Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
Sante Rufina e Seconda a cura di Ermes Dovico
Intervista / Bertoglio

“Così il disastro di Seveso è stato usato per sdoganare l’aborto”

Ascolta la versione audio dell'articolo

Oggi è il 50° anniversario della fuoriuscita di una nube di diossina dall’Icmesa, in Brianza. Un disastro cavalcato dagli abortisti, terrorizzando le donne incinte con l’idea – peraltro infondata – di un “mostro” in pancia. Il ruolo della stampa vs la carità della Chiesa. La Bussola intervista il dottor Ambrogio Bertoglio, abitante di Seveso e all’epoca responsabile dell’Ufficio decanale.
- Fu colpa dell'incompetenza, non della chimicadi Gianni Fochi

Attualità 10_07_2026
Seveso, case evacuate per la nube di diossina (LaPresse)

Oggi sono esattamente cinquant’anni dall’inizio di quel che è passato alla storia come “disastro di Seveso” (10 luglio 1976), generato dalla fuoriuscita di una nube di diossina dallo stabilimento dell’Icmesa (a Meda), azienda svizzera che faceva capo alla multinazionale La Roche. Un disastro che ebbe ricadute a più livelli: ambientale, sanitario, politico, economico-sociale. In particolare vogliamo qui soffermarci sulle sue conseguenze nella battaglia sull’aborto, perché quell’incidente funse in qualche modo da acceleratore delle pretese abortiste che si concretizzarono meno di due anni dopo nella legge 194.

Testimone privilegiato di quell’epoca è Ambrogio Bertoglio, psichiatra, allora trentenne e già padre di famiglia, che fu nominato dal cardinale Giovanni Colombo, arcivescovo di Milano, responsabile laico dell’Ufficio decanale di assistenza e coordinamento (Udac), un ufficio attivo da inizio agosto del ’76 con cui la diocesi ambrosiana offriva la sua vicinanza alla popolazione. La Bussola lo ha intervistato.

Dottor Bertoglio, fin dai primi giorni il disastro di Seveso è divenuto un pretesto per promuovere l’aborto e la sua legalizzazione. Da testimone e abitante di Seveso, che cosa ci può dire al riguardo?
Eravamo nel bel mezzo del dibattito sull’aborto, la situazione di Seveso è stata utilizzata per rompere qualsiasi diga intorno al tema dell’aborto terapeutico. C’erano decine e decine di femministe, ginecologi che venivano da Milano e si presentavano qua con dei cartelli con raffigurazioni drammatiche, e si piazzavano fuori dai consultori e dalle strutture sanitarie. Il messaggio che si voleva far passare era che la donna incinta avesse un “mostro” nella pancia. Questo ha dato il via libera, con l’avallo delle autorità regionali e nazionali, all’aborto terapeutico.

L’Osservatore Romano e Avvenire sottolineavano che non di aborto terapeutico si trattava ma di «aborto eugenetico» perché non c’erano rischi per le donne, ma si invocava l’aborto per malformazioni, peraltro solo ipotetiche.
In quel momento non si avevano notizie intorno all’effetto della diossina. Era emerso che la sostanza fosse teratogena, cioè poteva in teoria fare danni ai feti: ma questo avveniva per gli animali, non si sapeva se fosse vero anche per gli uomini. Dicendo alle donne che avevano un mostro nella pancia, si voleva togliere loro ogni speranza. Ma già a inizio agosto del ’76 il cardinale Colombo aveva pubblicamente incoraggiato le donne a proseguire la gravidanza e spiegato che se davvero fosse nato un bambino malformato ci sarebbe stata sicuramente qualche famiglia pronta a prendersene cura. Infatti delle famiglie diedero la loro disponibilità. Ma gli abortisti ricoprirono il cardinale di insulti, lo bollarono come disumano e contro le esigenze delle donne.

Ci furono famiglie che adottarono qualche bambino nato nel tempo della diossina?
Non ce ne fu bisogno. I bambini venuti alla luce in quel periodo nacquero assolutamente sani. Inoltre, riguardo a quelli abortiti, dalle analisi sui resti dei feti non è risultata nessuna malformazione.

C’erano molti titoli all’epoca che insistevano sul parallelo Vietnam-Seveso. Ma riguardo all’aborto quale fu il ruolo della stampa?
Do un po’ di contesto. Nel ’76 eravamo nel bel mezzo degli Anni di piombo. E si sparava. La stessa mattina del 10 luglio, a Roma, era stato ucciso per strada il giudice Vittorio Occorsio. Ogni giorno c’erano delle manifestazioni a favore del Vietnam, contro l’America, era un clima incandescente e ideologico. Riguardo alla questione dell’aborto, fu subito evidente che il disastro di Seveso potesse diventare un simbolo e un modo per legittimare l’aborto. E così è stato utilizzato dalla stampa laicista. Addirittura sulla Stampa di Torino si propose di imporre l’aborto alle donne di Seveso, obbligandole per legge. Questa era la situazione. La nostra posizione si sintetizzava in un manifesto di CL intitolato Seveso - La vita continua, con tre frasi sotto: “La multinazionale ha distrutto”; “La politica falsificando la scienza ha negato la vita”; “Un popolo unito e libero tornerà a vivere”. Questa posizione era di grande realismo perché altrimenti saremmo dovuti fuggire da Seveso in ventimila persone, con tutte le conseguenze di una simile fuga. Questo manifesto fu censurato e ignorato da tanti. Venivamo presi in giro come quelli che minimizzavano e negavano, per cui ieri come oggi in tantissimi reportage il contributo dei cattolici nella risposta al disastro non è nemmeno considerato. Da parte nostra non c’è mai stata né negazione né allarmismo, e lo dimostra tutta la documentazione raccolta sul sito www.diossinaseveso.it in cui emerge con chiarezza che la nostra posizione era seria, cioè di gente che tentava con intelligenza di affrontare la situazione, coinvolgendo anche esperti.

A proposito di informazione: voi dell’Ufficio decanale avete pubblicato anche un giornale, Solidarietà: quali caratteristiche aveva?
Solidarietà è uscito prima come settimanale, poi come quindicinale e infine come bimestrale, fino a maggio 1977. Era un foglio di quattro-sei pagine, con picchi di diffusione di 50-60 mila copie, distribuito nei paesi qui intorno ma anche in altre parti d’Italia e in Svizzera. Vi scrivevano don Gervasio Gestori, don Dionigi Tettamanzi (poi arcivescovo di Milano), monsignor Giovanni Battista Guzzetti, che era un moralista, Renato Farina, Fiorenzo Tagliabue e altri ancora. Su Solidarietà si argomentava il no all’aborto, si davano informazioni sanitarie, si precisavano le mappe di localizzazione della diossina, si raccontavano i centri diurni per i bambini e quello che stava succedendo nei nostri paesi: divenne un punto di riferimento importante per la gente.

A Seveso, oltre alle femministe, vennero anche medici della clinica Mangiagalli di Milano per propagandare l’aborto. Cosa ricorda di questo?
Per i sostenitori dell’aborto c’era bisogno di forzare la mano. In particolare, a Seveso venne il professor Francesco Dambrosio, che è stato uno dei paladini della campagna pro aborto. Vale la pena ricordare che allora il direttore della prima clinica di ostetricia e ginecologia dell’Università di Milano, quindi “capo” anche di Dambrosio, era il professor Giovanni Battista Candiani. Ebbene, 12 anni dopo il disastro di Seveso, Candiani tenne la relazione introduttiva al congresso dell’Associazione degli ostetrici e ginecologi ospedalieri, quindi un ambiente pubblico e laico importantissimo: in quell’occasione chiese scusa per aver deviato dalla sua posizione originaria, contraria all’aborto, e aver acconsentito all’interruzione di gravidanza per 33 donne «condizionate, all’epoca, da pittoreschi personaggi che incitavano all’aborto con sinistri avvertimenti», come disse lui stesso. Le parole di Candiani, che ammetteva di aver sbagliato dietro anche le pressioni subite, furono riprese da Avvenire e da pochi altri giornali.

Tornando al ’76, la congiuntura politica non era tanto favorevole: a giugno erano stati eletti alla Camera quattro membri del Partito radicale (Emma Bonino, Adele Faccio, Mauro Mellini e Marco Pannella) che sfruttarono il caso Seveso per spingere verso l’aborto. Ma se i radicali fecero “il loro lavoro”, la Dc lombarda e anche quella nazionale ebbero la colpa di dare il loro via libera: Giulio Andreotti già l’11 agosto disse che era «possibile applicare la sentenza della Corte costituzionale [n. 27/1975] sull’aborto terapeutico».
Io non li voglio giustificare, ma la pressione di quegli anni era drammatica. Da un lato il clima degli Anni di piombo è stato molto pesante; dall’altro, la classe politica non ha saputo tenere fermo il timone, cioè ha ceduto alle pressioni. Si trattava di pressioni forti e anche commiserevoli, meschine, si dicevano frasi del genere: “Come puoi immaginare di lasciare un mostro nella pancia di una donna?”. I sostenitori dell’aborto facevano leva su questi sentimenti per cambiare l’opinione pubblica. Si mostravano cartelli con dei bambini malformati per via di altre patologie che non c’entravano nulla con la diossina, ma venivano comunque mostrati alle donne fuori dai consultori, con violenza ideologica.

Nel 1977, il 23 aprile, a difesa della vita intervenne anche Madre Teresa di Calcutta, in una giornata allo stadio di San Siro voluta dal cardinale Colombo. Come andò quell’evento?
Fu un grande momento: a San Siro erano presenti 80 mila persone. Parlarono Madre Teresa, un nostro amico disabile, un medico obiettore e un’amica e giovane mamma di Seveso, Isa Fumagalli, che aveva già un figlio ed era in attesa della secondogenita. Isa raccontò la sua esperienza, testimoniò che un figlio è un dono del Signore.

Isa Fumagalli, insieme ad altre giovani, girava per le case per tranquillizzare le altre donne e consigliare loro di tenere il bambino, è vero?
Prima ancora di girare per le case, era la nostra amicizia… un’amicizia che non nasceva in quel momento, ma c’era già, era fatta dal gruppo di acquisto solidale, dalle famiglie che conoscevamo in oratorio, dalla nostra comunità. Quindi per molti eravamo un punto di riferimento, ci chiedevano consiglio. A Seveso allora era molto presente il movimento di Comunione e Liberazione, c’era il Seminario che per impulso del cardinale Colombo si rese subito disponibile ad aiutare, così come tutte le parrocchie, c’erano le Acli, l’associazione degli artigiani: c’è stato un miracoloso convergere in una presenza unitaria che è confluita nell’Ufficio decanale, che è stato espressione di tanti che hanno riconosciuto che era necessario prendere una posizione e costruire qualcosa di positivo. Riguardo al veleno, alla diossina, dal punto di vista scientifico abbiamo dovuto muoverci molto per imparare e capire di cosa stavamo parlando; ma dal punto di vista dell’essere popolo, dell’essere Chiesa, avevamo una certa attitudine e pratica, per cui è stato abbastanza naturale che questa presenza si dilatasse e proseguisse anche in quel momento così drammatico.

***
Alla prossima Giornata della Bussola, in programma a Seveso il 19 settembre 2026, Ambrogio Bertoglio riceverà il premio “Fatti per la Verità” anche in rappresentanza di quel popolo che a Seveso ha lottato per la vita e la verità.



L’anniversario

Seveso 50 anni dopo, un disastro tra ideologia e disinformazione

09_07_2026 Federico Robbe

Questo 10 luglio ricorrono cinquant’anni dalla dispersione di una nube di diossina nel cielo della Brianza, tra Seveso e Meda. Un disastro che scatenò una campagna allarmistica, cavalcata in primis dai sostenitori dell’aborto. Ma ci fu anche un popolo, cattolico, testimone di speranza e verità.