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Dante-day: «Il cantore più eloquente del cristianesimo»

Oggi si celebra il poeta Dante perché il 25 marzo è il momento in cui inizia la sua storia nella «selva oscura»: il 25 marzo è il Venerdì santo per eccellenza (quello in cui la morte di Cristo coincide con il concepimento). Il viaggio dall’Inferno al Paradiso dimostra che attraversando anche le circostanze malvagie si può incontrare quell’«amor che move il sole e l’altre stelle». Per questo i papi lo hanno sempre esaltato, fino a dedicargli un'enciclica. 

Il 25 marzo 2020 è la prima Giornata di Dante o Dantedì o, all’inglese, Danteday della storia. L’istituzione di un giorno di commemorazione per il Sommo poeta è preludio alle celebrazioni che ci attendono l’anno prossimo in occasione del settecentesimo anniversario della morte.

Perché è stata scelta la data del 25 marzo? Non è il giorno della nascita del poeta, su cui non abbiamo alcuna fonte certa. Senz’altro Dante fu del segno dei gemelli, forse nacque in maggio o all’inizio di giugno. Non è la data del battesimo: Dante fu, infatti, battezzato il 26 marzo 1266, il giorno del Sabato santo in cui tutti i nati nell'ultimo anno vennero portati al fonte battesimale.

Non è la data della morte di Beatrice, salita al cielo l’8 giugno del 1290, ancor giovanissima, prima di compiere il venticinquesimo anno d’età. Allora Dante entrò in una profonda crisi esistenziale e religiosa e frequentò le scuole filosofiche dei Francescani di Santa Croce e dei Domenicani di Santa Maria Novella. Per ricordare la donna scrisse la Vita nova tra il 1292 e il 1294.

Non è neppure la data in cui Dante diventò Priore di giustizia, il bimestre 15 giugno-15 agosto del 1300, anno in cui è ambientata la Commedia e in cui fu indetto il primo Giubileo della storia da papa Bonifacio VIII. Non è la data della morte del poeta. Dante morì, infatti, nella notte tra il 13 e il 14 settembre del 1321, quando era di ritorno da un’ambasciata per conto di Guido Novello da Polenta a Venezia. Le capacità oratorie di Dante e la sua esperienza avrebbero dovuto scongiurare la guerra con Venezia, alleata di Forlì e Rimini. In effetti, la guerra non sarebbe scoppiata. Dante, invece, contrasse forse una broncopolmonite che lo portò alla morte.

L’alba del 25 marzo (per alcuni studiosi dell’8 aprile, ovvero la data del venerdì santo nel 1300) è il momento in cui inizia la storia di Dante nella selva oscura: il 25 marzo è il Venerdì santo per eccellenza (quello in cui la morte di Cristo coincide con il concepimento). Il viaggio dall’Inferno al Paradiso si dispiega per un’intera settimana.

Nel 1300, all’età di trentacinque anni, Dante si trova a metà della sua vita («in dimidio dierum meorum» si legge nel Libro di Isaia). Ha raggiunto tutti gli obbiettivi, si è sposato, ha avuto dei figli, ha già ottenuto una prima fama letteraria, sta facendo carriera politica tanto che otterrà in pochi mesi il priorato di giustizia. Eppure, tutte queste gratificazioni non gli bastano, non lo rendono felice. Senza sapere neppure in che modo il poeta entra in una crisi profonda. Ma proprio in quella selva «selvaggia e aspra e forte» Dante trova il bene. In maniera geniale («per trattar del ben ch’i’ vi trovai») lo scrittore riflette sul fatto che anche la circostanza più negativa, anche il peccato più bieco dell’uomo sono l’occasione per incontrare la risposta, per scoprire il senso, per essere salvati. Se una persona va in profondità delle circostanze incontra quell’«amor che move il sole e l’altre stelle».

La condizione di perdita di senso e di crisi in cui vive Dante è così amara che è molto simile alla morte. Per questo il viaggio di Dante si apre con la passione di Cristo. Dante si perde nella notte tra il Giovedì e il Venerdì santo, il momento in cui Cristo, dopo aver pregato nell’orto del Getsemani dicendo «Padre, se puoi allontana da me questo calice», tradito da Giuda e catturato dalle guardie, sottoposto ad ogni forma di umiliazione, vive, se mi è consentita l’espressione, la sua notte o selva oscura che prosegue fino alla passione del Venerdì santo quando Cristo grida in croce: «Elì, Elì, lamà sabactàni?», cioè: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».

La domenica di Pasqua, all’alba, il 27 marzo, Dante approda alle spiagge del Purgatorio. Un nuovo mondo lo accoglie, dominato da soavi colori e da bei canti di un popolo che sale verso la cima della montagna, canti che dichiarano la gioia del cuore che scaturisce dalla speranza (che è certezza) di incontrare Dio. Le anime che dalla foce del Tevere giungono in Purgatorio su un vascello bianco e luminoso cantano all’unisono «In exitu Israel de Aegypto» (Israele all’uscita dall’Egitto), salmo biblico della liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù dell’Egitto, simbolo della Pasqua ebraica e profezia di quella cristiana (la liberazione dell’uomo dal carcere del peccato e della morte attraverso la passione e la resurrezione di Cristo).

Bellissimo è il fatto che il cammino del Purgatorio, quello che richiama maggiormente la vita terrena e la purificazione che l’uomo deve compiere in questa vita nell’hic et nunc, inizia con la resurrezione, la Pasqua, ad indicare il fatto che l’uomo sperimenta la vita nuova donataci dal Risorto già su questa Terra.

Alla fine il viaggio conduce Dante in Paradiso, nel luogo in cui il desiderio di felicità e di salvezza di ogni uomo si compie, i drammi e i problemi appaiono nella luce definitiva di Dio, che è amore e verità insieme. Tutto in definitiva si ricompone e si risana. Nulla andrà perduto, tutto sarà redento. Il grido cosmico della sofferenza innocente, che così tanto ferisce e scandalizza l’uomo, finalmente è placato nell’abbraccio amorevole di un Padre che ci ha voluto salvi e, nel contempo, liberi.

Nella Lettera Apostolica Altissimi cantus, datata 7 dicembre 1965, in occasione della ricorrenza del VII Centenario della nascita di Dante papa Paolo VI definisce Dante come «l’astro più fulgido» della nostra letteratura e «padre della lingua italiana» ed esorta tutti noi ad onorare «l’altissimo poeta», «poiché egli tutti riguarda: onore del nome di cattolico, cantore ecumenico ed educatore del genere umano». Invita, poi, ad avere «in mano giorno e notte una copia della Divina Commedia», leggendola integralmente «con mente penetrante e attenta riflessione». Infine, esorta gli uomini contemporanei, in un momento di crisi culturale come quella in cui vivono, ad illuminare la propria cultura «incontrandosi con un così alto spirito». Anche noi, oggi, dobbiamo volgere lo sguardo a Dante, perché, «ostacolati da una selva oscura», possiamo orientarci verso «il dilettoso monte/ ch’è principio e cagion di tutta gioia».

Anche san Giovanni Paolo II, papa Benedetto XVI e papa Francesco hanno mostrato vivo interesse per la Commedia. Il primo attestò che lo sforzo di Dante fu orientato a fare in modo che il peso dell’umano non distruggesse il divino che è in noi, né la grandezza del divino annullasse il valore dell’umano. Papa Benedetto XVI si richiamava spesso alla Commedia per presentare figure di santi e la Madonna. Papa Francesco citò il canto XXIV del Paradiso quando trattò della fede nella sua prima enciclica Lumen fidei del 2013.

La Commedia può essere considerata un vero e proprio catechismo. Per questo papa Benedetto XV dedicò a Dante una lettera enciclica, intitolata In praeclara summorum, in occasione del sesto centenario della morte del poeta, in data 30 aprile 1921. Era la prima e fino ad ora l’unica volta nella storia che un poeta riceveva un simile onore. Papa Benedetto XV riconosceva Dante poeta ancora contemporaneo, seppur distante nel tempo, e valida guida per l’uomo odierno: egli, quantunque separato da noi da un intervallo di secoli, conserva ancora la freschezza di un poeta dell’età nostra; e certamente è assai più moderno di certi vati recenti, esumatori di quell’antichità che fu spazzata via da Cristo, trionfante sulla Croce.

Il papa esalta l’Alighieri: nella illustre schiera dei grandi personaggi, che con la loro fama e la loro gloria hanno onorato il cattolicesimo in tanti settori ma specialmente nelle lettere e nelle belle arti, lasciando immortali frutti del loro ingegno e rendendosi altamente benemeriti della civiltà e della Chiesa, occupa un posto assolutamente particolare Dante Alighieri. Il papa riconosce sia l’intima unione tra Dante e la Cattedra di Pietro sia come le lodi tributate a così eccelso nome ridondino necessariamente in non piccola parte ad onore della fede cattolica.

Il vasto ingegno di Dante ha tratto ispirazione dalla «fede divina», dalle «verità rivelate da Dio» e dagli «splendori dell’arte». La Commedia ha un alto e riconosciuto valore pastorale, dal momento che molti lettori, catturati dalla bellezza dei versi e delle storie, sono stati poi attratti alla verità della fede cattolica e si sono convertiti. Dante è riconosciuto come «il cantore […] più eloquente del pensiero cristiano». Di qui l’esortazione finale di Papa Benedetto XV: Quanto più vi dedicherete a lui con amore, tanto più la luce della verità illuminerà le vostre anime e più saldamente resterete fedeli e devoti alla santa fede.

Quantunque Dante si scagliasse contro alcuni esponenti della Chiesa cattolica, in lui «non venne mai meno in lui il rispetto dovuto alla Chiesa e la riverenza alle Somme Chiavi». Papa Benedetto XV deplora l’uso contemporaneo di educare la gioventù «come se Dio non esistesse» e «senza la minima allusione al soprannaturale». Queste parole, scritte oramai un secolo or sono, colpiscono ancor più in un contesto come quello contemporaneo dominato completamente da una dimensione mondana e materiale.