• IL NO AL REFERENDUM

Costa più la burocrazia dei parlamentari

Il numero dei parlamentari è un falso problema, anche se per puro calcolo statistico in un numero più grande dovrebbe essere più facile trovare persone competenti. Per ridurre i costi e aumentare l'efficienza è necessario ridurre l'apparato burocratico, il personale delle Authority e il costo delle Regioni.

In queste settimane in vista della consultazione referendaria mi sono domandato più volte: la vita politica nel senso alto del termine – cioè come scienza e pratica architettonica del bene comune – ha un reale bisogno della riduzione del numero di deputati e senatori? La Repubblica italiana di cosa ha bisogno?

Molti lamentano lo scollamento della classe politica dalla vita reale, dalla popolazione comune. Gli stessi Cinquestelle un tempo chiamavano la classe politica “la casta”. Oggi sembra che si siano adeguati. Oppure ricorda il risultato di questionari somministrati a uomini politici per sondare quanto conoscessero la vita reale. E ricorda le loro risposte circa il prezzo di beni di prima necessità, come il pane o il latte: sembra che vivessero senza.

Altri lamentano l’incompetenza dei politici nell’amministrazione della cosa pubblica.
La riduzione del numero di deputati e senatori – abbiamo letto da più parti – non ridurrà in modo significativo il costo della spesa pubblica. Invece chi propone la riduzione lo usa come argomento fondante. Se vuoi ridurre il costo della spesa pubblica devi agire su altre leve: riduzione dell’apparato burocratico, riduzione del personale delle Authority che sono cresciute a dismisura negli ultimi anni sottraendo competenze e lavoro ai ministeri già esistenti, riduzione del costo delle Regioni. Ricordo che il costo della spesa pubblica prima del 1973 si aggirava intorno al 60% del PIL, dopo l’introduzione degli apparati burocratici delle Regioni è salito ad oltre il 120% del PIL. Una riflessione su questo aspetto sarebbe doverosa.

Alcuni propongono la riduzione del numero dei parlamentari come “un primo passo verso le riforme”. Ma resta un enigma quali riforme e che contenuto abbiano. Quale sarà il secondo passo? E soprattutto quale sarà il traguardo dei vari passi nessuno lo descrive con precisione? Se non conosco la meta, prudenza vuole che io non esca di casa. Così, se non conoscono il secondo passo e soprattutto il traguardo finale perché devo iniziare riducendo il numero dei rappresentanti in Parlamento?

Porto solo un argomento a favore del no al referendum sulla legge di riforma della Costituzione. Un argomento di tipo statistico. Theologus in agro alieno, ahimè.

Quanto maggiore è il numero dei parlamentari, tanto maggiore sarà la probabilità di trovare in tale coorte persone competenti per conoscere fenomeni sociali e scrivere leggi, persone appassionate del bene comune. Se invece riduco il numero di deputati e senatori, avrò una probabilità di gran lunga inferiore nel trovare persone competenti e appassionate.
Inoltre, riducendo il numero di deputati e senatori la casta diventerà sempre più casta, sempre più élite. E aumenterà la distanza tra legislatore e cittadini, tra potere legislativo e vita reale.

Al di là della riforma di legge elettorale, in senso maggioritario o proporzionale, a mio avviso sono improrogabili due urgenze: dare pubblicità ai bilanci dei partiti presenti in Parlamento, come aveva proposto con legge il senatore don Luigi Sturzo; e introdurre il voto di preferenza per candidati senatori e candidati deputati. Fu abolito perché – si diceva – che favoriva il clientelismo. Sono trascorsi quasi 30 anni, ma il clientelismo c’è sempre ed è aumentato a dismisura il peso delle segreterie dei partiti, organi tra l’altro non previsti dalla Costituzione. La pubblicità dei bilanci dei partiti, oltre che buona norma di trasparenza, giova anche al consolidamento della fiducia nel rapporto di rappresentanza politica. E il voto di preferenza facilita il rapporto di fiducia tra elettori ed eletto, stimola la collaborazione e il confronto costruttivo del bene comune.