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Dalla Russia al Bangladesh, la persecuzione dilaga

Nel Tatarstan (Russia) musulmani e cristiani convivevano bene, ora gli estremisti islamici bruciano le chiese ortodosse. In Bangladesh i cristiani erano tollerati, ora non possono costruire chiese e se fanno proseliti rischiano la vita.

Tatarstan, rogo di una chiesa

“In passato non c’erano mai stati particolari problemi di convivenza tra le diverse comunità religiose, adesso però...”, “Era sempre stato un paese di islam moderato, ma negli ultimi anni...”. Constatazioni del genere, a proposito di questo o quel paese, ricorrono spesso, ormai, denunciando un fenomeno che, se si considera inoltre il recente radicamento di movimenti jihadisti in stati a maggioranza cristiana, da ragione a chi teme il peggio per la sorte di milioni di cristiani e interpella il mondo islamico.

«L’Occidente non vuole vedere che ci hanno dichiarato guerra, l’islam moderato non esiste» sosteneva il giornalista Domenico Quirico, di ritorno in Italia a settembre, dopo mesi di prigionia in Siria, in mano ai ribelli jihadisti. «Troppe violenze sui cristiani nel mondo islamico, non si può più tacere – è l’appello di padre Piero Gheddo, missionario del Pime – gli estremisti islamici sono all’attacco dei cristiani. È ora di porre qualche domanda ai musulmani “moderati”».

Tra gli stati in cui il fondamentalismo islamico ha da poco esteso la propria influenza c’è il Tatarstan, una repubblica autonoma della Federazione Russa con una popolazione di circa 3,8 milioni di abitanti in maggioranza musulmani. In Tatarstan gli estremisti hanno incominciato a esercitare pressioni sui cristiani ortodossi affinchè si convertano: e non si sono fermati alle intimidazioni. Dall’inizio dell’anno sono state incendiate ben sette chiese. Gli ultimi due attentati si sono verificati il 28 e 29 novembre e pochi giorni prima un’altra chiesa era stata data alle fiamme, ma era stata salvata da un intervento tempestivo. Inoltre alla fine di novembre sono stati scoperti in due distretti alcuni ordigni inesplosi il che ha indotto le autorità ad aprire un’inchiesta penale per complotto terroristico. Fino al 2012 niente del genere era mai successo.

I cristiani sono convinti da tempo che i colpevoli siano dei gruppi wahabiti, ma evitano di puntare il dito per timore di essere accusati di fomentare l’odio religioso. Da parte sua la procura parlava di “estremisti non identificati” finchè l’11 dicembre la polizia ha arrestato alcuni giovani che il Ministero degli Interni, nel dare l’annuncio della loro cattura, ha indicato come appartenenti a un non meglio definito “gruppo islamico non tradizionale”. I giovani, di età compresa tra 22 e 35 anni, sono ritenuti resposabili della distruzione di almeno due chiese alle quali avrebbero dato fuoco servendosi di bombe molotov.

Come in altri paesi contaminati dal fondamentalismo islamico, si tenta di arginare il fenomeno ed evitare dannose ripercussioni sociali. Il presidente Rustam Minnikhanov si è impegnato a seguire le inchieste e ha offerto un milione di rubli per chi fornisca informazioni utili a identificare i terroristi. Il metropolita Anastasio e il mufti Kamil Samigullin hanno diffuso una dichiarazione congiunta, di cui l’agenzia di stampa AsiaNews il 4 dicembre ha riportato alcuni brani, in cui definiscono le azioni dei gruppi fondamentalisti una “provocazione” intesa a “distruggere le buone relazioni interreligiose sviluppate nel corso dei secoli nella regione del Volga”, ne sollecitano una “ampia condanna pubblica” ed esortano le rispettive comunità a non subire l’influenza degli estremisti.

Il Bangladesh è un altro dei paesi a maggioranza islamica in cui i cristiani hanno vissuto a lungo in relativa sicurezza mentre negli ultimi anni la situazione si è andata rapidamente deteriorando. Una delle ultime azioni contro di loro riguarda la piccolissima comunità cristiana di Bilbathuagani, un villaggio situato a 100 chilometri dalla capitale Dacca. L’8 settembre 25 convertiti cristiani, che per tre anni si erano riuniti segretamente, hanno iniziato a costruire una chiesa. I lavori sono stati quasi subito fermati dalle autorità. Pochi giorni dopo inoltre, rispondendo all’appello lanciato in tutte le moschee della zona, una folla si è recata per due volte sul luogo della costruzione – 200 persone la prima volta, più di mille la seconda – esigendo che le parti già erette venissero immediatamente distrutte. Non contenti, adesso gli abitanti del villaggio hanno costituito un comitato per impedire ai cristiani qualsiasi attività ed evitare che “fuorviino” la gente.

Nel frattempo già otto dei 25 cristiani hanno preferito ritornare all’islam. «Tutta la popolazione è in fermento, in attesa che anche gli altri rinuncino al cristianesimo. Se non torneranno all’islam – sostiene Rafiqul Islam Faruk, capo del consiglio comunale – la gente si arrabbierà molto e le conseguenze saranno molto brutte. I musulmani del villaggio non accetteranno mai di convivere con delle persone che si convertono al cristianesimo. I cristiani non possono vivere qui. Vorrebbe dire sollevare un vespaio».