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covid, la verità

Conte si nega ancora: anche noi abbiamo il nostro Fauci

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La "melina" dell'ex premier Conte, riuscito a non farsi audire in Commissione Covid neanche stavolta. Come Fauci negli Usa, la verità sulla gestione della pandemia è condizionata dai rifiuti e dagli schiaffi al parlamento di chi allora ha gestito il potere in modo autocratico. 

Editoriali 06_08_2026

Anche noi in Italia abbiamo il nostro Fauci. È Giuseppe Conte. Così come l’ex super consigliere delle amministrazioni Usa ai tempi della pandemia si è avvalso della facoltà di non rispondere alle domande del Congresso americano, anche il leader 5 Stelle, che fu presidente del Consiglio dei Ministri nel corso del primo anno pandemico, sta mettendo in campo una inspiegabile melina per non farsi audire dalla Commissione Covid.

Fauci e Conte, molti i punti in comune. Entrambi hanno vissuto la stagione del Covid da una posizione di comando: il primo come consulente prima del Presidente Trump e poi come numero uno della sanità americana sotto Biden. Quello che diceva Antony Fauci era praticamente legge e si riverberava in tutto il mondo; Il secondo da presidente del Consiglio si è trovato a gestire praticamente con piglio autocratico dopo aver “esautorato” di fatto il Parlamento, tutto quello che ha deciso, compresi gli inutili e devastanti lockdown imposti a suon di Dpcm.

Anche Fauci sui lockdown avrebbe qualcosa da dire visto che dalle e-mail emerse che lo sbugiardano aveva definito una sciocchezza i lockdown della Cina, salvo però qualche settimana dopo suggerire di imporli a mezzo mondo. Ed è anche questo uno degli argomenti che gli sono stati sottoposti durante l’interrogatorio del senatore repubblicano Rand Paul per i quali ha evocato il V emendamento per ben 110 volte.

A Conte non è andata diversamente. La vicenda della sua audizione in Commissione Covid affonda le radici fin dai tempi della nascita della Commissione stessa a inizio legislatura. E non siamo ancora riusciti ad arrivarci in fondo dato che “Giuseppi” non si è ancora presentato davanti ai Commissari di Camera e Senato che indagano sulla gestione della pandemia.

Anzitutto perché Conte ha escogitato la furbata delle furbate facendosi nominare dal suo partito componente di Commissione. In questo modo non sarebbe stato possibile audirlo in quanto commissario. Poi però l’emersione dello scandalo mascherine e dei sospetti sulle consulenze pagate in pandemia al suo vecchio socio, hanno riacceso i riflettori di Fratelli d’Italia sull’aspirante leader del Campo largo ed è partita una pressione per farlo audire.

Cosa alla quale Conte si è sottratto. Il presidente della Commissione Marco Lisei, regolamento alla mano, allora gli ha offerto un escamotage: dimettersi dal ruolo di commissario, farsi audire e poi farsi rinominare commissario in quota grillina. Dopo aver titubato un po’, alla fine Conte ha ceduto e si è dimesso.

A quel punto ha dovuto comunicare alla segreteria del presidente Lisei le date disponibili per la sua audizione. Il 4 e 5 agosto. Guarda caso, si tratta di due giornate nelle quali da tempo era già stata calendarizzata una doppia seduta parlamentare di Camera e Senato. Come noto, le commissioni lavorano quando il Parlamento non è convocato in plenaria. Lisei gliel’ha fatto notare, ma “Giuseppi” è stato irremovibile: queste sono le uniche date, spiace.

Lisei non ha potuto far altro che sconvocare l’audizione già prevista e così Conte l’ha sfangata ancora, cosa che l’onorevole Alice Buonguerrieri gli ha rimproverato in aula con quel suo “di che cosa ha paura?”. Ma la cosa ormai non interessa più. Se ne parlerà dopo la pausa agostana che, anche per i parlamentari, è sacra. Poi a settembre si vedrà, c’è sempre tempo per trovare nuove scuse.

Effettivamente, gli argomenti emersi dal lavoro della Commissione in questi mesi sono tali e tanti che Conte avrebbe parecchio materiale a diposizione per poter rispondere. E non si parla solo delle vicende che lo riguarderebbero sul piano personale, ma su tutte le decisioni che si sono rivelate sciagurate: dall’inerzia terapeutica del protocollo Tachipirina & vigile attesa, ai lockdown che hanno depresso l’economia e una generazione intera di giovani fino alla preparazione del terreno per l’imposizione del vaccino imminente.

Non solo Conte, per la verità. Anche l’allora ministro della Salute Roberto Speranza e il successivo premier Mario Draghi, avrebbero molte cose da dire alla Commissione, se solo si rendessero disponibili per farsi audire. Ma questo non è ancora accaduto.

Intanto però godiamoci, si fa per dire, il triste spettacolo dello schiaffo alle istituzioni che l’ex presidente del Consiglio ha dato con questa sua melina che lo avvicina tanto a Fauci. Quando le leve del comando glielo consentivano decidevano senza dover rendere conto a nessuno; ora che qualcuno inizia a chiedere conto, e si tratta in un caso del Senato americano e nell’altro di una Commissione parlamentare bicamerale nel caso italiano, accampano scuse e vantano diritti per non rispondere. Qualcosa che sa molto di impunità, o per lo meno di certezza dell’impunità.



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