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Di Maio, il ministro degli Esteri assente ingiustificato

Luigi Di Maio è ministro degli Esteri, ma pochi lo ricordano. Perché non si capisce ancora quale sia la sua politica estera, o se ve ne sia una. È troppo impegnato a riallacciare i rapporti con la base grillina e a far campagna elettorale per le prossime regionali, in un momento di crisi del M5S. Così facendo mette in cattiva luce l'Italia

Di Maio

Uno dei quesiti più gettonati nel dibattito tra gli addetti ai lavori della politica italiana è se Luigi Di Maio mangerà o no il panettone. Dentro i Cinque Stelle la fronda contro di lui cresce ogni giorno e lo stesso fondatore Beppe Grillo sarebbe pronto a disarcionarlo dalla guida del Movimento. Lui ha percepito l’aria che tira e se ne guarda bene dal prendere un aereo per varcare i confini nazionali, perché vuole controllare ogni mossa dei suoi avversari interni e vigilare sulle attività del Movimento. Non a caso ha iniziato un tour sul territorio nazionale perché vuole riannodare i fili del dialogo con una base sempre più in libera uscita.

Peccato, però, che faccia il Ministro degli esteri, ruolo che gli imporrebbe di seguire a tempo pieno i dossier più spinosi della politica internazionale del nostro Paese. Il culmine del provincialismo del leader pentastellato è stato probabilmente toccato in questi giorni. In Giappone c’è il G20 ma Giggino ha preferito andare in Sicilia e in altre regioni per parlare di organizzazione delle truppe pentastellate. Ha dunque disertato un vertice di importanza mondiale per calarsi ancora una volta nelle beghe interne al suo Movimento. Da quando si è insediato il Conte bis l’Italia non ha più una politica estera e questo si evince dall’assenza di prese di posizione chiare ed autorevoli da parte dello stesso Di Maio. Non una parola da parte sua sul Medio Oriente, non una parola sui rapporti tra Italia e Usa, non una dichiarazione sulle alleanze tra il nostro Paese e il resto del mondo.

Questo atteggiamento passivo e remissivo, che deriva proprio dal fatto che Di Maio dedica poco tempo al suo ruolo istituzionale e tantissimo tempo a quello di capo politico grillino, sta mettendo in cattiva luce il nostro Paese sullo scacchiere internazionale, facendolo passare come un’entità statuale che va a rimorchio dei grandi interessi, anche nell’ambito del commercio estero. Allora è proprio il caso di chiedersi: perché Di Maio ha preteso di entrare al governo con un ruolo del genere se poi già sapeva di volersi dedicare a sventare complotti ai suoi danni da parte degli avversari interni al Movimento Cinque Stelle? Il suo problema è che sta facendo poco e male sia in un ruolo che nell’altro e ciò provocherà un ulteriore smottamento di consensi verso la Lega e il Pd e una ulteriore svalutazione dell’Italia in ambito internazionale.

Ora peraltro si avvicinano gli appuntamenti elettorali decisivi per le sorti del leader grillino. Il 26 gennaio si voterà in Emilia Romagna e Calabria. Quelle due regioni, attualmente nelle mani della sinistra, potrebbero cambiare colore. Proprio due giorni fa la base grillina è stata interpellata, attraverso la piattaforma Rousseau, a proposito delle scelte da compiere in vista di quelle consultazioni elettorali. Responso imprevisto e imbarazzante per lo stesso Di Maio. Gli elettori Cinque Stelle chiedono che in Emilia Romagna e Calabria i loro leader ci mettano la faccia, presentando delle liste autonome da quelle di tutti gli altri partiti. Dunque, niente alleanze con il Pd, che invece invoca un patto con i pentastellati per paura di perdere la guida di quelle due giunte regionali.

Di Maio sa bene che correre da soli rischia di tramutarsi in un bagno di sangue. Alcuni sondaggi danno i Cinque Stelle intorno al 5% o poco più. Se Stefano Bonaccini, governatore uscente dell’Emilia Romagna, dovesse vincere anche senza i voti grillini, si dimostrerebbe l'inutilità di questi ultimi. Se invece dovesse perdere, i riflessi sul governo nazionale potrebbero essere immediati e il patto che tiene in piedi il Conte bis potrebbe venir meno. 

Ecco perché Di Maio non ha proprio tempo per occuparsi di politica estera. Peccato però che abbia portato alla Farnesina tanti suoi collaboratori profumatamente pagati con i soldi pubblici. Per non perdere nessuna delle due poltrone, quella di ministro e quella di leader politico, Giggino rischia presto di ritrovarsi un semplice parlamentare.