• LA VUOLE L’EUROPA

Convenzione di Istanbul, il credo gender imposto

Il 28 novembre, per iniziativa del gruppo di estrema sinistra della GUE-NGL, è stata adottata dal Parlamento Europeo una risoluzione per invitare gli Stati a ratificare il prima possibile la Convenzione di Istanbul. Che promuove l’agenda Lgbt. La risoluzione, inoltre, considera i limiti all’aborto violenza contro le donne. Perché anche gli eurodeputati della Lega l’hanno approvata?

La Convenzione del Consiglio d’Europa (CoE) sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, nota anche come Convenzione di Istanbul, è stata approvata  dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa il 7 aprile del 2011. La Convenzione è stata poi firmata dall’Unione Europea nel 2017 e da 32 Paesi, tra cui l’Italia nel 2013, sebbene con riserva.

La Convenzione, stando alla lettera della stessa, mirerebbe a prevenire e punire tutti gli atti di violenza contro le donne e ad assistere le vittime di tali atti di violenza. La Convenzione non riguarda solo le donne, ma anche le persone omosessuali e transessuali. Infatti, più volte nel testo gli atti di violenza e di discriminazione vengono riferiti al “genere”. La lettera c. dell’art 3 della Convenzione chiarisce che «con il termine “genere” ci si riferisce a ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini». Ciò a dire, come predica la teoria del gender, che essere uomini e donne non è prima di tutto un dato biologico, genetico, bensì un costrutto sociale.

Inoltre, il comma 3 dell’art. 4 dichiara che tutte le disposizioni presenti nella Convenzione devono essere garantite senza distinzione di sesso e genere, distinguendo quindi l’identità sessuale, ossia l’appartenenza al sesso genetico, dalla cosiddetta identità di genere, ossia l’appartenenza al mondo maschile e femminile intesa in senso culturale. Oltre a questo, il comma 1 dell’art. 12 intende combattere i «modelli stereotipati dei ruoli delle donne e degli uomini».

Detto tutto ciò, la Convenzione e gli Stati che ad essa hanno aderito vogliono introdurre nelle scuole e nelle altre realtà educative come palestre, luoghi di svago, eccetera, l’educazione al gender: «Le Parti intraprendono, se del caso, le azioni necessarie per includere nei programmi scolastici di ogni ordine e grado dei materiali didattici su temi quali la parità tra i sessi, i ruoli di genere non stereotipati, […]» (art. 14, comma 1). Dunque abbiamo una Convenzione che accanto all’impegno di tutela della donna - tutela però infetta da accenti marcatamente femministi - vuole promuovere l’agenda Lgbt.

Come se non bastasse, lo scorso 28 novembre, per iniziativa del gruppo europarlamentare di estrema sinistra della GUE-NGL (Gruppo Confederale della Sinistra Unitaria Europea - Sinistra Verde Nordica), a cui hanno aderito anche altri gruppi e alcuni membri del Partito Popolare Europeo, è stata adottata dal Parlamento Europeo una Risoluzione in cui si «invita il Consiglio a ultimare con urgenza il processo di ratifica della convenzione di Istanbul da parte dell’UE sulla base di un’adesione ampia e senza alcuna limitazione nonché a promuoverne la ratifica da parte di tutti gli Stati membri. […] invita, in particolare, la Bulgaria, la Cechia, l’Ungheria, la Lettonia, la Lituania, la Slovacchia e il Regno Unito che hanno firmato ma non ratificato la convenzione a farlo senza indugio» (art. 2). In breve, il Parlamento Europeo invita il Consiglio dell’UE a perfezione l’iter di ratifica della Convenzione e alcuni Stati riottosi a ratificare il prima possibile la stessa.

Dato che ai promotori e sottoscrittori della Risoluzione pareva che la Convenzione non fosse abbastanza filo-Lgbt ecco che nella Risoluzione si invita la «Commissione a rivedere, in seguito a una valutazione d’impatto, la decisione quadro dell’UE sulla lotta contro talune forme ed espressioni di razzismo e xenofobia mediante il diritto penale attualmente in vigore, al fine di includervi l’incitamento all’odio sulla base del genere, dell’orientamento sessuale, dell’identità di genere e dei caratteri sessuali» (art. 12). Tradotto: che in tutta Europa sia considerato reato parlar male di omosessualità e transessualità.

Per soprammercato la Risoluzione, dato che rivendicazioni LGBT e aborto vanno spesso a braccetto, intende i vincoli all’accesso all’aborto come violenza sulle donne: infatti si «afferma con forza che la negazione dei servizi relativi alla salute sessuale e riproduttiva e ai relativi diritti è una forma di violenza contro le donne e le ragazze e sottolinea che la Corte europea dei diritti dell’uomo si è pronunciata in diverse occasioni stabilendo che le leggi restrittive in materia di aborto e la mancata esecuzione violano i diritti umani delle donne» (art. 7).

La Risoluzione è stata approvata con 500 voti favorevoli, 91 contrari e 50 astensioni. Tra gli italiani hanno votato contro gli onorevoli Carlo Fidanza, Pietro Fiocchi, Nicola Procaccini di Fratelli d’Italia e Giuseppe Milazzo e Massimiliano Salini per Forza Italia. L’onorevole Procaccini, intervistato da ProVita & Famiglia, in merito alla votazione ha dichiarato: «Hanno votato contro i gruppi europarlamentari di ID [Identità e Democrazia] ed ECR [Gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei] ma, nell’ambito di ID, la Lega si è si è curiosamente dissociata votando a favore della mozione comune. Nell’ambito del PPE [Partito Popolare Europeo], che si è schierato a favore della mozione, alcuni deputati di Forza Italia si sono astenuti». L’intervistatore poi pone a Procaccini questa domanda: «Per quale motivo, secondo lei, persino alcuni europarlamentari pro life che avevano firmato il manifesto di Pro Vita & Famiglia, hanno votato a favore della mozione?». L’eurodeputato così risponde: «Probabilmente perché, a un certo punto, non volevano apparire retrogradi o per soggezione nei confronti di questa ideologia».

Dunque, mentre tutti siamo distratti dal Mes e dai viadotti che si genuflettono alla forza di gravità, ecco che, senza strepito e addirittura con la benedizione di molti politici, è passata una risoluzione che, se accolta, non solo diffonderà il credo gender in modo ancor più capillare, ma restringerà ancor di più la possibilità di protestare, di discutere liberamente, di criticare e di dissentire. Insomma, di scrivere articoli come questo.