Caso Mansouri, la "tastiera fumante" sulla scena del crimine
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Le reazioni contrapposte sul delitto di Rogoredo non attendono i risultati delle indagini sull'omicidio del 28enne marocchino e sulle responsabilità dell'assistente capo Cinturrino. La gravità del quadro e delle accuse impone di non trasformare un fatto giudiziario in rissa ideologica, tra giustizialismo e difese d'ufficio.
La vicenda che ha travolto l’assistente capo del commissariato Mecenate Carmelo Cinturrino impone uno sforzo di equilibrio, lontano tanto dalle difese d’ufficio in nome della divisa quanto dalle speculazioni ideologiche che trasformano un fatto giudiziario in una clava politica. Secondo le 18 pagine del decreto di fermo firmato dal procuratore di Milano Marcello Viola e dal pm Giovanni Tarzia, Cinturrino è accusato di omicidio volontario per aver «cagionato la morte» del 28enne marocchino Abderrahim Mansouri con un colpo di pistola «coscientemente e volontariamente diretto alla sagoma della vittima, in assenza di qualsivoglia causa di giustificazione». L’episodio risale al 26 gennaio, nel boschetto di Rogoredo, a Milano, area nota per lo spaccio, dove secondo la ricostruzione della Procura non vi sarebbe stata alcuna minaccia concreta tale da giustificare l’uso dell’arma.
La pistola finta rinvenuta accanto al cadavere, inizialmente indicata come prova della legittima difesa, sarebbe stata in realtà collocata dall’agente: il profilo genetico di Cinturrino è stato individuato in più punti dell’arma, mentre nessuna traccia riconducibile a Mansouri è emersa dagli accertamenti. La traiettoria del proiettile, secondo la preliminare analisi tecnica, indicherebbe che il giovane fu colpito mentre cercava una via di fuga, dopo aver compiuto un gesto come se volesse lanciare una pietra da una distanza di circa trenta metri, ritenuta incompatibile con una concreta possibilità di offesa nei confronti dei poliziotti.
L’indagine lampo della Squadra Mobile coordinata da Alfonso Iadevaia ha rapidamente messo in discussione la versione iniziale, anche grazie alle dichiarazioni di colleghi che in un primo momento avevano coperto l’operato dell’assistente capo e che successivamente, sentiti come indagati per favoreggiamento e omissione, hanno fornito un racconto diverso. Un testimone presente sul posto ha riferito che Mansouri non era armato, che teneva un telefono in una mano e una pietra nell’altra, che fu colpito mentre tentava di scappare e che cadde frontalmente, versione incompatibile con quella inizialmente fornita dagli agenti.
Decisivo è stato poi l’interrogatorio del 16 febbraio di un collega che si trovava a pochi metri dietro Cinturrino: ha raccontato di aver visto Mansouri alzare il braccio destro come per lanciare qualcosa, di aver percepito l’estrazione della pistola e di aver assistito allo sparo subito dopo che il giovane aveva cambiato direzione alla vista dell’arma puntata contro di lui.
L’uomo cadde a terra e, secondo il racconto, Cinturrino gli girò il corpo accorgendosi di averlo colpito. Subito dopo avrebbe ordinato al collega di andare in commissariato a prendere una valigetta, una borsa nera con lo stemma dell’Italia, dalla quale al ritorno avrebbe prelevato un oggetto nero, poi risultato essere la pistola finta trovata vicino al corpo. Altri agenti hanno dichiarato che, quando uscirono dalla boscaglia dopo aver sentito lo sparo, non videro alcuna arma accanto al ferito.
Un ulteriore elemento contestato è il ritardo nei soccorsi: secondo i pm, Cinturrino attese ventidue minuti prima di allertare la centrale operativa e il 118, nonostante Mansouri desse ancora segni di vita; la morte fu certificata alle 18.31 e dal verbale sanitario risulta che il giovane non morì sul colpo. Gli inquirenti leggono quel ritardo come funzionale a modificare la scena e a renderla compatibile con la tesi della legittima difesa. È stato inoltre riferito che nessuno dei due poliziotti intimò l’alt né gridò parole tali da qualificarsi come appartenenti alle forze dell’ordine prima dello sparo.
Resta da chiarire il movente, ma dagli atti emergono rapporti tesi pregressi e un quadro definito “allarmante” sui metodi di intervento dell’assistente capo nelle operazioni antidroga nei boschi di Rogoredo; allo stesso tempo, altri agenti hanno precisato che Mansouri non era un obiettivo specifico di servizi mirati, ma uno dei tanti soggetti presenti nell’area. Il fermo è stato motivato anche dal pericolo di fuga, considerata la possibilità per l’indagato di alloggiare tra Milano e Carpiano.
Sul piano politico, le reazioni non si sono fatte attendere: il leader della Lega Matteo Salvini ha richiamato la necessità di non lasciare soli gli uomini in divisa e di attendere gli sviluppi giudiziari prima di trarre conclusioni definitive, mentre esponenti di altre forze hanno sottolineato la gravità delle accuse e l’esigenza di piena trasparenza.
È proprio qui che si misura la maturità di una comunità: evitare di trasformare un’indagine in una condanna anticipata o, al contrario, in una crociata contro la magistratura. La fiducia nelle forze dell’ordine è un pilastro dello Stato di diritto, ma lo è altrettanto la fiducia nel controllo di legalità esercitato dalla magistratura. Se le accuse saranno confermate, si tratterà di un tradimento grave del mandato affidato a un servitore dello Stato; se invece il processo dovesse offrire letture diverse, sarà altrettanto doveroso prenderne atto.
Nel frattempo, l’unico atteggiamento responsabile è quello che tiene insieme rispetto per la divisa e rispetto per la vita umana, rifiutando tanto l’estremismo giustizialista quanto quello corporativo, perché solo nell’equilibrio tra sicurezza e diritti si fonda la credibilità delle istituzioni e la coesione sociale.

