• DUE SETTIMANE DI FUOCO

Contraddizioni del Sud America al voto e in piazza

Le analisi evidenziavano due elementi comuni delle proteste nei paesi dell’America Latina: da un lato la possibile influenza esterna (Russia, Cuba, Venezuela). Dall’altro le politiche del FMI con le sue misure economiche draconiane. Il populismo è ancora forte, come dimostra il voto in Argentina. Viaggio in un continente dalle mille contraddizioni

Argentina, festa per il ritorno dei Fernandez

Le analisi delle ultime settimane di molti i quotidiani internazionali evidenziavano almeno due elementi comuni delle proteste diffusesi in moltissimi paesi dell’America Latina: da un lato la possibile influenza esterna (Russia, Cuba, Venezuela) che alleati con i movimenti indigeni e la sinistra estrema, avrebbero promosso le agitazioni di piazza. Dall’altro le politiche del FMI che, costringendo molti Governi a misure economiche draconiane, avrebbero favorito le proteste della povera gente contro i Governi democraticamente eletti.

In Argentina, dove si è votato domenica scorsa, il sistema elettorale consente la proclamazione del vincitore che ha superato il 45% e così il duo Fernandez, Alberto e Cristina (già Presidente dal 2007 al 2015) ha vinto le elezioni con più del  48% (-1,5% rispetto alle primearie dell’11 agosto scorso), superando l’uscente Macrì che si è fermato appena sopra il 40% (+7,5% dalle primarie). Un'elezione comunque molto tesa che ha registrato una crescita del 253% delle denuncie per violazione della legge elettorale. La coalizione del ‘kirchnerismo-partito giustizialista’ (Frente de Todos) uscita vincente dal voto presidenziale, non ottiene però una maggioranza al Congresso Nazionale (Camera) e si ferma a 119 deputati su 257, mentre al Senato avrà una maggioranza risicata di 37 senatori su 72.  I mercati e gli osservatori economici internazionali che erano già la scorsa settimana molto preoccupati per la possibile vittoria dei due populisti ‘Fernandez’, ora tremeranno e le ‘scosse’ si ripercuoteranno non solo in America Latina.

All’origine della crisi economica e sociale in Argentina, sia chiaro, non c’è l’attuale Governo e Presidente Macrì che aveva vinto le elezioni con il partito Cambiemos per reazione al malgoverni precedenti, bensì i governi di Cristina Fernadez Kirchner e di suo marito Nestor Carlos Kirchner che hanno ininterrottamente governato il paese dal 2003 al 2015 con politiche populiste per  mantenersi al potere. Il popolo argentino ha votato per un ritorno al populismo sinistro, un voto chiaro che salverà dalla prigione la Vice Presidente eletta Cristina (sulla cui testa pendono 6 richieste di carcerazione preventiva e 12 procedimenti penali per corruzione e reati contro la pubblica amministrazione). La nuova ‘coppia’ presidenziale è a favore della liberalizzazione dell’aborto (provvedimento bocciato lo scorso anno dal Senato solo grazie ai senatori del partito di Macri) e non disdegna di imporre la propria ingegneria sociale attraverso l’ampliamento della educazione di genere nelle scuole, la riduzione della obiezione di coscienza e dei diritti dei genitori, l’eutanasia etc. Tutte proposte in gran parte già promesse ed in parte attuate durante l’ultimo mandato presidenziale di Cristina Fernandez Kirchner. La Chiesa Argentina è stata neutrale, preoccupata per la crisi economica e sociale, non ha mosso un dito per giudicare né i programmi elettorali degli schieramenti, né per evidenziare i pericoli di alcune proposte politiche, né per sostenere l’unico partito (Frente Nos) e l’unico candidato apertamente pro vita e famiglia (Juan josè Centurion) che si fermano a 1,71% in un paese dove i cattolici sono il 98%. Sarà dunque il Parlamento argentino l’unico baluardo a difesa della civiltà cristiana argentina.

Anche in Uruguay si votava domenica sia per elezioni presidenziali che per il rinnovo di tutto il Parlamento. Il voto ha portato una svolta, dopo 10 anni di Presidenti, maggioranze del Frente Amplio (sinistra socialista) e di sistematiche misure di ingegneria sociale (leggi per tutela persone trangenders, matrimoni gay, cannabis libera, gender nelle scuole, aborto liberalizzato etc.), la maggioranza del Parlamento uscito dalle elezioni è ampiamente di centro destra sia alla Camera che al Senato. Alla Camera, composta da 99 membri,  la sinistra del Frente Amplio passa da 50 deputati a 42, i partiti di centro destra (Blancos o Partido Nacional, Colorados e Cabildo Abierto) da 46 a 54 eletti. Nel Senato di 30 membri, la Sinistra potrà contare solo su 13 eletti, mentre il centro destra su 17 componenti. Non essendo stata ottenuta la maggioranza assoluta da nessuno dei candidati alla Presidenza della repubblica, in Uruguay si voterà il prossimo 24 novembre per il ballottaggio tra Martinez leader della Sinistra fermo al 39,2% e Lacalle, leader dei Blancos, che ha ottenuto il 28,6% ma potrà contare su una intesa elettorale con gli altri partiti e candidati del centro destra, Talvi dei Colorados (12,3%) e Manini di Cabildo Abierto (10,9%). L’Uruguay può realmente cambiare, la difficoltà di stabilire una coalizione di centro destra verrà presto superata non tanto per ambizioni di potere, quanto per rispetto del voto popolare e della volontà generale di porre fine alla lunga parentesi sinistra del paese.

Se il voto di Argentina e Uruguay segna delle svolte, nel bene e nel male, le vicende di altri paesi del continente ci lasciano col fiato sospeso. In Bolivia dopo una settimana dal voto l’elezione di Presidente  e Parlamento, la situazione si aggrava. Sette giorni di contraddizioni e ritardi sui dati elettorali hanno portato ad un risultato scandaloso, una vittoria di Morales (47,08%) sull’oppositore Mesa (36,51%) di poco più del 10%, il minimo indispensabile per evitare al condottiero socialista il ballottaggio.  Ciò ha accresciuto le proteste di piazza, incendi, violenze e blocchi stradali organizzati dai sostenitori sia di Morales che dell’intera opposizione. La richiesta dell’Organizzazione dei Paesi Americani (OSA), degli Stati Uniti e dell’Europa di un riconteggio trasparente e puntuale del voto ha sbattuto contro la reazione di Morales che si dichiara Presidente e chiama i suoi sostenitori e gli organi dello Stato a reagire con ogni mezzo contro le manifestazioni della opposizione, denunciando il tentativo di un ‘colpo di Stato’. L’opposizione, ancora più coesa, forte  e popolare, è passata dalla richiesta di riconteggio trasparente ed indipendente a quella di annullamento totale delle elezioni. Situazione incandescente e dagli esiti imprevedibili, nella quale ovviamente solo Cuba, Venezuela e Nicaragua si complimentano con il ‘vincitore’.

Il Cile, che pure ha vissuto dieci giorni  (18-27 ottobre)  di violente proteste scaturite dalla ‘scintilla’ dell’aumento dei prezzi del biglietto metropolitano e che hanno portato a saccheggi e ruberie di ogni tipo, oltre che all’arresto di 3000 persone, decine di feriti e sequestri da parte dell’esercito di armi di ogni tipo ai manifestanti, è tornato alla normalità. Il Presidente Pinera, dopo aver mandato l’esercito nella capitale dichiarato lo Stato di Emergenza all’insorgere delle proteste, ha firmato il decreto per il ritorno alla normalità domenica 27 ottobre. Era dalla fine del regime di Pinochet che non veniva dichiarato lo Stato di Emergenza, ma la situazione lo imponeva visti i blocchi, le violenze e i saccheggi generalizzati nella capitale. Il Presidente democratico Pinera (centrodestra), accusato con ogni peggior appellativo di esser antidemocratico, ha dimostrato cosa voglia dire essere liberale e dopo aver chiesto perdono al popolo per non aver compreso a fondo le ragioni del malessere ha deciso: l’apertura di inchieste contro i violenti, inclusi membri delle forze armate; nuove riforme sociali ed economiche per combattere la povertà; il cambio di ministri; di inviare una richiesta all’Onu per una indagine congiunta sui fatti; l’annullamento dell’aumento dei prezzi di energia e trasporti pubblici… Pinera, in carica dal 2018, finirà il suo mandato nell’inverno del 2021.

Che succede dunque in America Latina, difficile dirlo in breve. Certamente il fascino populista di sinistra rimane accattivante, lo abbiamo visto in Messico lo scorso anno con l’elezione plebiscitaria di Obrador, lo osserviamo in Argentina con la vittoria dei Fernandez. I governi conservatori, da Pinera a Duque, sinora non si dimostrano capaci di affrontare le sfide culturali oltreché economiche lasciate in eredità dalla sinistra. Il social-populismo quando governa usa ogni mezzo pur di mantenere il potere (Venezuela, Nicaragua, Bolivia) e cede all'illegalità, come nel caso Obrador- El Chapo. L’unico che sembra, con tutti i suoi limiti ed eccessi, aver compreso la sfida culturale ed economica in cui si trova il suo paese è Bolsonaro in Brasile, vedremo se saprà coinvolgere Cile, Colombia, Paraguay e (speriamo) Uruguay nella sua battaglia per la rinascita del continente.

Infine una parola sulle elezioni amministrative in Colombia, dove per la prima volta viene eletta a Bogotà un sindaco donna apertamente lesbica, sostenuta da una coalizione di sinistra e un ex guerrigliero delle Farc diviene sindaco in una cittadina caraibica. Elezioni che segnano un cambio si sistema nel paese: i partiti tradizionali, quando si presentano soli, perdono posizioni e consensi; le coalizioni ‘civiche’ guadagnano consensi ed eleggono sindaci e consiglieri. Un campanello di allarme forte per il Governo ed il Presidente Duque, eletto lo scorso agosto 2018: non basta la lotta dura contro il traffico di droga o i rigurgiti del terrorismo, i colombiani chiedono molto di più in campo sociale e lotta alle diseguaglianze, a partire dalle politiche famigliari ed educative. Il vecchio leader dei conservatori Uribe sta diventando un’ombra pesante per il neo Presidente Duque e l’intera gamma di partiti di centro destra, una questione da risolvere presto.

L'America Latina è ricca di problemi anche in altri paesi. In Nicaragua, ancora recentemente, il Cardinale Brenes ha denunciato pubblicamente lo ‘stato d’assedio’ di tutte le chiese del Paese e le minacce continue ai fedeli, oltre alle centinaia di prigionieri politici di ogni età ancora nelle carceri del regime di Ortega. In Ecuador, paese nel quale il Presidente Moreno ed il suo Governo non sono ancora rientrati nella capitale Quito, dopo le proteste popolari delle scorse settimane organizzate dal movimento indigeno.

In Honduras, dopo la rielezione al secondo mandato di Hernandez del gennaio 2018, diverse accuse e scandali di corruzione, da mesi le forze politiche di opposizione sono alla ricerca di una intesa con la maggioranza per una riforma elettorale. La tensione sta salendo, al punto che negli ultimi giorni, due ex Presidenti della Repubblica (Ricardo Maduro Joest e Manuel Zelaya) sono scesi in campo per dichiarare che non appoggeranno mai nessun ‘colpo di stato’ nel Paese.