto e molto spesso mesi e anni di carcere in attesa di una sentenza che può essere di assoluzione, ma può essere invece una condanna all’ergastolo o alla pena capitale. L’8 luglio a Karachi una donna e suo figlio, entrambi cristiani, hanno rischiato il linciaggio quando sono stati accusati di aver profanato il Corano spedendone alcune pagine per posta. La denuncia è stata fatta da un commerciante musulmano che ha allertato vicini e passanti sostenendo di aver ricevuto un pacco che le conteneva. Subito si è sparsa la voce che di pacchi simili ne erano stati spediti altri, in tutto cinque. Migliaia di persone, man mano che la notizia si diffondeva, si sono radunate, furiose, nel quartiere, Saddar, da dove i pacchi sarebbero partiti. Alcuni dei presenti hanno incominciato a chiedere giustizia incitando a punire i colpevoli. I cristiani residenti nel quartiere si sono chiusi in casa impauriti mentre incominciavano i primi atti vandalici e la minaccia cresceva. La tensione si era fatta rapidamente molto alta e la situazione avrebbe potuto degenerare, come in altri casi, in un pogrom contro i cristiani. Invece, allertati, esponenti politici locali, imam e leader locali hanno deciso di intervenire. Kashif Anthony, coordinatore della Commissione cattolica per la Giustizia e la Pace e segretario della Commissione Cattolica per il Dialogo interreligioso e l’ecumenismo dell’arcidiocesi di Karachi, ha raccontato che le forze di polizia affiancate dai Rangers, il corpo paramilitare incaricato di mantenere l’ordine pubblico, sono accorse a presidiare l’area, posizionandosi attorno alle abitazioni dei cristiani del quartiere. Con loro si sono schierati a protezione delle famiglie cristiane degli studenti di seminari islamici, degli esponenti politici locali e numerosi membri della comunità musulmana locale. È stato un segno di solidarietà importante che ha spiazzato i presenti. Nel frattempo imam e leader politici hanno preso la parola sostenendo che le accuse andavano verificate e avanzando l’ipotesi che in realtà qualcuno avesse fatto circolare la voce degli atti blasfemi per provocare uno scontro tra musulmani e cristiani. “Nei loro interventi – rimarca l’agenzia di stampa AsiaNews nel riportare la notizia – hanno ribadito che la violenza, il giustizialismo e gli attacchi contro innocenti sono contrari agli insegnamenti dell’islam e rappresentano una minaccia per la convivenza pacifica tra le diverse comunità religiose del Paese”.
