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Diritto Ue vs corti nazionali. E intanto Macron…

Dopo lo scontro con il Tribunale costituzionale polacco, nuovo grattacapo per l’Ue e le sue mire accentratrici. La Corte costituzionale rumena ha stabilito l’incostituzionalità di una decisione della Corte di Giustizia. Intanto Macron inizia la sua presidenza di turno al Consiglio Ue, ricevendo due schiaffi sul fronte interno.    

La Commissione europea non smette di minacciare Polonia e Ungheria (che rispondono) e vede la primazia del diritto comunitario minacciata anche dalla Corte costituzionale della Romania. Intanto inizia la presidenza di turno francese del Consiglio dei Capi di Stato e Governo europei, con Macron che riceve due schiaffi in patria.

Il Governo Macron ha dovuto infatti subire un esemplare stop delle opposizioni in Parlamento, contrario alle decisioni draconiane sulle privazioni di libertà e il “green pass” che si volevano imporre sull’onda dei contagi della variante Omicron. Molto più grave, per l’immagine di Macron e della presidenza del semestre europeo, sulla quale l’uscente presidente della Repubblica scommette molto in vista delle elezioni presidenziali di fine aprile e le politiche di giugno, è la retromarcia che gli è stata imposta con il ritiro della bandiera dell’Ue dall’Arco di Trionfo.

La Francia, da sabato 1 gennaio, ha assunto la presidenza semestrale del Consiglio dell’Ue con un programma ambizioso per un’Europa “potente” e “sovrana”. Allo scoccare del primo minuto dell’anno 2021 la Torre Eiffel e il Palazzo dell’Eliseo sono stati illuminati contemporaneamente di blu, il colore dell’Ue. L’installazione della bandiera europea sotto l’Arco di Trionfo a Parigi ha  scatenato una polemica politica senza precedenti: Marine Le Pen, Valérie Pécresse ed Eric Zemmour avevano dichiarato la propria indignazione perché la bandiera francese era stata sostituita da quella dell’Ue sulla tomba del milite ignoto e così Macron ha dovuto fare una repentina retromarcia e ammainare la bandiera europea il giorno seguente, 2 gennaio.

Macron aveva promesso nel suo discorso di fine anno un programma ambizioso per i sei mesi di mandato della Francia all’Ue: “Un impegno totale… per fare di questo momento… un tempo di progresso per il controllo delle nostre frontiere, la nostra difesa, la transizione climatica, la parità tra donne e uomini, la costruzione di una nuova alleanza con il continente africano, la supervisione delle grandi piattaforme di Internet, e la cultura in Europa”; in poche parole l’anno della “svolta europea… per un continente potente nel mondo, pienamente sovrana, libera delle sue scelte e padrona del suo destino”. Macron, dunque, appena due giorni dopo ha dovuto piegarsi alle critiche dei patrioti francesi e all’amore per bandiera e caduti della nazione.

Al di là delle ambizioni e delle buone intenzioni del presidente francese, di cui abbiamo descritto sulla Bussola la disponibilità a comprendere le ragioni dei Paesi dell’Est Europa e in particolare Polonia e Ungheria, la Commissione europea non ha per nulla voglia di mollare la presa nei confronti di Budapest e Varsavia. La sentenza finale della Corte di Giustizia sul meccanismo di reciprocità e i fondi europei subordinati alla valutazione dello “stato di diritto” sarà nota all’inizio del 2022; e già nei giorni precedenti il Natale (22 dicembre) la Commissione europea aveva deciso di avviare una procedura di infrazione contro la Polonia a causa delle gravi preoccupazioni relative al Tribunale costituzionale polacco e alla sua recente decisione che “ha considerato le disposizioni dei trattati Ue incompatibili con la Costituzione polacca, sfidando espressamente il primato del diritto Ue”.

Amareggia, per l’ennesima volta, che la comunicazione della decisione presa dai vertici della Commissione sia una brutta copia del dossier (“The Polish Bulldozer”) pubblicato dalla lobby ESI, da tempo legata a Soros. Ovviamente Varsavia per tutta risposta alla Commissione europea ha promesso il 23 dicembre, con il ministro della giustizia Zbigniew Ziobro, di chiedere al “Tribunale costituzionale di dichiarare che il meccanismo di condizionalità dello stato di diritto dell’Unione europea è incompatibile con la Costituzione polacca”.

In Ungheria invece ci si sente forti delle proprie ragioni e si guarda alle prossime mosse di Bruxelles con distacco. L’elezione del prossimo presidente della Repubblica, eletto con maggioranza qualificata dal Parlamento, è già decisa e a succedere all’attuale János Áder nella prossima primavera sarà Katalin Novak, la straordinaria artefice delle efficaci politiche famigliari e pro natalità dell’ultimo decennio. A tal proposito, grazie alle coerenti misure di sostegno alla famiglia, il Paese ha compiuto “una potenziale svolta”, come ha dichiarato il Governo il 23 dicembre, che segna un’importante ripresa della crescita demografica, dopo la catastrofe segnata con l’ultimo governo socialista (2008) che aveva portato il tasso di fecondità a 1,2 figli per donna.

La sorpresa di questi giorni, una conferma per tutti coloro che si oppongono all’egemonia giuridica e legale dell’Ue ed ennesimo grattacapo per le istituzioni, è giunta dalla Romania. La Corte costituzionale ha stabilito lo scorso 23 dicembre che una decisione della Corte di Giustizia dell’Ue (CGUE) è incostituzionale e non può essere applicata, ennesima messa in discussione del primato del diritto europeo sul diritto nazionale. La Corte di Giustizia aveva stabilito (21 dicembre) che, in certe situazioni, i tribunali rumeni avrebbero dovuto ignorare la Corte costituzionale del Paese se le decisioni di quest’ultima avessero portato all’impunità dei colpevoli nei casi di corruzione o di altri crimini che danneggiavano gli interessi finanziari dell’Ue.

Il contenzioso tra Corte di Giustizia e corti costituzionali sul primato centralistico delle norme e decisioni europee non delegate si amplia sempre più. E dopo che la Commissione ha deciso (21 dicembre) di abbandonare la procedura contro la Germania per i pronunciamenti del 2020 della Corte costituzionale di Karlsruhe (contro le obbligazioni della BCE), a seguito delle rassicurazioni dal nuovo Governo ‘rosso-semaforo’ di svolgere una parte attiva nei confronti delle decisioni indipendenti della Corte costituzionale, ogni altro Paese europeo pretende il medesimo rispetto. Quest’anno, in un modo o nell’altro, lo scontro tra rispetto delle identità e neo-centralismo democratico europeo, si risolverà e l’ammaccata presidenza francese di Macron non potrà rimanere indifferente.

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