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Coscienza anestetizzata: è la Chiesa palliativa

Se la società palliativa in cui viviamo è quella che intende eliminare il dolore e quindi anestetizzare i cittadini, la Chiesa palliativa oggi dominante è una Chiesa che tranquillizza le coscienze, che abolisce il termine peccato. È una Chiesa obbligata ad andare d’accordo con il mondo. Come si è visto in questi due anni di pandemia.

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In un mio precedente intervento ho trattato della società palliativa. A ben vedere, però, oggi abbiamo anche una Chiesa palliativa. Anche di questo conviene allora parlare.

Come avevo sostenuto, sulla scorta di alcune analisi svolte da altri autori, nel precedente intervento a cui rimando, la società palliativa è quella che intende eliminare il dolore e quindi anestetizza i cittadini. Non solo non più dolore fisico, ma anche non più contagi mediante una vaccinazione preventiva, generale e perpetua, non più ansie o angosce tramite una terapia generalizzata, non più conflitti tramite una condivisione di servizi conferiti dal centro, non più tensione tra libertà e autorità tramite un controllo sociale e una sorveglianza politica presentati come necessari per il benessere pubblico. La società palliativa combina il liberismo capitalista con la sorveglianza e il controllo sociale: il cittadino iper-sorvegliato ringrazia pure di esserlo.

Domenica scorsa, la lettura del Vangalo durante la Messa era quella del fico sterile. È un testo minaccioso e ansiogeno. Parla di punizioni per chi non produce frutti e la minaccia di sradicare il fico sterile equivale ad una condanna alla morte spirituale per il credente che, come il fico, non dia frutto. Ma il sacerdote che ha tenuto l’omelia nella mia chiesa deve aver considerato tutto ciò troppo inquietante e ha pronunciato una omelia palliativa. Non ha parlato di minacce di punizioni, ma si è concentrato sulla concessione della proroga da parte del padrone del campo. Il Vangelo infatti racconta che egli ha concesso al fico un'altra possibilità, lo avrebbe fatto concimare e avrebbe aspettato un altro anno per vedere se i frutti arrivassero. Il sacerdote celebrante ha quindi insistito su Dio che dà sempre all’uomo un’altra possibilità, che “investe il suo tempo nell’uomo”, che pazientemente attende la nostra conversione… tacendo sul fatto che ad un certo punto, secondo la parabola, il tempo finirà, compresa l’ultima proroga concessa.

Il Vangelo è pieno di parabole e insegnamenti che parlano di punizioni possibili, di condanne da evitare fin che si è in tempo, di modi di essere pericolosi e di situazioni non reversibili. La Chiesa palliativa di oggi, però, li censura, come è avvenuto con il fico sterile, perché il fedele deve comunque uscire di chiesa sereno e in pace con se stesso, privo di preoccupazioni e confidente che “tutto andrà bene”: il tutto suggellato dal “buona settimana” che ormai segue sempre l'Ite missa est. La misericordia prevale sempre sulla giustizia, si ricorda continuamente che Cristo non è venuto a condannare ma a salvare, tralasciando che se non è venuto a condannare è però venuto anche a giudicare. La Chiesa palliativa attribuisce anche a Dio la domanda “chi sono io per giudicare?”.

Un elemento che conferma il corso della nuova Chiesa palliativa che tranquillizza le coscienze garantendo sempre un esito positivo è l’abolizione del termine peccato e, soprattutto, della nozione teologica del peccato delle origini. All’inizio della santa Messa ormai con grande frequenza il celebrante invita a chiedere perdono delle “nostre debolezze”, delle “nostre fragilità”, di quando siamo stati “troppo concentrati su noi stessi” e così via. La parola peccato viene adoperata raramente. Della dottrina del peccato originale poi non si sente più parlare non solo nell’omiletica ma anche nella teologia. Il fedele dovrebbe essere contento dello stato di natura decaduta, che sarebbe da considerarsi voluto da Dio e dentro il quale trovare il proprio equilibrio. Il peccato e il peccato delle origini in particolare sono considerati fonti di ansia da prevenire.

Una occasione straordinaria per mostrare il volto della Chiesa palliativa è stata la pandemia di questi due ultimi anni. La Chiesa si è fatta ministero della sanità, ha fatto proprie – perfino accrescendole – tutte le misure stabilite dal potere politico facendo coincidere la carità cristiana con l’applicazione rigidissima (salvo rare eccezioni) dei provvedimenti governativi. Ha impedito che i fedeli pensassero e ha condiviso l’idea che siamo tutti malati e che l’onere della prova ricade su chi non è malato piuttosto che su chi lo è. Ma che siamo tutti malati è proprio l’assunto della società palliativa che così motiva la profilassi generalizzata e continua e il controllo occhiuto dei comportamenti dei cittadini, che la Chiesa ha importato dentro di sé. Tutte le dittature sanitarie, e non solo sanitarie, si fondano su questo presupposto. 

Il fondamento principale della Chiesa palliativa è però di carattere strettamente teologico. Dopo la “svolta antropologica” la Chiesa non può più essere segno di contraddizione, perché è obbligata ad andare d’accordo col mondo. Se finisce la tensione tra Chiesa e mondo – “Dio e mondo non riusciranno mai a intendersi” (Cornelio Fabro) -  l’anestesia diventa obbligata, le tensioni devono venire addolcite, le azioni sempre e comunque cattive devono essere riassorbite dentro condizioni che le rendano reversibili. Con la svolta antropologica proprio questo è avvenuto: se Dio si auto-comunica nella storia profana dell’umanità, ossia nel mondo, ciò che Dio vuole e che la Chiesa deve testimoniare saranno i segni dei tempi a dirlo. Tranquilli, quindi, “andrà tutto bene”.

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