• VERSO LA BEATIFICAZIONE/3

E Giovanni Paolo II fece rifiorire la dottrina sociale

Messa in sordina dopo il '68, con lui
la non-terza via della Chiesa venne finalmente rimessa al centro della rfilessione e dell'evangelizzazione.

Giovanni Paolo II

Il 15 maggio 1981 il Papa avrebbe dovuto pronunciare un discorso commemorativo del 90° anniversario dell’enciclica Rerum novarum (1891) con la quale il suo predecessore Leone XIII (1878-1903) aveva trattato la “questione operaia”, sorta in seguito alla rivoluzione industriale e allo smembramento del sistema corporativo, e quindi alla nascita di un capitalismo primitivo che non tutelava i diritti degli operai e li esponeva al rischio di essere fagocitati dalla propaganda marxista. La Rerum novarum rappresentò anche l’inizio del tentativo di organizzare i diversi interventi pontifici in materia sociale in un corpo dottrinale, che poi si chiamerà appunto dottrina sociale della Chiesa.
L’attentato subito dal Papa in piazza san Pietro il 13 maggio glielo impedì e il discorso venne letto al suo posto dal segretario di Stato card. Agostino Casaroli (1914-1998).

Il fatto di tenere un discorso in questa ricorrenza era già di per sé significativo. Per anni, nel periodo successivo al Concilio Vaticano II (1962-1965) e dopo il Sessantotto, la dottrina sociale era stata oscurata all’interno del mondo cattolico.
Il rifiuto della dottrina sociale aveva una sua logica nel ragionamento di chi voleva fare del Concilio Vaticano II una svolta rivoluzionaria che ponesse fine a quella che sprezzantemente negli ambienti progressisti veniva chiamata “Chiesa costantiniana”, dal nome dell’imperatore Costantino (274-337) che permise libertà alla Chiesa dopo i primi tre secoli di persecuzione e in qualche modo cominciò a legare il mondo romano a quello cristiano. Costoro auspicavano una Chiesa disincarnata, “pura” e lontana dagli affari e dalla politica, che dopo aver fatto una radicale “scelta religiosa” non avrebbe avuto più bisogno di una dottrina sociale.

Forse i critici della dottrina sociale avevano frainteso e creduto che la dottrina sociale fosse un’ideologia in competizione con le altre dell’epoca, oppure ritenevano che fosse il programma di cui i partiti d’ispirazione cristiana avevano bisogno per presentarsi alle competizioni elettorali. E senz’altro ci furono comportamenti che scandalizzarono riducendo l’immagine della Chiesa a un partito ideologico in conflitto con altri; in parte questi fraintendimenti erano inevitabili come inevitabile è, nella vita di una qualsiasi comunità, la presenza di esempi edificanti e di altri negativi, tuttavia altro dicevano i documenti della dottrina sociale che erano seguiti alla Rerum novarum.
La Chiesa aveva colto un mutamento epocale nel corso del XIX secolo, da un punto di vista strutturale con il passaggio da una società agricola a una industriale, e da un punto di vista culturale con la nascita e la diffusione delle ideologie. Con la dottrina sociale, la Chiesa aveva voluto fornire ai fedeli uno strumento per riflettere e giudicare gli avvenimenti di un mondo sempre più “segnato” dalle “cose nuove”. Proprio durante il pontificato di Giovanni Paolo II la dottrina sociale avrebbe finalmente ricevuto una definizione importante, in qualche modo definitiva, nella seconda delle tre encicliche sociali, la Sollicitudo rei socialis (1987):

«La dottrina sociale della Chiesa non è una “terza via” tra capitalismo liberista e collettivismo marxista, e neppure una possibile alternativa per altre soluzioni meno radicalmente contrapposte: essa costituisce una categoria a sé. Non è neppure un'ideologia, ma l'accurata formulazione dei risultati di un'attenta riflessione sulle complesse realtà dell'esistenza dell'uomo, nella società e nel contesto internazionale, alla luce della fede e della tradizione ecclesiale. Suo scopo principale è di interpretare tali realtà, esaminandone la conformità o difformità con le linee dell'insegnamento del Vangelo sull'uomo e sulla sua vocazione terrena e insieme trascendente; per orientare, quindi, il comportamento cristiano. Essa appartiene, perciò, non al campo dell'ideologia, ma della teologia e specialmente della teologia morale (Sollicitudo rei socialis, 41)»

Dopo il discorso “non pronunciato” del giorno dell’attentato, la ripresa della dottrina sociale sarebbe continuato con la terza enciclica di Giovanni Paolo II, la prima dedicata al tema della dottrina sociale. Il 14 settembre 1981, nel 90° della Rerum novarum, Giovanni Paolo II firmava la Laborem exercens, sul lavoro umano.
Essa contribuisce innanzitutto a ricordare che cosa è la dottrina sociale rispetto all’insegnamento della Chiesa: «La dottrina sociale della Chiesa, infatti, trova la sua sorgente nella Sacra Scrittura, a cominciare dal Libro della Genesi e, in particolare, nel Vangelo e negli scritti apostolici. Essa appartenne fin dall'inizio all'insegnamento della Chiesa stessa, alla sua concezione dell'uomo e della vita sociale e, specialmente, alla morale sociale elaborata secondo le necessità delle varie epoche. Questo patrimonio tradizionale è poi stato ereditato e sviluppato dall'insegnamento dei Pontefici sulla moderna “questione sociale”, a partire dall'Enciclica Rerum Novarum» (Laborem exercens, 3).

L’enciclica ha come tema il lavoro umano, in particolare esaminato attraverso la sua dimensione soggettiva. Distinguendo l’aspetto oggettivo da quello soggettivo del lavoro, il Papa vuole innanzitutto ricordare che la questione più importante è il soggetto che lavora, che appunto è una persona. Da questo punto di vista, l’enciclica sottolinea l’apporto introdotto dal cristianesimo nel mondo antico, diviso in ceti e nel quale era contemplata la schiavitù.
L’enciclica denuncia anche gli errori del primitivo capitalismo, nato in seguito alla diffusione dei principi della Rivoluzione del 1789 in Francia e poi in Europa, nel corso del XIX secolo, con l’instaurarsi degli Stati nazionali e liberali e la soppressione del sistema sociale di tipo corporativo. Il sistema politico di allora favoriva e proteggeva i possessori del capitale, ma non garantiva adeguatamente i lavoratori. Nacque così la “questione operaia”: di fronte a una situazione di oggettiva ingiustizia sociale sorsero movimenti di operai per difendere i propri diritti, ma con il tempo a capo di questi movimenti riuscì a innestarsi il marxismo per mezzo dei partiti socialisti e dopo il 1848 del partito comunista pensato da Marx ed Engels appunto con il Manifesto del 1848. Venne così l’epoca della lotta di classe, del conflitto ideologico fra liberalismo, inteso come ideologia del capitalismo, e marxismo, inteso come ideologia del socialismo e del comunismo.

Sarà quindi l’enciclica Centesimus annus a definire con ancora maggiore precisione i contenuti della dottrina sociale. Scritta a cento anni dalla celebre Rerum novarum, nell’anno 1991, che il Papa vorrà “Anno della Dottrina sociale della Chiesa”, e dopo due anni dalla caduta del Muro di Berlino, si tratta di un documento assai articolato che non si limita a enunciare alcuni principi, ma cerca anche di proporre un’analisi della società dopo gli eventi del 1989.
La dottrina sociale della Chiesa viene anzitutto inserita nel programma di una nuova evangelizzazione: «La “nuova evangelizzazione”, di cui il mondo moderno ha urgente necessità e su cui ho più volte insistito, deve annoverare tra le sue componenti essenziali l'annuncio della dottrina sociale della Chiesa, idonea tuttora, come ai tempi di Leone XIII, ad indicare la retta via per rispondere alle grandi sfide dell'età contemporanea, mentre cresce il discredito delle ideologie. Come allora, bisogna ripetere che non c'è vera soluzione della “questione sociale” fuori del Vangelo e che, d'altra parte, le “cose nuove” possono trovare in esso il loro spazio di verità e la dovuta impostazione morale» (Centesimus annus, 5)

Il fatto è importante. Un certo modo intimistico ed esclusivamente esistenziale di concepire il cristianesimo veniva definitivamente denunciato e superato, senza contrapposizioni, ma nell’ottica, così profondamente evangelica, dell’et et. Il cristianesimo è per la felicità della persona, anzitutto quella eterna, ma questa felicità non può essere raggiunta prescindendo dai rapporti con gli altri, dalla natura sociale della persona e dunque dal tentativo di costruire una società migliore, secondo il piano di Dio, che renda gloria al Signore e aiuti le persone a vivere meglio. L’annuncio della dottrina sociale diventa così essenziale, anche se purtroppo l’esperienza dimostra come sia ancora completamente assente nella vita pastorale delle parrocchie e della maggioranza delle altre strutture organizzate del mondo cattolico.

Bisogna anche riconoscere come una grande battaglia culturale sia stata condotta contro la dottrina sociale e soprattutto contro la prospettiva che la fede debba generare una cultura che poi, se riceve il consenso dei popoli, diventa una civiltà. Per decenni, nel post Concilio, l’«ideologia di cristianità», come veniva chiamata soprattutto, in Italia, dalla scuola dossettiana di Bologna, la “pretesa” che dalla fede nasce una cultura che genera una civiltà, è stata considerata il vizio peggiore che un cattolico potesse avere. Se i cristiani non dovevano giudicare la storia e attorno a questi giudizi costruire la loro convivenza (con tutti gli adattamenti dovuti a una società pluralista), la dottrina sociale non aveva ragione di esistere. E così venne abbandonata. Chi si avventurava a pronunciare soltanto questa parola negli anni Settanta del secolo XX veniva additato e guardato con una sorta di commiserazione, quasi fosse un sopravvissuto di un’altra epoca della storia.
Per questo il rilancio della dottrina sociale produsse l’effetto di un’autentica liberazione, come se la verità per anni sepolta o vituperata riuscisse finalmente a ritrovare il suo giusto posto.

Naturalmente, questo non significa che non siano sorti altri problemi. Oggi, dopo quasi tre decenni dalla “liberazione”, la dottrina sociale è rientrata certamente nel numero delle parole pronunciabili, ma non viene ancora né studiata, né insegnata come pur sarebbe auspicabile. Un grande passo avanti è comunque stato compiuto.