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Edimar, famiglia dal cuore grande come la città

La storia di Mario Dupuis e di sua moglie, che dal lutto della figlia disabile sono partiti nel '95 per una storia di rinascita a contatto con i bisogni degli ultimi. "Vent'anni dopo gli inizi, ho capito quello che mi disse don Luigi Giussani prima della morte di mia figlia: pregate la Madonna che porti a compimento ciò che ha cominciato". Oggi a Padova carità fa rima con il sistema di accoglienza di Opera Edimar, con case famiglia, ragazze madri e profughi cristiani.

Una veduta di Edimar

Questa non è la storia di come un'opera può nascere, ma di come può risorgere: dell'eros che finisce, del limite che emerge e della tentazione di mollare, alla scelta di una fedeltà che sola può trasformarlo in agape, compiendolo in un modo forse inaspettato. È così che Mario Dupuis, fondatore dell'opera di accoglienza Ca' Edimar di Padova, sta cominciando a capire, vent'anni dopo gli inizi, quello che «mi disse don Luigi Giussani prima di morire: pregate la Madonna che porti a compimento ciò che ha cominciato». Mario non comprendeva quelle parole. Allora era il 2005 e Ca' Edimar era diventata un villaggio enorme «C'era tutto: due comunità di minori, una scuola di cucina con 120 iscritti. E ogni cosa mi pareva già compiuta». 

Mario si spiega rivelando l'origine di tutto: «Il sacrificio di mia figlia Anna, segnata sin dall'inizio della sua vita da un grave handicap psico-motorio e morta a 15 anni». Anna nasce nel 1980 e intorno a lei cominciano a gravitare tantissime persone, «facendoci scoprire un mondo di bisogni che non conoscevamo, non solo suoi, ma nostri, miei, di mia moglie e della mia famiglia. Lei metteva a nudo la necessità che abbiamo di essere salvati. L'esperienza di aiuto ricevuto dagli amici ci fece sperimentare una comunione con Cristo tanto bella da desiderare che continuasse, anzitutto per noi».

Così, quando Anna muore, nel 1995, una famiglia decide di andare a vivere vicino ai Dupuis per aprirsi all'accoglienza e nel 1996 nasce l'Associazione Edimar. «Cominciai ad incontrare per strada adolescenti bisognosi di aiuto, capendo che cercavano un punto stabile». Per cominciare Mario si rivolge all'associazione Padova Murialdo che aiuta i giovani in difficoltà: «All'inizio offrivamo ospitalità per qualche ora o giorno. Poi questa associazione ci chiese di prendere in mano una scuola-bottega».

Gli amici di Edimar accettano di rispondere alla sollecitazione: «I progetti erano fatti su misura a seconda della necessità di ogni singolo ragazzo. Ognuno veniva mandato in una bottega a imparare il lavoro che desiderava, chi parrucchiera, chi elettrauto... Eravamo arrivati ad aiutare circa 600 ragazzi». Nel 2001 poi nasce Ca' Edimar con l'apertura della prima “casa famiglia”, quando i Dupuis, insieme a una famiglia di amici, si trasferiscono in un vecchio casolare alla periferia di Padova restaurato con contributi pubblici e privati.

L'anno precedente, però, la legge Berlinguer sull'obbligo scolastico fino a 16 anni elimina i percorsi formativi liberi e flessibili e «siccome aumentava il numero di famiglie che si rivolgevano a noi, abbiamo dovuto ricorrere allo strumento formativo della Formazione Professionale Regionale». Nel 2004 nasce quindi la Scuola di Cucina e nel 2009 quella di panificazione. Ogni giorno circa 120 ragazzi entrano nel villaggio Ca' Edimar e imparano dal vivo il mestiere. La Regione lo ritiene un modello unico di formazione all’interno di un ambiente “familiare”, ma «non ha tenuto conto quando ha imposto una razionalizzazione dei Centri di Formazione, obbligando quelli piccoli ad aggregarsi a quelli più consistenti».

E così, con l'anno formativo 2013/2014, la Scuola di cucina e di panificazione chiude. «Ma ad un progetto finito non volevamo rispondere con un altro nostro: siamo nati per accogliere chi desidera vivere una vita in comune. Se Ca' Edimar doveva continuare dovevamo "attendere" e vedere se a qualcuno interessava il motivo per cui era nata». Sapendo che da tempo le mogli dei suoi figli desiderano vivere nel villaggio, Mario chiede loro se quell'idea persiste. Anna, sposata con il secondogenito di Mario, Andrea, spiega: «Lavoravo qui da anni, ma con mio marito abitavamo fuori, accogliendo chi aveva bisogno di una casa. E se da sempre desideravo vivere nel villaggio, le circostanze non lo avevano mai permesso».

La stessa vocazione segna Eleonora, moglie del primogenito Daniele: «Quando misi piede a Ca' Edimar, il freno a mano tirato sulla mia vita si sbloccò, qui trovai la conferma della verità che avevo dentro da sempre». Le tre famiglie quindi si uniscono prima ancora di sapere se sarebbero arrivate richieste di accoglienza. Perché «la chiamata non è all'accoglienza innanzitutto ma alla comunione». L'intuizione è chiara ma per comprenderla davvero «siamo dovuti passare nel fuoco», confessa Anna. La situazione per i due anni successivi si fa dura: «Stare costantemente insieme non è facile, ci si misura, si pretende: arrivammo a un livello di saturazione tale che a un certo punto scoppiammo tutti e vennero fuori il limite e le lamentele di ciascuno». Le tre famiglie pensano che sia la fine e invece... «fu la morte del nostro ego che fece emergere la comunione: fra noi c'era qualcosa di più forte del nostro male che ci attraeva e spingeva a rimanere».

Da quel momento cambia tutto: «Cominciammo a fidarci del fatto che i giudizi che emergono dal nostro ritrovarci in nome di un Altro sono più importanti dei nostri pareri». E in questo modo che, anche per Eleonora, è rinato tutto: «Ho ritrovato la presenza di Cristo nella comunione di tanti io che si riconoscono miseri ma suoi, Presenza che ti libera dal tuo male e dalla difficoltà delle circostanze, rendendoti capace di perdono reciproco e quindi di accogliere chi lo chiede».

È solo dopo questa fase di prova che al villaggio ricominciano ad arrivare nuove richieste d'aiuto. «Oggi - continua Mario - oltre alla “casa famiglia” che ospita nove ragazzi, vivono qui ragazze madri con bambini, persone che hanno perso beni e affetti a causa della crisi, profughi cristiani. Così, dentro Ca' Edimar, sono sorte tante case». Viene in mente lo sguardo di don Giussani «su mia figlia: la fissava interrogato come fosse un mistero inesauribile. Tanto che quando gli dissi che avremmo continuato l'esperienza dell'accoglienza dopo la sua morte mi rispose disarmandomi: “Era logico”. Cioè “era logico” che da un sacrificio simile nascesse un frutto.

C'è poi una cosa che non è mai venuta meno, negli anni semplici come in quelli difficili, «ed è l'orazione comunitaria la sera e la mattina con le lodi e con la preghiera in cappellina davanti al tabernacolo: "Dacci la forza di ricordarti presente in una compagnia di amici"». Le famiglie, oltre a trovarsi il mercoledì sera per la Messa in cappellina, cenano con tutte le persone ospitate il lunedì. Sempre il mercoledì si riuniscono per la Scuola di Comunità serale, insieme ad altri amici di Comunione e Liberazione e a persone nuove che si aggiungono.

A pranzo con la comunità si capisce poi un'altra richiesta di don Giussani a Mario: «Che questa opera sia visibile alla città». In cucina, infatti, con alcuni ragazzi c'è Simone, cuoco e musicista che ha deciso di dare il suo tempo libero per preparare le cene e i pranzi sociali ospitati da Ca' Edimar (nel 2015 sono state 1.500 le presenze tra visite di gruppi, feste di compleanno, cene di vari Club). Simone spiega che «da quando Daniele mi ha portato qui non sono più riuscito a venire via, è un'amicizia di cui non posso fare a meno». Questi momenti, continua Mario, «servono innanzitutto alla nostra fede: vedere che la carità diventa fonte di cultura nuova e quindi di testimonianza agli altri».

Mario guarda i ragazzi al tavolo, i suoi figli, le loro mogli e i nipoti, convinto che «in un momento duro in cui tutto sta crollando servono luoghi di vita comunionale, dove si cambia e impara a vivere per osmosi, e dove tanti "io" deboli insieme possono diventare una potenza, una risorsa per tutti, se è un Altro che li mette insieme». Antonio, 29 anni, siciliano racconta: «Sono arrivato qui nel 2001, ma circa dieci anni dopo sono ritornato a in Sicilia. Non è andata bene e  un anno fa ho chiesto di ritornare a Ca' Edimar. E' cambiata molto, ma ora è meglio: se prima vivevo in una bella comunità ora mi sento in famiglia».