• EUROPEE 2014

Dopo Renzi: il centro-destra ha bisogno di un progetto

Renzi ha regalato al Pd la più grande vittoria della sua storia. In compenso è il centro-destra che esce distrutto e ha bisogno di una sua completa ricostruzione.

Matteo Renzi

I commenti sul successo travolgente di Renzi alle elezioni europee si sono sprecati. Il verdetto delle urne è stato talmente netto e inconfutabile da non lasciare spazio a interpretazioni divergenti. Il Pd ha raggiunto i livelli della Democrazia Cristiana di mezzo secolo fa e oltre, superando il 40% dei voti, e ha quasi doppiato il Movimento Cinque Stelle che alla vigilia sperava addirittura nel sorpasso.

L’ulteriore dimagrimento del centrodestra è l’altro dato certo di questa tornata elettorale. Forza Italia, con un leader dimezzato e parzialmente limitato dalla condanna ai servizi sociali, nulla ha potuto contro la corazzata democratica guidata dal premier. Alfano ha superato di poco la soglia di sbarramento, Fratelli d’Italia non ha raggiunto il quorum, pur raddoppiando i suoi voti.

Le riflessioni vanno dunque fatte in prospettiva, visto e considerato che lo scenario attuale appare abbastanza consolidato. Prima del voto si vociferava che Renzi ambisse a una legittimazione popolare per poter spazzare via definitivamente la vecchia classe dirigente del Pci-Pds-Ds. C’era chi parlava di voto anticipato verso il quale si sarebbe andati se Grillo avesse preso più voti, se Renzi avesse sopravanzato Grillo ma non di tanto e se Berlusconi fosse arrivato almeno al 20%.

Tutti discorsi superati e da archiviare come semplici congetture pre-elettorali. Renzi non ha ora alcun bisogno di chiedere un bollino di governabilità all’elettorato, che gli ha dispensato la più grande vittoria della storia del Pd e gli ha dato carta bianca sul terreno delle riforme e del risanamento del Paese. Ora il Presidente del Consiglio potrà avere buon gioco nel placare le tensioni interne all’esecutivo, nel forzare la mano a Berlusconi sul tavolo delle riforme e nell’alzare la voce a Bruxelles quando ci saranno da difendere gli interessi italiani (il Pd è il primo partito della famiglia europea del Pse come numero di deputati eletti).

La tentazione di far saltare il tavolo e di chiedere a Napolitano di sciogliere le Camere potrebbe anche averla, approfittando del vuoto nel centrodestra e della crisi dei grillini. Ma a quel punto non è detto che l’elettorato non si faccia allettare da altre sirene. Questa volta ha votato in misura cospicua Renzi anche per paura di Grillo, che agli occhi di molti rappresentava un’incognita. E’ paradossale ma Berlusconi, agitando lo spauracchio di Grillo (“un dittatore, un assassino, un omicida”), ha indotto i suoi stessi elettori a votare Pd, tenuto conto che la proposta del centrodestra è apparsa fin da subito sbiadita e poco competitiva rispetto al resto dell’offerta politica. Gli alleati di governo di Renzi sono diventati quasi insignificanti, in termini di rapporti di forza. Il 4% del Nuovo centrodestra è pari a un decimo dei consensi raccolti dal Pd; i montiani di Scelta europea si attestano su percentuali da prefisso telefonico.

Anche l’astensione ha inciso sui risultati. Molti astenuti sono certamente ex elettori berlusconiani,  disamorati rispetto al loro vecchio leader. Nel centrodestra diventa dunque non più rinviabile la rifondazione. Va aperto sul serio il “cantiere” per la creazione di un nuovo partito moderato che possa recuperare i voti degli astenuti e indecisi e far tornare nel recinto del centrodestra le preferenze che questa volta Renzi è stato in grado di attrarre. Operazione non facile, soprattutto se mancherà il coraggio di fare scelte di rottura con il passato.

Al di là dell’individuazione di un nuovo leader candidabile (Corrado Passera? Marina Berlusconi?), è necessario un progetto di riaggregazione dei moderati attorno a una visione liberale della società, della cultura, della scuola, del rapporto tra Stato e cittadino. I ragionamenti “algebrici” fatti all’indomani dei risultati delle europee non sono il viatico giusto per far ripartire il centrodestra nel Paese. Non basta consolarsi dicendo che un centrodestra unito avrebbe raggiunto il 25% e, in tandem con la Lega, anche il 30%. Il collante tra le diverse anime di quell’area politica è venuto meno. Silvio Berlusconi ha fatto una campagna elettorale generosa ma è rimasto stritolato nel dualismo Grillo-Renzi. Non è più protagonista della vita politica, ha esaurito la sua carica attrattiva e appare usurato. Con lui il centrodestra non può più vincere, con il suo “cerchio magico” e i suoi accoliti non può andare lontano. Può al massimo preservare qualche rendita di posizione. E’ ora di cambiare. C’è almeno un anno di tempo prima delle prossime politiche. Nel frattempo Renzi potrà solo perdere voti. In tre mesi si è salvato con gli ottanta euro e con la sua immagine di uomo nuovo al comando. Dopo l’estate il governo dovrà fare scelte dolorose e preparare una nuova legge di stabilità che procurerà inevitabilmente delusioni a molte categorie che due giorni fa hanno dato fiducia al premier. Se il centrodestra si farà trovare pronto e si ricompatterà, la battaglia col centrosinistra tornerà al centro della scena politica nazionale. Con buona pace di Grillo, che urla, sbraita e, dopo aver promesso che, senza una vittoria netta, avrebbe lasciato la guida del movimento, ora ha fatto marcia indietro e dice che resterà al suo posto. Come tutti i politici della Prima e della Seconda Repubblica.