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islamo-comunismo

E gli islamisti si intestano la vittoria del NO

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I soliti Baya e Piccardo esultano per la vittoria del NO e attribuiscono all'Islam politico un ruolo nel risultato. A braccetto con la Sinistra inneggiano alla shari’a e festeggiano la bocciatura della riforma costituzionale.

Politica 27_03_2026

«Il voto degli islamici è stato decisivo». In questa sentenza di Davide Piccardo, già coordinatore del CAIM e oggi voce autorevole del giornalismo d’area islamica, non vi è solo una rivendicazione numerica, ma il manifesto politico di una comunità che ha deciso di uscire dal cono d’ombra per farsi argine e dissenso. «Gli italiani, e soprattutto i giovani, hanno mandato un messaggio chiarissimo a questo governo: siete complici del Genocidio a Gaza, spendete i nostri soldi per le guerre della NATO e manca poco che ci trascinate in una guerra contro l’Iran per conto di Israele e del suo progetto criminale. Nel frattempo il popolo combatte con l’inflazione, il caro vita, il disfacimento di scuola e sanità, i salari da fame, le case inaccessibili e la disoccupazione mentre le banche fanno profitti record. Il messaggio è semplice: siete inetti e servi e dovete andare a casa», aggiunge Piccardo.

Per lui, il voto degli islamici è stata una forza d’urto consapevole, una barricata contro un esecutivo accusato di alimentare l’islamofobia e di rendersi moralmente complice dei massacri in Medio Oriente. La valanga di No, dunque, aveva questa precisa matrice: la riforma della giustizia è stata solo il paravento tecnico di una prova di forza identitaria.

Davide Piccardo è figlio d’arte e intellettuale musulmano di nuova generazione, ha ereditato il testimone dal padre, Hamza Roberto — figura storica dell’islam italiano, traduttore del Corano in italiano e pilastro dell’UCOII. Se il padre fu tra i fondatori della European Muslim Network di Tariq Ramadan — fino a ieri l’eminenza grigia dell’islam europeo, oggi condannato a 18 anni di carcere per stupro —, il figlio Davide, classe 1982, voce storica della sinistra ecologista milanese, e già candidato con SEL a sostegno di Giuliano Pisapia, ha saputo trasformare la militanza in una raffinata analisi geopolitica attraverso la direzione de La Luce News, una testata giornalistica online focalizzata su Medio Oriente, diritti civili e questioni legate alla comunità islamica in Italia.

Per Piccardo il NO non è mai stato per entrare nel merito della riforma della giustizia, ma l’unico strumento politico per frenare quella che per la comunità islamica italiana è «la deriva autoritaria e islamofoba del Governo Meloni». Infatti, in un video lanciato alla sua comunità via social, il signor Piccardo, spiega chiaramente come il voto dei musulmani «riguarda chi ha il potere di fermare il Governo quando sbaglia».

Infatti, legando a doppio filo il referendum come strumento per punire il Governo, diceva: «"Vogliamo espellere i musulmani" — come l’imam Shahin —, ci dicevano, "e i magistrati ce lo impediscono"; "vogliamo fermare chi protesta per la Palestina, ma i soliti magistrati bloccano tutto!". Ma noi ci fidiamo di chi ha proposto questa riforma? Meloni, Salvini, Tajani? Persone che ogni giorno alimentano l’islamofobia, gente politicamente e moralmente complice del genocidio a Gaza. Io voto NO e anche voi dovreste farlo».

Ecco che, in questa saldatura, il voto della comunità musulmana è emerso come il vero elemento di rottura, un blocco monolitico che ha cambiato il destino del referendum. 

Lo ha confermato anche l’imam di Torino. Là dove la propaganda per il No ha trovato il suo epicentro nella moschea Taiba di via Chivasso, Brahim Baya, portavoce della struttura e segretario nazionale dell’associazione Partecipazione e Spiritualità Musulmana (Psm), ha trasformato la consultazione in una crociata digitale e di piazza. Influencer della causa anti-Israele e sodale di Hannoun, Baya ha utilizzato i propri canali social per blindare il voto della comunità, postando l’immagine della scheda elettorale pronta per il segno sul “No”, aggiungendo: «Mentre nel mondo c’è chi vive sotto le bombe, qui abbiamo ancora la possibilità di scegliere. E questa possibilità non è scontata. Oggi non si vota solo una riforma. Si decide da che parte stare. Io ho scelto, anche per Gaza». Per Baya, il verdetto delle urne non è che l’epilogo naturale di una mobilitazione nata dall’«arroganza» di un esecutivo etichettato come nemico. In un video di esultanza, a poche ore dall’esito referendario, il controverso imam ha voluto ringraziare per la vittoria del no in particolare i più giovani e i «nuovi cittadini», rivendicando con forza la natura politica della battaglia: «Non è un punto di arrivo, ma l’inizio. Adesso bisogna andare fino in fondo. Free Palestine». È il grido di chi vede nel risultato elettorale lo strumento per colpire un Governo considerato islamofobo.

I numeri, d’altronde, confermano il peso della nuova variabile democratica. Con quasi 1,4 milioni di cittadini italiani musulmani con diritto di voto, la maggior parte dei quali di origine nordafricana o balcanica, la comunità islamica ha smesso di essere un corpo estraneo alle dinamiche elettorali. Si tratta di una base elettorale che vale il 5%. E se fino a ieri la partecipazione era limitata alle amministrative, oggi la consapevolezza politica illustrata da figure come Piccardo e Baya dimostra che il voto musulmano è diventato un blocco di potere reale, capace di farsi parte responsabile — e decisiva — del presente e del futuro dell’Italia.

Ecco che il recente referendum sulla riforma della giustizia ha segnato il punto di non ritorno, rivelando come la mobilitazione della comunità musulmana sia stata capace di superare, per compattezza e zelo, persino le storiche organizzazioni sindacali come la CGIL di Maurizio Landini. 

L’Italia si riscopre oggi riflessa nello specchio della Francia di pochi anni fa, prigioniera dello stesso paradosso: una democrazia che, per eccesso di accoglienza e calcoli elettorali della sinistra, ha alimentato una forza che mira a sovrapporre un codice di valori alternativo e incompatibile ai principi universali dell’Occidente. È un cortocircuito grottesco, dove gli strumenti della libertà democratica vengono utilizzati per scardinarne le fondamenta, inneggiando a una shari’a che ne rappresenta l’esatta negazione: non a caso, tra i commenti di chi ha festeggiato l’esito referendario, capeggiava lo slogan esplicito «adesso shari’a». 

L’esperienza transalpina ha già ampiamente dimostrato come l’islam politico, procedendo a braccetto con la sinistra extraparlamentare e settori della sinistra parlamentare estrema, a caccia di consensi, sia capace di compromettere definitivamente la tenuta sociale del Paese. È il fenomeno dell’islamo-gauchisme, un’alleanza che ha già prodotto fratture sociali insanabili e “territori perduti” alla Republique.  

Se in Francia questo sodalizio ha già celebrato successi straordinari, in Italia assistiamo a un embrione che cresce, lento ma inesorabile.