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Dopo l'attentato a Kabul, l'ora più buia di Biden

Quanto è grave l’attentato all’aeroporto di Kabul, per gli Stati Uniti? Il presidente Biden ha subito una forte umiliazione: il bagno di sangue, in piena ritirata Usa, dimostra che il terrorismo in Afghanistan è ancora molto forte. E che la sicurezza degli americani a Kabul, affidata di fatto ai nemici Talebani, è in gravissimo pericolo. 

Biden nella conferenza stampa dopo l'attentato a Kabul

Quanto è grave l’attentato all’aeroporto di Kabul, per gli Stati Uniti? Come in tutta la guerra afgana, anche qui il più grande tributo di sangue è stato pagato dai civili afgani: quasi duecento morti (secondo un bilancio che continua ad allungarsi) fra i disperati che provavano a fuggire dal Paese. Ma pesano come un macigno, sulla reputazione del presidente Biden, quei 13 caduti americani, militari che erano sul posto per assicurare il rimpatrio dei loro concittadini e degli afgani con cui hanno lavorato negli ultimi anni. In un solo giorno, le forze armate Usa hanno perso più uomini in Afghanistan rispetto agli ultimi diciotto mesi. Ed era almeno dal 2011 che non subivano una perdita così grave di uomini in un unico attacco.

La gravità del momento è sottolineata dal rientro anticipato della vicepresidente Kamala Harris a Washington, dopo il suo tour nei Paesi del Sudest asiatico. Già era presente, in videoconferenza, nella riunione della “situation room”, assieme allo stesso Biden, Antony Blinken (esteri), Lloyd Austin (difesa) e Mark Milley (capo degli Stati Maggiori riuniti). I membri del governo federale hanno continuato a ricevere, da Kabul, un rapporto peggiore dell’altro. Oltre a discutere su come reagire, si saranno anche chiesti “come spiegarlo”. Il risultato è nella conferenza stampa del presidente. Trattenendo a stento le lacrime, ha elogiato l’impegno dei soldati sul campo e onorato le vittime dell’attentato. Poi ha promesso vendetta: “Non dimenticheremo, non perdoneremo. Vi daremo la caccia e ve la faremo pagare. Noi risponderemo con forza e precisione, nei tempi che decideremo noi, al nostro ritmo, nel momento di nostra scelta”. Qualche commentatore si è chiesto se Biden non fosse, per caso, intenzionato a tornare in forze in Afghanistan, dando inizio a una nuova guerra. Ma la risposta è già arrivata: il presidente ha affermato che le operazioni di reimbarco continueranno.

Le fonti di intelligence stavano avvertendo i membri del Congresso e dell’esecutivo sulla possibilità di attentati all’aeroporto. Mercoledì i cittadini americani che ancora sono a Kabul, hanno ricevuto un avviso di evitare di andare all’aeroporto e almeno di evitare di assembrarsi presso gli accessi. Da giorni si pensava ad un’azione di quel tipo, condotta dallo Stato Islamico del Khorasan (il gruppo dell’Isis in Afghanistan). Come mai, se l’intelligence aveva previsto l’attentato con un buon margine di precisione, nessuno è riuscito a prevenirlo? La risposta è umiliante per gli Usa: i Talebani, ormai, sono paradossalmente considerati “partner” per la sicurezza di Kabul, almeno finché non sarà completata l’evacuazione. La difesa dell’aeroporto dipende soprattutto da loro. Il che vuol dire che le vite dei soldati americani erano di fatto affidate ai nemici (ex nemici?) di una guerra ventennale. Come rivela la rivista Politico, gli americani hanno addirittura fornito ai Talebani la lista dei nominativi dei cittadini americani, afgani provvisti di green card e afgani che hanno collaborato con gli americani e che, dunque, hanno diritto a imbarcarsi per gli Usa. Sono davvero convinti di non aver fornito loro una lista nera? Questo ed altri episodi sono rivelatori di quanto l'amministrazione attuale si affidi (leggasi: stia affidando i propri cittadini e alleati) ai nuovi padroni dell'Afghanistan. 

Parrebbe di rivivere un déja vu: l’uccisione dell’ambasciatore americano in Libia, Christopher Stevens, l'11 settembre 2012. Anche in quel caso la sicurezza della sede consolare di Bengasi era stata appaltata a milizie libiche di integralisti islamici. E al momento buono si erano rivelate inaffidabili, quando non complici degli aggressori. Affidare ai Talebani la sicurezza dell’aeroporto di Kabul, in questi giorni, potrebbe essere un'idea ancora peggiore. Almeno in Libia le milizie ingaggiate dagli Usa erano alleate, i Talebani sono stati nemici per un ventennio, almeno fino agli accordi di Doha (29 febbraio 2020).

Biden è stato direttamente contraddetto dai fatti: aveva affermato che la missione in Afghanistan fosse conclusa perché, al di là del fallimento del nation building, l’interesse di sicurezza nazionale americana, cioè la sconfitta del terrorismo locale anti-Usa, era stato conseguito. Al contrario, come la disintegrazione dell’esercito afgano ha dimostrato che l’obiettivo secondario, il nation building, sia fallito, ora anche l’attentato contro militari americani all’aeroporto di Kabul, è la dimostrazione del fallimento anche del principale obiettivo, cioè lo sradicamento del terrorismo anti-Usa. Ora il presidente promette una risposta dura. Ma intanto, per compiere una rappresaglia, non disporrà più di basi, né di truppe sul terreno, in tutto l’Afghanistan. I punti di appoggio più vicini sono quelli del Golfo Persico e nell’Oceano Indiano. Fra questi e i potenziali obiettivi dello Stato Islamico del Khorasan ci sono Paesi ostili, come l’Iran, che devono essere attraversati in segreto. Oppure alleati inaffidabili, come il Pakistan, padrino politico e militare dei Talebani. Con il ritiro, Biden ha indebolito sensibilmente la capacità degli Usa di rispondere al terrorismo.

Il dilemma sulla ritirata, rispettare la scadenza del 31 agosto a costo di lasciare a terra decine di migliaia di collaboratori afgani, oppure allungare i tempi a costo di rischiare attentati e cattura di ostaggi, è stato risolto nel peggiore dei modi: si lasceranno a terra decine di migliaia di collaboratori afgani e, al tempo stesso, c’è già stato un primo attentato. Manca solo la presa di ostaggi.

Aggiornamento: nel corso della notte, con un raid condotto con un drone, gli americani hanno ucciso uno dei leader dello Stato Islamico del Khorasan, sospettato di aver pianificato l'attentato all'aeroporto di Kabul. Il capo jihadista, secondo il rescoconto del Comando Centrale (Centcom), è stato ucciso da un Reaper (decollato da una non specificata "base nel Medio Oriente") mentre era in viaggio nella provincia orientale di Nangarhar.

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