• EDITORIALE

Enzo, la nostalgia di una carezza

Oggi si svolgono i funerali di Enzo Jannacci, un artista che ci sorprese e commosse quattro anni fa, in una intervista sul caso Englaro. Ma quel desiderio della carezza del Nazareno era il suo modo di essere, di guardare alla vita e alle persone. 

Enzo Jannacci

Oggi, 2 aprile, si svolgono a Milano i funerali di Enzo Jannacci, morto lo scorso 29 marzo. Il grande cantautore milanese, che tanto ha dato alla musica italiana, ci aveva sorpreso e commosso quattro anni fa, pochi giorni prima che Eluana Englaro venisse fatta morire, per una intervista al Corriere della Sera in cui - contestando quella decisione - invocava "una carezza del Nazareno". E' proprio quella sua umanità, che tante volte ha trasformato in canzone, che vogliamo ricordare oggi. 


Ho avuto la fortuna di intervistare Enzo Jannacci due volte e incontrarlo di persona altrettante. E’ successo un paio di anni fa circa, era già malato. Faceva fatica a parlare, e ancor più faticoso era seguirne i pensieri, cercare di decifrarli. Ma, stando a quanto ho letto in questi giorni, era sempre stato un po’ così: Enzo aveva un modo tutto suo di esprimersi: caotico, bizzarro, tumultuoso. Era come se stesse pensando cento cose diverse e volesse tradurle in parola tutte assieme nello stesso momento. D’altro canto lui era quel tipo di artista, ma soprattutto di persona: irrequieta, irrefrenabile, piena di vita. Una cosa mi aveva colpito: il saluto.

Ogni volta infatti mi diceva: "Uè, ma la prossima volta invece di fare ‘ste interviste ci vediamo, andiamo al bar a farci un aperitivo, a bere qualcosa". Che naturalmente date le sue condizioni era qualcosa che non poteva permettersi, ma era come se per lui contasse una cosa soltanto, più dei discorsi. Stare insieme alle persone, condividere con loro momenti di serenità. Quel “andiamo al bar a farci un aperitivo”, un sanbittèr magari o un camparino, così tipicamente milanese. Per lui, malattia ed età non contavano: era sempre quell’Enzo là, quello del suo piccolo antico mondo milanese. Quello dell’amicizia schietta e sincera, perché sebbene l’abbia incontrato di persona ho la presunzione di credere mi considerasse suo amico. Quel sorriso meraviglioso che aveva sempre in volto mi fa pensare così, ma lui era amico della vita.

In questi giorni tutti scrivono che la Milano di Jannacci non esiste più. Può darsi, anche se solitudine e povertà forse oggi ce ne sono ancora di più. Sicuramente non ci sono più i bar dove farsi un aperitivo tra amici, sostituiti dalla cialtroneria caotica degli happy hour, dove migliaia di giovani si ammassano tutte le sere a stordirsi di alcol e musica a manetta, segno questo sì di una Milano - ma di una società intera - cambiate, dove ci si anestetizza il cuore con il rumore: dove lo troviamo un bar per berci un camparino, Enzo?

Un amico, poche ore dopo la scomparsa di Enzo, mi ha raccontato che un anno fa circa lo aveva incontrato in Corso Vittorio Emanuele e lo aveva fermato per salutarlo. Il mio amico gli aveva detto di me, e lui sorprendentemente gli aveva detto di ricordarsi bene la mia intervista e di ricordarla commosso. Ne sono stupito naturalmente, considerando che Jannacci deve aver parlato con migliaia di giornalisti. Ma non sono stupito che fosse commosso, perché anche questo gli apparteneva soprattutto negli ultimi periodi della sua vita, quando aveva incontrato degli amici grandi che gli facevano compagnia e che lui mi aveva citato ogni volta, nome e cognome, appunto con commozione.

Quella commozione – insieme a tenerezza - che ormai è nota a tutti nella sua famosa frase della "carezza del Nazareno". Una carezza che risale a un episodio, quella volta che, un giorno, su uno dei suoi amati tram milanesi, aveva visto un uomo di una certa età, un operaio lo aveva definito, addormentato e con gli occhiali caduti a terra. Lui voleva chinarsi a raccoglierli ma non lo fece, trattenuto da timidezza. Aveva smesso di guardare quell’uomo, poi si era voltato di nuovo e lo aveva visto con gli occhiali sul volto, sempre addormentato ma sorridente. E aveva pensato: chi può averli raccolti se non Lui, il Nazareno? Nessun altro può averlo fatto; nessuno, come me, indaffarato nei suoi pensieri si è chinato a raccoglierli. Solo Lui può essere capace di un gesto così caritatevole. Un miracolo a Milano, sul tram.

Questa era la misura dello sguardo che Enzo Jannacci aveva sulla vita, sulle persone, e che traduceva nelle sue canzoni: la compassione, la tenerezza, la presenza del Nazareno, reale e concreta che ci ama di un amore più grande di quello che possiamo avere noi. Come con Eluana, come avrebbe detto nella famosa intervista del Corriere della Sera, e come desiderava per se stesso: che quel Cristo scendesse dalla croce e venisse a darci a tutti una carezza, quello di cui abbiamo bisogno veramente al di là di tutti i discorsi o di tutte le nostre iniziative affannose per cambiare il mondo, che poi non sappiamo neanche raccogliere gli occhiali a un anziano addormentato sul tram.

Osvaldo Ardenghi, attore e cantante che ha collaborato a lungo con Enzo Jannacci, mi ha raccontato che quando rappresentavano insieme nei teatri l’opera scritta insieme “Disoccupati e credenti”, una sera venne a vederli un prete. Dopo lo spettacolo, il prete espresse qualche dubbio su come era stato rappresentata la figura di Gesù. Jannacci gli rispose: stia tranquillo, don, che se non ci credessimo a Gesù non saremmo qui a parlare di Lui.

Sempre in quella intervista al Corriere della Sera, Jannacci raccontava di quando era andato in America a fare un corso di specializzazione, lui che era anche medico chirurgo. Gli avevano detto: "lei si innamora troppo dei suoi pazienti". Perché Enzo Jannacci era così: amava troppo il suo prossimo, se si può amare troppo.  Quel suo grande cuore adesso ha trovato la pace che cercava: chissà se lassù ci sono i tram. O se si può andare a farsi un aperitivo.