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E ora Francesco attacca i “fissati” con il sesto comandamento

La Civiltà Cattolica ha pubblicato i contenuti del dialogo tra Bergoglio e una rappresentanza di gesuiti, tenutosi il 5 settembre durante il viaggio apostolico in Mozambico. Il papa si è detto “assediato” e ha chiesto preghiere. E si è scagliato ancora contro quello che chiama “clericalismo”, facendo cenno a un “grande gesuita” (non nominato), che gli avrebbe detto della minore gravità di gola e lussuria.

Proselitismo, clericalismo e xenofobia nel mirino del papa. Francesco a tutto campo nella conversazione avuta lo scorso 5 settembre in Mozambico con una rappresentanza di gesuiti locali guidati dal provinciale, padre Chiedza Chimhanda.

I contenuti del dialogo avvenuto in Nunziatura in occasione dell’ultimo viaggio apostolico del pontefice sono stati pubblicati ieri sulla Civiltà Cattolica. Rispondendo alle domande, Bergoglio ha raccomandato ai membri della Compagnia di “insegnare ad avere pazienza”, specialmente in una nazione in cui c’è “bisogno di unità, di riconciliazione”. Il papa ha avvertito che “in ogni caso il gesuita non deve dividere”.

Francesco è ritornato poi sulla differenza tra evangelizzazione e proselitismo, pronunciando parole di condanna nei confronti di quest’ultimo: “Il proselitismo non è cristiano”, secondo il pensiero di Bergoglio, perché è “incapace di creare un percorso religioso in libertà” e fa sì che l’io sia protagonista, mentre nell'evangelizzazione è Dio ad esserlo. “Il proselitismo ti dà una dipendenza servile, di coscienza, e sociale. L’evangelizzazione ti dà una dipendenza «paterna», cioè ti fa crescere e ti libera”. Il papa ha invitato inoltre a non considerare il proselitismo come un problema esclusivo delle sette ‘evangeliche’: “Non solamente nelle sette, ma anche all’interno della Chiesa cattolica ci sono gruppi fondamentalisti”.

Ancora in merito al confronto tra evangelizzazione e proselitismo, poi, il papa ha confessato di essere rimasto amareggiato da una scena avvenuta durante l’incontro con i giovani a Maputo. “Una signora mi ha avvicinato con un giovane e una giovane. Mi è stato detto che facevano parte di un movimento un po’ fondamentalista. Lei mi ha detto in perfetto spagnolo: «Santità, vengo dal Sudafrica. Questo ragazzo era indù e si è convertito al cattolicesimo. Questa ragazza era anglicana e si è convertita al cattolicesimo». Ma me lo ha detto in maniera trionfale, come se avesse fatto una battuta di caccia con il trofeo. Mi sono sentito a disagio e le ho detto: «Signora, evangelizzazione sì, proselitismo no»”.

Per ribadire il suo concetto, il pontefice ha raccomandato ai gesuiti di leggere l’articolo scritto a quattro mani da padre Antonio Spadaro e da Marcelo Figueroa, un presbiteriano da lui voluto alla direzione dell’edizione argentina dell’Osservatore Romano. Lo scritto, pubblicato dalla Civiltà Cattolica nel 2017 con il titolo “Fondamentalismo evangelicale e integralismo cattolico. Un sorprendente ecumenismo”, aveva provocato un ampio dibattito internazionale per le bordate al neoconservatorismo a stelle e strisce, con quei riferimenti a una presunta “tentazione suadente di un’allean­za spuria tra politica e fondamentalismo religioso” che gli autori riscontrerebbero “in alcuni governi degli Stati Uniti degli ultimi decenni” (quelli di Ronald Reagan, George W. Bush e Donald Trump).

Le ripetute citazioni fatte dal papa in occasione dell’incontro in Nunziatura sembrano lasciar intendere una sua condivisione del contenuto di un articolo che, specialmente oltreoceano, aveva generato non pochi “mal di pancia”. E l’incontro con i gesuiti è avvenuto proprio durante l’ultimo viaggio apostolico, apertosi con il papa che si dichiarava onorato di essere attaccato dagli americani, in riferimento a un presunto tentativo di sabotare il suo pontificato portato avanti da ambienti conservatori degli Stati Uniti.

Replicando a una domanda specifica, Francesco ha poi spiegato che l’elezione al soglio pontificio non lo ha cambiato: “Io resto sempre lo stesso di prima”, ha detto, confessando di parlare al Signore come prima. “E poi commetto gli stessi peccati di prima. L’elezione a Papa non mi ha convertito di colpo, in modo da rendermi meno peccatore di prima. Io sono e resto un peccatore. Per questo mi confesso ogni due settimane”. Ha ammesso di avere consapevolezza del maggior senso di responsabilità, pur avendo a che fare sempre con le stesse tentazioni e gli stessi peccati di prima. A tal proposito, il pontefice ha citato l’episodio dell’incidente ad Antiochia tra Paolo e Pietro, sostenendo che “leggere dell’ipocrisia di Pietro mi conforta tanto e mi mette in guardia. Soprattutto mi aiuta a capire che non c’è alcuna magia nell’essere eletto papa”, perché “il conclave non funziona per magia”.

Bergoglio è poi tornato a puntare l’indice contro il clericalismo, definito “una vera perversione della Chiesa” che “pretende che il pastore stia sempre davanti, stabilisce una rotta, e punisce con la scomunica chi si allontana dal gregge”. Dalla condanna del clericalismo è passato, poi, a quella della cosiddetta rigidità, giudicata una “conseguenza” del primo. In questo senso, il pontefice ha riservato un nuovo ‘affondo’ a quello che ritiene essere il modello del sacerdote rigido: “Non avete mai visto giovani sacerdoti tutti rigidi in tonaca nera e cappello a forma del pianeta Saturno in testa? Ecco, dietro a tutto il rigido clericalismo ci sono seri problemi. Ho dovuto intervenire di recente in tre diocesi per problemi che poi si esprimevano in queste forme di rigidità che nascondevano squilibri e problemi morali”.

A proposito di morale, Bergoglio ha anche detto che “una delle dimensioni del clericalismo è la fissazione morale esclusiva sul sesto comandamento”, quello che richiama la purezza. Secondo il papa, che ha tirato in ballo quanto dettogli da un “grande gesuita”, non nominato, “i peccati più gravi sono quelli che hanno una maggiore ‘angelicità’: orgoglio, arroganza, dominio... E i meno gravi sono quelli che hanno minore angelicità, quali la gola e la lussuria”.

A suo dire, la Chiesa avrebbe bisogno di una “profonda conversione” in quanto si concentrerebbe troppo sul sesso e troppo poco, invece, sulle menzogne e i pettegolezzi. Rispondendo a un’altra domanda, Francesco ha confessato di sentirsi “molto assediato” e di aver bisogno continuamente di “chiedere l’elemosina della preghiera”. Mentre, sulla presunta “xenofobia dilagante” tirata in ballo dal quesito di uno dei presenti, il papa ha rivelato di considerarla parte di “una mentalità populista che non lascia sovranità ai popoli”. Secondo Francesco, “la xenofobia distrugge l’unità di un popolo, anche quella del popolo di Dio”.

Il pontefice è poi passato a dare la sua idea di popolo: “Quelli che sono nati in un medesimo Paese, non importa che abbiano radici in un altro luogo o siano di etnie differenti”. Un’osservazione per criticare chi è mosso dalla tentazione di considerare “un Paese come se fosse una sala operatoria, dove tutto è sterilizzato: la mia razza, la mia famiglia, la mia cultura… come se ci fosse la paura di sporcarla, macchiarla, infettarla”. Costoro, secondo il pontefice, vorrebbero bloccare il “meticciato”, definito un “processo così importante che dà vita ai popoli”. “Costruire muri significa condannarsi a morte. Non possiamo vivere asfissiati da una cultura da sala operatoria, asettica e non microbica”.

Prima delle battute finali, Bergoglio ha voluto lasciare un monito ai gesuiti incontrati: “Dobbiamo difenderci da una identità che sia ideologica”, perché “l’ideologia ci fa perdere l’identità”.