• L'AVVENTURA DEL VIAGGIO - IL PURGATORIO/17

Dante spiega come è nato il Dolce Stil novo

Forese Donati, anima che abbiamo trovato nella balza dei golosi, indica all’amico Dante altri compagni di pena. Tra questi Bonagiunta Orbicciani da Lucca, che sembra mostrare una gioia maggiore nell’incontrare Dante. Siamo nel Canto XXIV, e per la prima volta compare l'espressione Dolce Stil novo.

L'incontro con Bonagiunta Orbicciani da Lucca,

Forese Donati, anima purgante che abbiamo trovato nella balza dei golosi, indica all’amico Dante altri compagni di pena. Tra questi merita una particolare menzione Bonagiunta Orbicciani da Lucca, che sembra mostrare una gioia maggiore nell’incontrare Dante. Nelle antologie il poeta è di solito inserito nella lirica siculo-toscana o lirica di transizione. Negli ultimi decenni del Duecento, spentasi l’esperienza della poesia siciliana in seguito alla battaglia di Benevento del 1266 in cui morì il principe Manfredi e vennero sconfitte le forze ghibelline, la poesia siciliana si diffuse in Toscana e venne toscanizzata, ovvero riscritta secondo la vocalizzazione toscana. 

Centri toscani come Firenze, Siena, Lucca, Arezzo videro la diffusione della poesia profana dedicata a temi amorosi, morali o politici. Il maggior rappresentante di questa poesia, che non può certo considerarsi omogenea e unitaria, fu Guittone Dal Viva d’Arezzo, il più noto poeta prima della nascita del Dolce Stil novo. Tra gli altri spiccava, però, anche un certo Bonagiunta Orbicciani da Lucca, poeta vissuto tra il 1220 (circa) e il 1290, che in vita rappresentò una poetica ben differente da quella che poi si affermerà col Dolce Stil novo a cui Dante stesso aderì in gioventù con la stesura di rime che rimarranno extravaganti o che confluiranno in altre opere come la Vita Nova (1292-1294).

Ecco perché è estremamente significativo il fatto che Bonagiunta, dopo aver detto di provenire da una città che Dante avrà nel cuore perché ivi sarà ospitato da una gentildonna raffinata e bella durante gli anni dell’esilio, chieda a Dante se lui sia proprio colui che ha cambiato la maniera di poetare partendo dal componimento della Vita nova «Donne ch’avete intelletto d’amore».

Siamo nel capitolo XVIII del prosimetro. Nella prima parte dell’opera Dante ha incontrato Beatrice una prima volta a nove anni, più tardi a diciotto anni. Catturato totalmente dall’amore per quella donna della beatitudine, da lei ha ottenuto il saluto. Per mascherare il suo amore, secondo la prassi dell’amore cortese, si è avvalso di una «donna schermo», incontrata in chiesa, che lui finge di amare. Partita questa da Firenze, la sostituisce con un’altra «donna schermo» della città. A questo punto, però, Beatrice gli toglie il saluto. A colloquio con alcune donne gentili Dante comprende che lui, in realtà, fino a quel momento non ha mai cantato la bellezza e la grandezza del cuore della donna amata, ma si è sempre soffermato sulla propria interiorità e sul dramma conseguente alla sofferenza d’amore, in maniera molto simile a quanto aveva fatto fino a quel momento l’amico Guido Cavalcanti (1260-1300). D’ora innanzi, contrito e dispiaciuto, il poeta muterà la maniera del poetare scrivendo componimenti improntati all’esaltazione della bellezza dell’amata. 

Ne saranno magnifici esempi poesie come «Tanto gentile e tanto onesta pare». Più tardi Beatrice muore. Dante pensa di trovare consolazione in una donna gentile che sembra comprendere il suo dolore e provare compassione per lui. La visione di Beatrice apparsa in sogno nella gloria del Cielo richiamerà il poeta al significato dell’incontro con lei: attraverso di lei Dante ha incontrato Cristo e ha cambiato vita. La sua vita è stata rinnovata. La Vita nova si conclude con una profezia di Dante: «Apresso questo sonetto apparve a me una mirabile visione, nella quale io vidi cose che mi fecero proporre di non dire più di questa benedetta infino a tanto che io potesse più degnamente trattare di lei. E di venire acciò io studio quanto posso, sì com’ella sae, veracemente. Sì che, se piacere sarà di Colui a cui tutte le cose vivono, che la mia vita duri per alquanti anni, io spero di dire di lei quello che mai non fue detto d’alcuna» (capitolo XLII). L’ipotetica data di conclusione dell’opera è il 1294. Dante si ripromette di studiare ed esercitarsi fino a quando non sarà capace di scrivere quanto nessuno ha scritto di una donna. Dante conclude la Vita nova così: «E poi piaccia a colui che è sire de la cortesia, che la mia anima se ne possa gire a vedere la gloria de la sua donna, cioè di quella benedetta Beatrice, la quale gloriosamente mira ne la faccia di colui qui est per omnia secula benedictus».

Dopo questa parentesi dedicata alla Vita nova, ritorniamo ai versi del canto XXIV del Purgatorio. Il poeta fiorentino risponde a Bonagiunta esprimendo con estrema linearità e chiarezza la novità della genesi della sua poesia in versi a tutti noti: «I’ mi son un che, quando/ Amor mi spira, noto, e a quel modo/ ch’e’ ditta dentro vo significando». La nuova poesia di Dante nasce sempre dall’incontro con una donna da cui proviene l’ispirazione poetica. La poesia scaturisce, quindi, da un fatto, da un accadimento. Si scrive sempre perché accade qualcosa di importante nella propria vita. Da questo fatto amoroso sgorga l’ispirazione. L’esperienza provata e conservata nella memoria e nel cuore deve poi trovare le parole opportune con cui venga comunicata agli altri. 

Potrebbe indicare la genesi poetica con tre espressioni: incontro amoroso, memoria dell’esperienza, espressione poetica. Ora comprendiamo che iato vi fosse tra questa concezione di Dante e quella che aveva caratterizzato la scrittura profana nei decenni precedenti, dalla prima letteratura italiana mondana (la lirica siciliana, sorta negli anni trenta del Duecento) alla produzione degli anni Ottanta e Novanta. Giacomo da Lentini, Giacomino Pugliese, Guittone d’Arezzo e tanti altri avevano scritto in maniera convenzionale come per un gioco letterario, non certo per trasmettere un’avventura reale del cuore.

Bene, proprio quel Bonagiunta Orbicciani che in vita non avrebbe mai riconosciuto la superiorità della poesia di Dante e dei suoi amici riconosce ora, morto, la diversità della nuova poesia: «O frate, issa vegg' io […] il nodo/ che 'l Notaro e Guittone e me ritenne/ di qua dal dolce stil novo ch'i odo!/ Io veggio ben come le vostre penne/ di retro al dittator sen vanno strette,/ che de le nostre certo non avvenne; e qual più a gradire oltre si mette,/ non vede più da l'uno a l'altro stilo». Solo ora riconosce la distanza tra la poesia di Giacomo da Lentini (che qui rappresenta il poeta più significativo della lirica siciliana), la sua e quella di Guittone Del Viva d’Arezzo rispetto a quella del Dolce Stil novo che voi rappresentate. Qui per la prima volta compare l’espressione Dolce Stil novo a designare un gruppo di poeti che hanno una nuova concezione del poetare. Ed è proprio un avversario di Dante a definire la nuova scuola. Gli stilnovisti hanno sempre seguito l’ispirazione dell’amore a differenza dei poeti precedenti.

 

 

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