Cyberbullismo, maxi multa per i genitori che non vigilano
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Maxi multa per i genitori di una ragazza bresciana, autrice di atti di cyberbullismo ai danni di una compagna di scuola. Non aver vigilato costa loro 15mila euro. E non è l'unica sentenza che procede in questa direzione.

La giurisprudenza in materia di tutela dei diritti dei minori nel web sta ampliando i confini della responsabilità dei genitori, chiamati a vigilare anche sul piano giuridico affinchè la condotta online dei loro figli si mantenga entro i canoni della correttezza e non sfoci in violazioni di legge.
Il recente caso giudiziario di Brescia ha acceso un dibattito fondamentale sulla responsabilità dei genitori per i comportamenti online dei propri figli, mettendo in evidenza un principio sempre più consolidato nella giurisprudenza italiana: i genitori non possono sottrarsi ai loro doveri educativi e di vigilanza, neppure invocando la propria incompetenza tecnologica. La sentenza n. 879 del 4 marzo 2024 del Tribunale bresciano ha condannato due genitori a risarcire 15mila euro per i danni causati dalla figlia, autrice di gravi atti di cyberbullismo e diffamazione online ai danni di una compagna di classe. La giovane, approfittando della scarsa supervisione familiare, aveva creato profili falsi per diffondere insulti e immagini compromettenti, alterate tramite software di fotoritocco. Il Tribunale di Brescia ha ritenuto insufficiente, come causa di giustificazione, il fatto che i genitori avessero chiesto le password della figlia o che non fossero esperti di strumenti digitali: il loro dovere non si esaurisce in una richiesta formale di accesso ai social network, ma comporta un'effettiva attività di controllo e prevenzione. Questo principio si fonda sull’articolo 2048 del Codice Civile, che sancisce la responsabilità dei genitori per i danni causati dai figli minori, salvo prova di non aver potuto impedire il fatto.
Il concetto di culpa in educando impone loro non solo di impartire un’educazione adeguata, ma anche di verificare concretamente che i valori trasmessi siano effettivamente assimilati dai figli. Il caso di Brescia non è isolato: altre sentenze, come quella del Tribunale di Caltanissetta del 2019, hanno evidenziato la correlazione tra la condotta dei minori sui social e la qualità dell’educazione ricevuta in famiglia, arrivando a disporre l’intervento dei servizi sociali in presenza di gravi carenze educative.
Il Tribunale di Parma, nel 2020, ha ulteriormente chiarito che il dovere di vigilanza include un controllo attivo e costante sull’uso dei dispositivi digitali, anche attraverso l’adozione di filtri e limitazioni.
Nelle settimane scorse, infine, anche il Tribunale di Termini Imerese, con la sentenza n.304 del 10 marzo, ha condannato i genitori di una dodicenne che aveva aperto un profilo social sul cellulare dei genitori senza condividere con loro la password. La normativa vigente stabilisce che i minori sotto i 13 anni non possano iscriversi ai social network senza il consenso genitoriale, e tra i 13 e i 14 anni devono essere supervisionati dai genitori. Tuttavia, nella pratica, il fenomeno della presenza non regolamentata dei minori online è diffuso: secondo una ricerca del 2019, l’84% dei ragazzi tra i 10 e i 14 anni possiede un profilo social, spesso creato con dati falsi e talvolta con la complicità di un genitore. Questo dato solleva interrogativi fondamentali sulla consapevolezza e sul ruolo educativo dei genitori, sempre più chiamati ad affrontare le sfide di una realtà digitale che evolve rapidamente. Il diritto non prevede un confine rigido per la responsabilità genitoriale nel contesto digitale, proprio per consentirne un adattamento all’evoluzione tecnologica. Tuttavia, è chiaro che i genitori sono civilmente responsabili per i danni causati dai figli anche in rete, indipendentemente dal fatto che siano stati presenti o meno nel momento in cui l’illecito è stato commesso.
Se il minore ha più di 14 anni, può essere ritenuto imputabile penalmente, ma ciò non esonera i genitori dalla responsabilità civile per i danni arrecati. In questo scenario, emerge la questione del bilanciamento tra il diritto dei genitori di educare e controllare i figli e il diritto dei minori alla riservatezza. La legge non legittima un’intrusione illimitata nella vita privata del minore, ma riconosce ai genitori il diritto-dovere di vigilare sul loro comportamento online, specialmente se vi sono segnali di pericolo. L’uso di strumenti di parental control può essere utile, ma non sostituisce il dialogo e l’educazione digitale, fondamentali per costruire un rapporto di fiducia con i figli e per aiutarli a sviluppare un uso consapevole e responsabile della rete.
La recente sentenza di Brescia lancia un segnale chiaro: i genitori non possono limitarsi a fornire regole astratte, ma devono essere attivamente coinvolti nella vita digitale dei figli, monitorando il loro comportamento online e intervenendo tempestivamente per prevenire condotte dannose. In un’epoca in cui la tecnologia gioca un ruolo centrale nella crescita dei ragazzi, l’educazione digitale deve diventare parte integrante della responsabilità genitoriale, non solo con sterili raccomandazioni ma con una vigilanza costante e premurosa.