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La situazione

Israele, cristiani sotto attacco. In Cisgiordania nuove violenze dei coloni

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Atti vandalici contro la Chiesa della Visitazione ad Ain Karem, con scritte anticristiane. In Cisgiordania bruciato l’ingresso di una moschea. I coloni agiscono indisturbati e l’esercito israeliano rade al suolo altre case di palestinesi. Nel silenzio delle istituzioni internazionali.

Esteri 24_02_2026
La moschea di Abu Bakr al-Siddiq, 23/02/2026 (Ap via LaPresse)

Cristiani ancora sotto attacco. Nuovi atti vandalici hanno colpito uno dei luoghi più significativi della tradizione cristiana in Terra Santa. Nei giorni scorsi, alcune scritte sono apparse sul muro esterno della Chiesa della Visitazione, ad Ain Karem, un quartiere situato nella parte occidentale di Gerusalemme, a pochi chilometri dallo Yad Vashem. Le frasi in ebraico: “Cristiani fuori”, “Vendetta”, “Davide re d'Israele vive e resiste”, “Il messia è qui”, tracciate con vernice rossa durante le ore notturne, sono state notate da residenti e pellegrini al mattino e immediatamente segnalate alle autorità. Le scritte offensive hanno suscitato sdegno nella comunità locale e tra i responsabili del santuario, meta ogni anno di migliaia di fedeli provenienti da tutto il mondo.

La Chiesa della Visitazione, costruita sul luogo che la tradizione identifica come la casa di Elisabetta e Zaccaria e legata all’episodio evangelico dell’incontro tra Maria e la cugina, rappresenta uno dei principali punti di riferimento spirituali del quartiere collinare di Ain Karem. «Israele è l'unico Paese del Medio Oriente in cui i cristiani possono praticare la loro fede con pieni diritti e in totale libertà»: queste le parole pronunciate dal primo ministro Benjamin Netanyahu alla vigilia di Natale dello scorso anno, diffuse attraverso un videomessaggio rivolto sia ai cittadini israeliani che alla comunità internazionale. Ma il recente episodio riaccende l’attenzione sulla sicurezza dei luoghi religiosi a Gerusalemme, dove, nelle ultime settimane, si sono registrati altri casi di danneggiamenti a edifici sacri appartenenti a diverse confessioni.

I capi delle Chiese di Gerusalemme hanno diffuso recentemente un documento, dopo l’attacco di coloni estremisti alla comunità di Taybeh, unico centro totalmente cristiano della Palestina. «Queste azioni rappresentano una minaccia diretta e intenzionale, prima di tutto per la nostra comunità locale – si legge nel documento – ma anche per il patrimonio storico e religioso dei nostri antenati e dei luoghi santi. Di fronte a tali minacce, il più grande atto di coraggio è continuare a chiamare questo luogo “casa”». In Terra Santa, la comunità cristiana ha sempre rappresentato una minoranza, una presenza numericamente esigua ma animata da una profonda passione e mai scomparsa dal panorama storico e sociale della regione. Nonostante le numerose difficoltà e i cambiamenti, i cristiani sono chiamati oggi a svolgere un ruolo di alto profilo: offrire una testimonianza di fede autentica, mantenere una presenza viva, innamorata delle proprie radici e delle proprie convinzioni.

I coloni agiscono ormai indisturbati nel silenzio più totale del governo guidato da Netanyahu. Ieri mattina, lunedì 23 febbraio, un nuovo episodio di violenza ha scosso la Cisgiordania: la moschea di Abu Bakr al-Siddiq, situata nel villaggio di Tell, a sud di Nablus, è stata data alle fiamme e deturpata con scritte minacciose in ebraico. Secondo le prime ricostruzioni, l’attacco porta la firma di coloni israeliani estremisti. Immagini diffuse dai media palestinesi mostrano l’ingresso della moschea completamente bruciato, mentre sulle pareti si leggono inequivocabili messaggi di “vendetta”. Il Ministero per le Dotazioni Religiose dell’Autorità Nazionale Palestinese ha condannato con fermezza l’attacco, sottolineando in una nota come «il tentativo di incendiare la moschea mostra palesemente la barbarie a cui è giunta la macchina razzista israeliana di istigazione contro i santuari musulmani e cristiani in Palestina».

Non solo gli attacchi ai cristiani e ai musulmani, ma anche una lenta e chirurgica cancellazione di un ipotetico Stato della Palestina. Nel cuore della Cisgiordania settentrionale, la vita di centinaia di famiglie palestinesi è stata sconvolta dall’ennesima operazione militare. A Nur Shams, campo profughi situato nelle vicinanze di Tulkarem, l’esercito israeliano ha raso al suolo venticinque edifici residenziali. Le case demolite ospitavano decine di famiglie, già sfollate in passato, per le quali il ritorno alla normalità appare oggi un miraggio sempre più lontano. L’intervento delle ruspe delle forze israeliane ha azzerato un intero quartiere, cancellando gli edifici, ma anche la memoria collettiva di una comunità. Ricordi, storie e relazioni sono stati spazzati via insieme alle abitazioni, lasciando spazio solo a macerie e a un senso di vuoto difficile da colmare. Il dramma si consuma nel silenzio delle istituzioni internazionali e delle cancellerie europee, che osservano senza intervenire, mentre la situazione sul campo si aggrava di giorno in giorno. Nonostante le continue manifestazioni e le richieste dei residenti di poter fare ritorno nelle proprie case, gli accessi ai campi di Tulkarem e Nur Shams restano chiusi, sbarrati da cumuli di terra che impediscono ogni rientro. Situazione destinata a peggiorare una già preesistente crisi umanitaria.

Ma non è tutto. Nel cuore del quartiere palestinese di Jabal Jalles, nella città di Hebron, importante centro della Cisgiordania meridionale, la tensione torna a salire dopo che un gruppo di coloni ha posto sotto sequestro cinque edifici di proprietà palestinese, proclamando unilateralmente la nascita di un nuovo insediamento. Secondo testimonianze raccolte tra i residenti, la vigilia dell’occupazione è stata segnata da un’operazione militare delle forze israeliane (Idf) contro gli abitanti del quartiere, durante la quale decine di persone sono state arrestate. Un clima di paura e incertezza si è diffuso tra la popolazione civile, posta sotto il controllo diretto delle autorità militari israeliane. L’organizzazione anti-occupazione, Peace Now, ha dichiarato che al momento non è chiaro se l’atto di occupazione abbia ottenuto l’autorizzazione ufficiale e sottolinea che episodi simili si sono già verificati in passato: gruppi di coloni sono entrati in diverse abitazioni di Hebron senza permessi, prima dell’avvio delle procedure di registrazione e, in alcuni casi, tramite la falsificazione di documenti. Così, tra la polvere delle case abbattute e la flebile speranza, che comunque resiste, si consuma il dramma di un popolo costretto a vivere sospeso, in attesa di un futuro che appare ogni giorno sempre più incerto.