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Da Casablanca al Cairo, si alza la richiesta di riforma dell'islam

Un appello per la democratizzazione del mondo arabo e un programma di riforma del pensiero islamico: insieme alle rivolte di piazza emerge una forte domanda di riforma religiosa e culturale.

egitto proteste

Un appello per la democratizzazione del mondo arabo e un programma di riforma del pensiero islamico: negli ultimi giorni due importanti fatti arrivano dall’interno del mondo arabo e islamico a testimonianza che dietro le rivolte di piazza di questi giorni sta emergendo prepotente anche una inquietudine religiosa che attraversa tutta la regione.

Ma procediamo con ordine: sulla scia delle rivolte in Tunisia ed Egitto, oltre 2200 studiosi, politici e attivisti arabi, provenienti da 20 paesi arabi, hanno pubblicato un appello urgente per la difesa e il consolidamento dei diritti umani e della democrazia nel mondo arabo. E’ stato chiamato «Appello di Casablanca», dal nome della città del Marocco dove nello scorso ottobre è stata organizzata una conferenza proprio per discutere del futuro dei paesi arabi. «L’Appello di Casablanca – ha detto Radwan Masmoudi, presidente del Center for the Study of Islam and Democracy (Csid) e organizzatore della Conferenza dell’ottobre scorso – è sostenuto da intellettuali e politici arabi di primo piano, di ogni convinzione politica, dall’ala sinistra e dei secolaristi fino agli islamici moderati e anche i Fratelli Musulmani, tutti d’accordo che la democrazia e i diritti umani sono oggi una ‘necessità assoluta’ per il mondo arabo». «La rivoluzione tunisina – gli ha fatto eco Emad El-Din Shahin, docente di Religioni, Conflitti e Operazioni di pace all’Università di Notre Dame, tra gli estensori del documento – ha spazzato via diversi miti: il mito dell’eccezione mediorientale alla democrazia, il mito di poter ottenere riforme economiche senza una liuberalizzazione politica, e il mito per cui il sostegno occidentale ai regimi autocratici della regione manterrà la stabilità e proteggerà gli interessi strategici occidentali».

Il documento cita alcuni punti critici per l’evoluzione della giustizia politica e sociale: anzitutto il diritto a organizzare liberi sindacati, visto che secondo i rapporti internazionali la regione mediorientale è quella messa peggio in quanto a diritti sindacali. Inoltre chiede pari diritti per donne e giovani nella partecipazione allo sviluppo dei rispettivi paesi, e libertà di espressione per tutti. Interessante, al proposito la questione dell’educazione che – secondo Masmoudi – è «al centro di ogni sforzo di sviluppo, per cui la libertà di espressione deve includere la libertà di insegnamento nelle scuole e nelle università».

Potenzialmente più esplosiva è la seconda iniziativa, che è partita dall’Egitto il 24 gennaio, ovvero la pubblicazione di un «Documento per il rinnovamento del discorso religioso», postato sul sito del settimanale Yawm al-Sâbi’. Dieci pagine, ventidue punti: un programma di riforma dell’islam che spazia dalla revisione del concetto di jihad (guerra santa) al ruolo della donna, dalla revisione dei testi religiosi (le parole attribuite a Maometto e i commentari coranici) fino alla separazione tra religione e politica. L’iniziativa è partita da un gruppo di persone legate al settimanale che hanno però ripreso e sistematizzato discorsi e scritti di 23 dotti islamici legati alla famosa Università Al Azhar del Cairo, il centro più importante per la formazione e la teologia islamica.

Le foto dei 23 dotti sono state pubblicate accanto al documento: un chiaro invito a uscire allo scoperto che, se si verificasse, diventerebbe una vera e propria bomba per il mondo religioso islamico. Tra i nomi dei dotti ci sono infatti personalità religiose di rilievo come Nasr Farid Wasel, ex gran Mufti dell’Egitto; l’imam Safwat Hegazi; il dott. Gamal al-Banna, fratello del fondatore dei Fratelli Musulmani; i professori Malakah Zirâr e Âminah Noseir; il celebre scrittore islamista Fahmi Huweidi; il dott. Mabruk Atiyyah; un gran numero di predicatori (du‘ât), incaricati della Propaganda islamica quali Khalid al-Gindi, Muhammad Hedâyah, Mustafa Husni.

In soli tre giorni, il documento è stato rilanciato su 12mila siti, a dimostrazione del polverone sollevato. Ci sono già stati centinaia di commenti, da cui emerge lo scandalo che tali posizioni suscitano, mentre una minoranza soltanto si dimostra d’accordo. Vuol dire che qualsiasi forma di rinnovamento culturale sarà comunque lunga e avrà moltissime resistenze, ma significa anche che qualcosa si è messo in movimento; che sotto l’apparente monolitismo del mondo islamico ribolle il desiderio di fare i conti con la modernità e si cercano sponde anche al di fuori del mondo arabo per sostenere questo cammino.