• IL CRITICO DEL KITSCH

Dorfles e il peccato del cattivo gusto

Il 12 aprile di 110 anni fa nasceva il critico d’arte Gillo Dorfles, autore del libro “Il Kitsch. Antologia del cattivo gusto”. La sua riflessione è utile anche in campo ecclesiale. Un tempo l’educazione al buon gusto veniva svolta dalla Chiesa, che educava anche attraverso l’arte e la musica. Ma, con la crisi di fede, pure arte e musica sacra sono divenute vittime del kitsch.

L’occasione di riflettere sul cattivo gusto ci viene dall’anniversario dei 110 anni dalla nascita di Gillo Dorfles (12 aprile 1910-2 marzo 2018), critico d’arte di grande importanza nel secolo scorso e anche in questo, essendo stato benedetto con una lunga vita e con la possibilità di poter fare esperienza di periodi artistici più disparati. Chi scrive non può certamente dirsi in accordo con tutte le idee di questo illustre critico, certamente non con l’apologia di certa arte contemporanea. Ma c’è un concetto che mi sembra importante mettere in luce, e che lui ha identificato con la parola “kitsch”, quello del cattivo gusto.

Camillo Langone, nel 2018, gli ha dedicato un articolo sul Foglio in cui tra l’altro affermava: «Dorfles è stato innanzitutto l’autore de “Il Kitsch. Antologia del cattivo gusto” col quale importò (dalla Germania), sistemò e ampliò un concetto che giustamente ebbe fortuna. Grazie a quel libro mi divennero inguardabili il turismo, i soprammobili, le sette, i mobiletti, e seppi che l’estetica svela l’etica. Il capitolo sul Kitsch religioso è alla base della mia crociata contro le candele elettriche: non un innocuo squallore bensì “una colossale perdita di sostanza teologica”».

L’educazione al buon gusto non è un elemento secondario della nostra formazione, ma ne è un elemento che si può dire essenziale. Un tempo questa educazione veniva svolta anche dalla Chiesa, che si serviva anche di grandi artisti per educarci ad ascoltare i suoni, a vedere le immagini, ad interpretare le forme, proprio perché, come diceva il grande direttore d’orchestra rumeno Sergiu Celibidache, “dietro la bellezza c’è la verità”. Quindi, educare al gusto non è solo un vizio estetico ma un dovere etico. La bellezza è ‘elitaria’ non nel senso gnostico – cioè fatta solo per poche persone – ma nel senso che essa è plasmata da poche persone preparate per la creazione di bellezza musicale, pittorica, architettonica e via dicendo affinché ne beneficino tutti.

Se un certo popolo semplice si serve anche di elementi devozionali che si possono ascrivere al kitsch, non dobbiamo sorprenderci e neanche rammaricarci, se sappiamo che comunque a sua e nostra disposizione c’è anche il riferimento positivo della grande arte e della grande musica sacra. Nel suo libro Ipotesi su Maria, Vittorio Messori riporta una dichiarazione di André Frossard, che diceva: “L’Aldilà, creda a me, sarà una bella sorpresa per i sapienti sofisticati. Non solo scopriranno che un Altro Mondo esiste davvero, ma si troveranno a essere bersaglio della benevola quanto splendida ironia del Dio cristiano. Credo proprio, infatti, che quegli schizzinosi signori troveranno nel loro paradiso tutto ciò che in vita li aveva fatti inorridire: le bottiglie in plastica a forma di Madonna, le bocce con il santuario e la neve quando si scuotono, le immagini di Maria e dei santi popolani da attaccare al cruscotto dell’automobile, i quadretti e le immaginette kitsch. E il bello sarà che tutto quel bazar gli piacerà moltissimo, perché Dio gli avrà ridato quell’infanzia spirituale e intellettuale che avevano perduta e tanto disprezzata. Vivranno felici per sempre, beandosi fra quella paccottiglia da bancarella di santuario”.

Ora, questa è una provocazione che vuole colpire quella religione intellettualistica, quella religione che fa dell’elitarismo non un’esigenza al servizio di tutti ma un circolo riservato. La produzione propria di una élite deve essere per il beneficio di tutti. In un suo testo, il pensatore brasiliano Plinio Côrrea de Oliveira affermava: “La società odierna è satura di preconcetti radicalmente ugualitari, a volte accolti coscientemente o meno perfino da persone che fanno parte di settori di opinione dai quali ci si potrebbe aspettare una compatta unanimità nel senso opposto. È questo il caso, per esempio, di ecclesiastici entusiasmati dal trinomio rivoluzionario Libertà-Uguaglianza-Fratellanza e per ciò stesso dimentichi del fatto che esso veniva allora interpretato in un senso diametralmente contrario alla dottrina cattolica”.

Nell’arte e nella musica liturgica, lasciando da parte la provocazione precedente del buon Frossard, oggi il cattivo gusto la fa da padrone, un cattivo gusto che si serve del suo servo sciocco, il sentimentalismo, che era stato già ben inquadrato nel diciannovesimo secolo da Antonio Rosmini nella sua Storia dell’empietà. Il cattivo gusto elevato a criterio, che oramai dilaga anche nella nostra Chiesa cattolica, ha infiacchito la fede e l’ha resa non essenziale.

Danila Bertasio (su Opinione.it), commentando la categoria del kitsch di Dorfles, osserva: “Il kitsch non va quindi inteso come una produzione minore o falsa: ciò che lo contraddistingue è un’azione parassitaria che affonda le sue radici in esperienze culturali consolidate, attingendo da esse spunti per riadattarle alla mediocrità dei gusti del pubblico, predigerendo l’arte per lo spettatore, risparmiandogli ogni sforzo, fornendogli una sorta di sintesi dei piaceri dell’arte, aggirando, così, le inevitabili difficoltà culturali dell’interpretazione”.

La televisione è costruita sul kitsch, proprio perché esalta quella mediocrità diffusa nel gusto comune e gli offre una continua valvola di sfogo. Ecco perché sono necessarie istituzioni che permettano un confronto e un paragone con altri modelli, non per eliminare il kitsch ma per non ridurre tutto a questo. Marco Belpoliti, in un articolo che contiene anche affermazioni discutibili (kitsch causato dai populismi), osserva sull’Espresso: “Nerone che suona la cetra contemplando l’incendio di Roma cosa è? Kitsch? Possibile. Di sicuro lo sviluppo industriale nel corso dell’Ottocento e del Novecento ha trasformato questo fenomeno di nicchia in una esperienza di massa. Abrahm Moles negli anni Settanta ha scritto che tre sono i fenomeni che producono il kitsch alla fine del XIX secolo: la predominanza degli oggetti, il culto della bellezza e il consumismo. Una miscela che fa deflagrare le categorie estetiche tradizionali”.

Certamente bisognerebbe ritrovare un nuovo pensiero forte in senso estetico nell’arte sacra e nella musica sacra, un pensiero che non solo non si vede all’orizzonte ma che ha tutte le caratteristiche, per i tempi che viviamo, di poter essere osteggiato.

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