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Cristiani, perciò credenti nelle profezie. di Vittorio Messori

Il cristianesimo non sarebbe tale se non credesse nella «profezia», intesa anche (seppur non solo) come capacità data da Dio ad alcuni uomini di vaticinare il futuro. Erroneamente tanta teologia attuale rifiuta la Tradizione, che ha sempre guardato all’Antico Testamento in vista del Nuovo.

Pubblichiamo un articolo tratto dai "Vivaio" scritti da Vittorio Messori e raccolti in cinque volumi pubblicati dall'editrice SugarCo. Quello che segue è tratto dal volume Emporio cattolico, 2006. 

(…) Anche se oggi è «teologicamente scorretto» ricordarlo, il cristianesimo non sarebbe tale se non credesse nella «profezia», intesa anche (seppur non solo) come capacità data da Dio ad alcuni uomini di vaticinare il futuro. In effetti, quello che chiamiamo Antico Testamento è, in una prospettiva di fede, un’unica, grande profezia dell’avvento del Regno messianico che in Gesù si sarebbe compiuto. Profezie che talvolta riguardano dei «tipi» (così sono chiamati), costituiti sia da persone che da eventi.

Ad esempio: stando a Paolo, nella Lettera ai Romani, Adamo è «esempio» o «figura» o «tipo» di Colui che doveva venire. O, nella Prima ai Corinti, l’Esodo ebraico è «preannuncio» dell’evento cristiano del battesimo. C’è, poi, la grande sinfonia delle profezie messianiche che anticipano quanto avverrà all’arrivo del Cristo: la nascita a Betlemme da una vergine, la discendenza davidica, il destino di umiliazione e sofferenza e, alla fine, di esaltazione e di gloria. Nel Libro di Isaia, la grande profezia sulla Passione dei capitoli 52-53 («il Servo di Jahvè») è di tale impressionante precisione da avere indotto qualche Padre della Chiesa a chiamare quel libro profetico un «quinto evangelo».

Un certo ecumenismo attuale tende a rifiutare la Tradizione, che ha sempre guardato all’Antico Testamento in vista del Nuovo, come un preannuncio: si teme, con questa lettura «tipologica» e «profetica», di non rispettare il giudaismo, considerandolo solo un prologo del cristianesimo. In realtà, non è questione di rispetto – ovviamente fuori discussione – per i «fratelli maggiori», ma di rispetto per la prospettiva cristiana, che non può reggere senza questo suo prologo di preannuncio ebraico. Una delle chiavi dell’apologetica di Pascal, ad esempio, è proprio il fatto che (come scrive quel grande) «dall’inizio della storia, Gesù è sttao prima annunciato e poi adorato»; è il fatto che «il Nuovo Testamento è già tutto celato nell’Antico».

Ma c’è poi, oggi, l’allergia, di sapore razionalista, di una certa teologia ed esegesi per la parola «profezia», intesa come preannuncio di quanto verrà, quasi che si temesse di confondersi con visionari e ciarlatani. Crediamo che occorra guardarsi, da un lato, dall’ossessione di chi cerca nelle antiche Scritture il preannuncio di ogni minuzia; e, dall’altro lato, guardarsi anche dal pensare che i termini «profeti» e «profezie» siano sempre da leggere senza riferimento al preannuncio del futuro. Questo vale anche per le «profezie», sempre intese come vaticini e preveggenze, che si sono succedute nei venti secoli di storia cristiana.

Non dimentichiamo che, stando alla dottrina indiscussa, l’anticipo del futuro è possibile, ed è un miracolo di ordine morale che attesta l’onniscienza di Dio. Egli conosce il futuro e può partecipare, secondo Sue scelte imperscrutabili, questa conoscenza dell’uomo. Mi capita di leggere in opere teologiche attuali che questa sarebbe una concezione «grossolana, inattendibile, premoderna» della profezia. Mi riesce difficile capire perché. Forse, basta, anche qui, non lasciarsi impressionare dalle mode e stare con i santi, i quali – tutti – non solo credettero alla possibilità di questo miracolo di prescienza ma, spesso, furono essi stessi privilegiati dalla conoscenza del futuro.

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