• ULTIMATUM SCADUTO

Egitto: golpe in atto, Morsi agli arresti

Ultimatum scaduto, il presidente Mohammed Morsi ha scelto lo scontro frontale, e i carri armati dell’esercito hanno iniziato a muoversi per le strade. Lo stesso Morsi sarebbe agli arresti domiciliari nella sede della Guardia repubblicana al Cairo, secondo la tv indipendente el Hayat. Ma la notizia non è confermata. Milioni di egiziani in piazza.

Morsi incontra il generale al Sisi e il premier Qandil

(Aggiornamento alle 19.15) Ultimatum scaduto, il presidente Mohammed Morsi ha scelto lo scontro frontale, e i carri armati dell’esercito hanno iniziato a muoversi per le strade. Lo stesso Morsi sarebbe agli arresti domiciliari nella sede della Guardia repubblicana al Cairo, secondo la tv indipendente el Hayat. Ma la notizia non è confermata. Di sicuro il presidente Morsi è oggetto di un divieto di espatrio in una lista, riferiscono fonti della Sicurezza all'aeroporto del Cairo, insieme alla guida spirituale della Fratellanza Mohamed Badie e importanti leader della Fratellanza come Khairat el Shater, Essam Sultan e Mohamde el Beltagui.

I Fratelli Musulmani, che pure un anno fa avevano stravinto le elezioni, sono completamente isolati. Non solo milioni di egiziani da giorni riempiono le piazze per chiedere le dimissioni di Morsi, non solo l’esercito ha preso nettamente posizione a favore delle forze di opposizione, anche i salafiti hanno preso le distanze e, per ultimo, anche l’università islamica Al Azhar, un’autorità per il mondo musulmano.

Elicotteri militari sorvolano piazza Tahrir, mentre blindati e forze speciali si sono dispiegati nella zona attorno al palazzo presidenziale di Ittahadeya per impedire che ci siano contatti fra i manifestanti anti Morsi che protestano davanti al palazzo e i pro, che sono davanti alla moschea di Rabaa el Adaweya, che dista qualche chilometro. Carri armati sono stati schierati anche fuori dalla sede della tv statale egiziana. Il personale che non sta lavorando alle dirette è stato evacuato.

La polizia è accanto all'esercito, sostiene la legittimità del popolo, proteggerà i manifestanti pacifici e non permetterà a nessuno di ricorrere alla violenza, si legge in un comunicato del ministero dell'interno egiziano.

 

 

È il primo possibile colpo di stato con il conto alla rovescia on line: basta connettersi al sito www.morsicountdown.com per sapere quanto tempo manca allo scadere oggi dell'ultimatum che l'esercito egiziano ha dato «alle forze politiche» per trovare un accordo. Ma che in realtà significa per lasciar trovare al presidente islamista Mohammed Morsi, eletto appena un anno fa, una via d'uscita onorevole.

Dopo che l'esercito egiziano lunedì ha fatto la sua mossa, il braccio di ferro al Cairo si è trasformato in una partita a scacchi. Come ampiamente annunciato erano stati infatti in milioni domenica a scendere in piazza in tutto l'Egitto per chiedere le dimissioni del presidente islamista Mohammed Morsi, a un anno dal suo insediamento. Una folla mai vista, neanche nelle giornate dell'inizio 2011 che portarono all'uscita di scena di Hosni Mubarak. Con una protesta per la maggior parte pacifica (anche se gli assalti di alcuni gruppi alle sedi dei Fratelli musulmani al Cairo e in altre città alla fine ci sono comunque stati, con un bilancio complessivo di 16 morti negli scontri). Da qualsiasi parte la si guardi si è trattata di una sonora sconfitta dei Fratelli Musulmani.

Così lunedì è arrivato l'ultimatum del ministro della Difesa, il generale Abdel-Fattah al-Sisi, che scade oggi pomeriggio. Al-Sisi ha dato quarantott'ore di tempo alle forze politiche per «ascoltare le richieste della gente». Altrimenti saranno le forze armate a dettare la loro «road map» per uscire dalla crisi politica in cui l'Egitto si trova ormai da novembre, quando gli islamisti hanno imposto con un colpo di mano la loro costituzione. «Road map» - è stato fatto sapere ieri - che prevede al primo punto proprio la sospensione della contestatissima costituzione e lo scioglimento della Shura, la camera bassa del parlamento (nonché attualmente unico organismo rappresentativo) dominata dagli islamisti. Dal che appare del tutto chiaro chi sia tra le forze politiche a dover inventarsi un accordo per non finire fuori dalla scena.

Il presidente islamista ha provato l'altra sera a far parlare i leader di una fantomatica Coalizione nazionale per la protezione della legittimità (che significa poi solamente sostegno a Morsi) che hanno chiamato i suoi sostenitori in piazza. Poi - a notte fonda - era arrivato anche un comunicato della presidenza in cui Morsi stesso rigettava al mittente l'iniziativa dei militari lamentando che non fosse stata coordinata con lui. E aggiungeva che lo Stato civile democratico in Egitto è un fatto acquisito, rinnovando «il suo impegno per la riconciliazione nazionale».

Hanno provato a rispondere con una loro prova di forza, dunque, gli islamisti. Ma sapendo bene che questa volta potevano sperare solo di recuperare un po' di terreno; non certo vincere la battaglia nelle piazze. Perché il loro consenso popolare è crollato: «L’inesperienza dei leader politici ed il tentativo da parte dei Fratelli Musulmani di piazzare i lori uomini in ogni angolo delle istituzioni non elettive, dalla magistratura ai funzionari delle amministrazioni locali - spiegava ieri con parole chiare in un'intervista rilasciata al sito terrasanta.net il patriarca copto cattolico Isaac Sidrak -, hanno provocato una contrapposizione forte, un crescente sentimento anti-islamista, e la sfiducia del popolo nel vedere che i Fratelli Musulmani promettono una cosa e ne fanno un’altra…». Persino i salafiti hanno mollato i loro «cugini» islamisti: pur non schierandosi evidentemente con il fronte 30 giugno - quello sceso in piazza domenica - hanno fatto sapere di non avere nessuna intenzione di difendere Morsi e invocano anche loro elezioni presidenziali anticipate.

In questo scenario - allora - molto più della faccia feroce del leader che solo pochi giorni fa faceva la voce grossa, l'immagine simbolo della giornata di ieri è la fotografia che ritraeva Morsi durante un incontro con il generale al Sisi e il premier Qandil. Perché - al di là dei comunicati e delle loro manifestazioni - i Fratelli Musulmani stanno trattando eccome al Cairo. L'uomo chiave è diventato Qandil, il capo di un governo che tra defezioni eccellenti e mosse tattiche ormai non c'è più. Gli islamisti offrono un governo di unità nazionale che porti alle elezioni politiche, con Morsi che rimane al suo posto (anche se comunque ridimensionato nel nuovo scenario politico). Ma questo non può bastare alle forze dell'opposizione. E stavolta al Cairo il coltello dalla parte del manico sembrano avercelo loro. È quindi molto probabile che nelle prossime ore - con l'avvicinarsi dello scadere dell'ultimatum - i Fratelli Musulmani abbassino il prezzo, pur di garantirsi la loro sopravvivenza politica. Anche perché c'è una carta su cui possono comunque sempre puntare: le divisioni nel fronte anti-Morsi. Che - esperienza insegna - è molto bravo a compattarsi nella protesta, molto meno nell'elaborare una proposta politica comune da contrapporre agli islamisti. Ancora ieri ha sì delegato a trattare il solito Mohammed El Baradei, l'ex capo dell'agenzia atomica internazionale. Poi però circolavano due o tre agende diverse su quanto avrebbe dovuto ottenere. Appaiono in ritirata gli islamisti oggi al Cairo; ma questo non significa ancora che abbiano perso sul serio.