• CHI DICE ADDIO ALLA MASCHERINA

Elogio dello smascherato (che smaschera la paura)

La mascherina non è più obbligatoria, ma solo raccomandata. Però chi non segue il consiglio di indossarla è fatto oggetto degli sguardi di sospetto e fastidio della massa che invece la tiene o peggio ancora insultato o obbligato contro la sua volontà. E' lo smascherato, che ci dimostra che la via per la libertà è quella di smascherare la paura. 

S’avanza uno strano soggetto: è lo smascherato. Lo vedi dal fornaio senza museruola e a Messa si fa notare perché è l’unico dopo il prete del quale puoi intuire le smorfie del volto, lo noti subito in fila al banco dei salumi che si guarda intorno cercando di non tradire quella leggera sensazione di sentirsi osservato. Quel leggero disagio di chi sa – perché lo sa – di avere gli occhi puntati addosso: sta facendo qualcosa di diverso dalla massa, come uscire in pigiama al sabato per accompagnare i figli a scuola.

Quella sensazione di fastidio che si prova quando si sta facendo qualcosa di fuori dalla legge, come prendere le mele al banco frutta senza guanti. Solo che lui non è fuori dalla legge, anzi. È nella legge come un bollettino pagato in anticipo e con tutte le virgole al posto giusto, ma ha semplicemente deciso di non seguire la raccomandazione ipocondriaca e superstiziosa del ministro Speranza. “La mascherina non è più obbligatoria, ma è raccomandata”. Quindi?

Quindi ha milioni di motivi per non portarla, motivi che non è tenuto a giustificare con nessuno ma che però non lo autorizzano necessariamente a fare il verso di De Niro in taxi driver a chi gli chiede perché non la porta “Chè, ce l’hai con me?”.

Il perché è molto semplice: si è semplicemente stufato, perché non ci crede più o perché non ci ha mai creduto che una pezzuola di carta potesse fermare un virus, perché non vuole un bavaglio costante a impiastricciargli il naso. O anche solo perché vuole tornare alla normalità, quella normalità che Speranza e compagnia cantante, alcuni vescovi compresi, non vogliono più ridargli visto come ormai sono diventati superstiziosi o perché comunque l’esperimento di indottrinamento ha funzionato fin troppo bene: una paura, un rimedio, una misura, una consolazione. Tutti mascherati, raccomandati o obbligati come i dipendenti dell’Agenzia delle Entrate fino a settembre o i fedeli della diocesi di Milano. Tutti insieme mascherati appassionatamente.

E lo smascherato? Lo smascherato vorrebbe vivere una vita serena, senza paura, senza costrizioni, vorrebbe usare le smorfie del viso per salutare, vorrebbe finalmente vedere che sorriso si cela dietro quegli occhi di donne rimaste, afghanamente parlando, velate; non vorrebbe gli occhiali appannati appena entra dentro un bar, non vuole più avere paura. E invece gli tocca subire gli sguardi delle prefiche che per paura o comodità continuano a tenere la mascherina appiccicata sulla bocca “perché non si sa mai”.

E lo guardano male, malissimo, fino a idealizzarlo come un mostro del sottobosco, come se per loro avesse l’universo intero in gran dispitto. In alcuni casi cercano di obbligarlo. E' successo e succede anche a Messa. 

“Guardalo com’è sfacciato”, “ma chi crede di impressionare?”, “Eccolo, il provocatore, noi tutti qua con il Dpi, il dispositivo di protezione individuale e lui si fa bello sulla nostra pelle. Ma chi si crede d’essere?”; “Visto? Lo dicevo: è sempre stata una narcisista. Noi qua a sudare quintali di mascara e lei per giunta con le labbra pitturate dal rossetto”.

Va da sé che con questi sguardi addosso e certi giudizi, lo smascherato cerchi disperatamente qualche volto umano che gli sia simile. E quando lo trova, magari mentre torna al banco dopo la comunione o quando è in edicola, sussulta: “Uh… c’è uno come me”. Che poi, è la stessa sensazione di quando parti per la Patagonia e in mezzo agli arbusti trovi un italiano: “Bologna!”, “Io, Modena!”.

Però lo smascherato fa paura. Una paura atavica, irrazionale, tipo quella di essere sepolti vivi: “Cos’ha da nascondere senza la mascherina? Perché va diverso dagli altri?”. E lui a sua volta sa che lo guardano o forse non lo guardano ed è solo paranoia, ma gli altri, uniformati gli sembrano tutti dei sospetti guardoni.

È l’ombra nera che Gaber sostiene lo rincorra nella notte milanese semideserta e buia del monologo La Paura. È l’incauto avventore, cappello in testa e impermeabile chiaro che copre l'abito scurissimo, ma che ha pochissime probabilità di essere Humprey Bogart. L’uomo le cui mani al petto nascondono qualcosa di poco chiaro che diventa nemico dal quale allontanarsi affrettando il passo. Ma che una volta vicino si rivela per essere nient’altro che un uomo.

Un uomo, che però non ha paura. Non ha più paura, perché sa di essere stato preso in giro e dunque non ha più voglia di mascherarsi come un bandito. Ma la sua mancanza di paura è proprio il motivo per cui agli altri fa paura. Perché con quel gesto rivoluzionario e non raccomandato dimostra a tutti che la paura si vince – e si smaschera - con la libertà.

Dona Ora