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Coronavirus: miliardi di persone tornano povere

Almeno un fatto è certo nell’economia mondiale ed è ormai evidente, giunti al culmine della pandemia di coronavirus: 22 anni di prosperità economica globale in rapida crescita sono stati spazzati via in appena due mesi. Sarà la fine del libero mercato, teorizzato da Adam Smith fin dal 1776? Sarà l'inizio di un Nuovo Ordine Cinese?

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India, lockdown e fuga degli immigrati

Almeno un fatto è certo nell’economia mondiale ed è ormai evidente, giunti al culmine della pandemia di coronavirus: 22 anni di prosperità economica globale in rapida crescita sono stati spazzati via in appena due mesi, una tabula rasa economica. Nazioni ricche e povere, allo stesso modo, stanno perdendo migliaia di miliardi di dollari di commercio interno e internazionale.

Le economie in via di sviluppo, in particolare, hanno subito il colpo peggiore. Molte di esse sono in cima alla lista delle chiusure di aziende per Covid. Ben presto le loro economie saranno perdute, saranno tecnicamente al tappeto, quando verranno espulse dall’arena della cooperazione internazionale. Siamo pienamente consapevoli delle conseguenze di grandi bolle economiche seguite da difficoltà altrettanto grandi. Il collasso dei mercati causato dal coronavirus non è la prima tragedia economica a cui abbiamo assistito nell’arco della nostra vita, anche se sta per causare il più grave danno all’economia mondiale dai tempi della Grande Recessione del 2008-2009.

Il 2020 pareva destinato a diventare il miglior anno nella storia recente, con l’indice Dow Jones azionario che batteva tutti i record durante un decennio di “fase del toro” nelle Borse. Era come se la Populorum Progressio di Paolo VI non fosse più solo un’enciclica del 1967, ma fosse diventata una realtà. Un forte progresso economico stava emancipando popoli che (secondo un pessimismo demografico malthusiano di moda negli anni 70) parevano condannati alla morte per fame. A parte gli alti e bassi, il Pil mondiale era in costante crescita fin dal 1998. Il boom delle nuove tecnologie informatiche, la distruzione creativa dell’industria, la cancellazione dei debiti del Terzo mondo e l’espansione del commercio internazionale avevano accelerato il passo delle economie più prospere, in espansione in tutto il mondo. Alcuni dei più grandi benefici di questo progresso si vedevano soprattutto nelle economie in via di sviluppo nell’Asia meridionale (India), nel Medio Oriente (Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait), in grandi regioni dell’Africa (i Paesi dell’Ecowas) e dell’America latina (Brasile, Messico e Cile), anche se lottavano ancora contro la loro povertà quotidiana.

Una giornalista ha descritto bene quel che sta accadendo, purtroppo. Maria Abi-Habib nel suo articolo Milioni di persone erano uscite dalla povertà. Il coronavirus li sta ricacciando indietro ha assolutamente ragione, anche se il titolo dovrebbe essere corretto nel numero: “miliardi” invece che “milioni”. Perché i lockdown per il coronavirus stanno rimandando centinaia di milioni di persone ai blocchi di partenza della loro crescita economica. Abi-Habib, una giornalista economica di Nuova Delhi, rivela la disperazione dei lavoratori a basso reddito che in tempi recenti avevano asceso rapidamente la scala sociale a livelli senza precedenti nelle economie in via di sviluppo. Improvvisamente sono affondati. Tutte le fatiche e i sacrifici per niente. Fin dai primi giorni di marzo, sembra che la soglia di 2,16 dollari al giorno usata per definire la povertà estrema, debba essere riportata a una cifra perfettamente tonda: 0. La Banca Mondiale stima che nel 2020, altri 40-60 milioni di persone saranno ricacciate nella povertà estrema. Questo è un regresso assoluto (non un progresso) dopo che il numero di persone in povertà assoluta aveva registrato una diminuzione notevole: da 1,9 miliardi nel 1990 a circa 550 milioni nel 2019. Era previsto un ulteriore calo fino a 436 milioni per il 2030, secondo il think tank Brookings Institute. Ciò vuol dire una riduzione del 70% della popolazione mondiale in condizioni di povertà estrema rispetto a tre decenni prima. Papa Paolo VI sarebbe stato felice ad assistere ad un’evoluzione simile.

Probabilmente, parlando in termini cinici, qualcuno sperava in un disastro economico simile e quel qualcuno è la Cina, una nazione che ambisce a sostituire gli Usa nel ruolo di prima superpotenza economica. Probabilmente è così, visto che si dice che la Nuova Via della Seta cinese sia parte di un nuovo “Ordine economico cinese” ostile, un nuovo amministratore delegato, tirannico, alla guida dell’espansione di una globalizzazione tutta sbilanciata a favore degli interessi di Pechino. La Nuova Via della Seta, essenzialmente, fornisce prestiti e manodopera cinesi a Paesi che hanno bisogno di aiuto, colmando le loro carenze infrastrutturali (porti, ferrovie, strade, alta tecnologia delle comunicazioni). Questi interventi avvengono tramite cooperazioni che mirano a facilitare le esportazioni cinesi in tutto il mondo. Nel suo insieme, questa politica va pensata come una via della seta aggiornata, costituita da rotte commerciali flessibili che connettono Asia, Oceania, Africa, Medio Oriente ed Europa alla Repubblica Popolare Cinese. Da quando la pandemia ha causato una catena di fallimenti, la Cina può sfruttare molti Paesi che non possono più ripagare i loro debiti contratti con Pechino per la costruzione delle infrastrutture. Di conseguenza queste proprietà vengono requisite, pignorate dalle spietate banche legate a Pechino. Divengono, a tutti gli effetti, proprietà della Cina, come era già avvenuto con l’importante infrastruttura portuale nello Sri Lanka.

Sta cambiando il paradigma della Ricchezza delle Nazioni? Adam Smith si starà certamente ribaltando nella tomba. Nell’ottica dell’economista visionario scozzese che aveva teorizzato il libero mercato nel suo Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle Nazioni, del 1776, l’attuale crisi economica e la ricchezza che sta bruciando è come veder buttare via 244 anni di graduale scalata verso il progresso economico. Il paradigma di Smith, basato sulla divisione del lavoro e sulla libera cooperazione internazionale sta giungendo ad una tragica conclusione? È cambiato paradigma, ne vedremo uno nuovo, universalmente accettato, come il filosofo Thomas Kuhn riteneva che avvenisse ai paradigmi?

È prevedibile che il nuovo “Ordine economico cinese”, anche se potrà temporaneamente avvantaggiarsi della sua Nuova Via della Seta, successivamente sarà destinato a crollare a causa del peso della sua stessa disinformazione diffusa assieme alla pandemia. A partire da Stati americani ed europei indignati, dal Missouri alla Germania, che chiedono risarcimenti per i danni subiti a causa del Covid, si sta rapidamente diffondendo un clima ostile alla Cina. Non solo ridurrà la fiducia nelle relazioni internazionali, ma si ritorcerà contro Pechino in termini di una diminuzione del benessere in Cina. Il nuovo paradigma potrà anche essere diverso da quello del commercio libero mondiale di Smith, ma sicuramente non sarà quello di un corrotto “Ordine economico cinese”. Se dovesse cambiare paradigma, sarebbe semmai più simile ad una cooperazione inter-regionale basata sulla fiducia.

Gli Stati Uniti, in questo senso, stanno aprendo la strada, rivedendo i loro rapporti con la Cina. All’inizio dell’amministrazione Trump, gli Stati Uniti erano già determinati a “uscire dalla Cina” e riportare a casa molte produzioni all’estero. La crisi del Covid ha semplicemente accelerato questa politica e le ha dato slancio. L’economia mondiale che uscirà da un mondo post-pandemia di Covid, cercherà di garantire sia il benessere che la sicurezza sanitaria alle singole Nazioni autonome. Rispetto al paradigma di Smith, vi saranno molte più produzioni interne, per “prendersi cura di sé” senza dover dipendere dalle importazioni da Paesi di cui non si nutre più fiducia.

Sarebbe un cambio di rotta rispetto al concetto stesso di cooperazione internazionale che avrebbe, negli intenti di Smith nel 1776, portato alla “grande diffusione di benessere” nelle Nazioni, ma che ora è stata demolita dalla “grande paura per la salute” del 2020. Alla prospettiva di un abbondante benessere, Nazioni sovrane preferiranno una maggior protezione, se ciò significa fermare l’incubo di una nuova pandemia che viaggia sulle rotte incontrollate del commercio libero globale.

Ma infine, il libero commercio tornerà. Adam Smith non era solo un visionario che prevedeva la creazione della ricchezza globale. Non era un utopista e, come Paolo VI, sognava il progresso dei popoli e la prosperità per tutta l’umanità. Entrambi credevano che le Nazioni potessero metter da parte le differenze di razza, il conflitto politico e anche le divergenze religiose e culturali, per concentrarsi su uno sviluppo economico pacifico. Le Nazioni sono chiamate a conseguire il progresso nella ricchezza e nella salute. Perché il regresso è una negazione del disegno di Dio per l’uomo.

Ciò che abbiamo imparato del progresso economico dai teorici del libero mercato è che la persona può anche chiudersi temporaneamente in un isolamento protettivo. Ma solo temporaneamente. Questo perché l’uomo è una creatura sociale, anche negli affari, e perché l’isolamento porta, per sua conseguenza, al conflitto e ad una povertà ancor più grave. Lo abbiamo visto in modo già drammatico negli ultimi due mesi, sia nei Paesi ricchi, sia in quelli poveri. Nessuno è immune dal male dell’isolamento economico. Questo non è il progresso dei popoli, ma il regresso delle Nazioni. E deve essere invertito, prima che sia troppo tardi.

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