• LA DIFFICILE RICOSTRUZIONE

Conte nega, ma su Mes e patrimoniale il Governo si spacca

Tra i dem prevalgono i favorevoli alla versione light del Mes, mentre in casa grillina e a Palazzo Chigi la parola Mes è impronunciabile. E cosa succederebbe se Bruxelles chiudesse la porta a ogni ipotesi di Eurobond? All’Italia non resterebbe altro che ingoiare il rospo del fondo salva-Stati. E il governo, a quel punto, potrebbe non reggere.

Lockdown fino al 3 maggio, qualche apertura da martedì 13 aprile, nuova task force per gestire la ripresa produttiva, fiducia nell’Europa ma senza Mes (Meccanismo europeo di stabilità) e con gli Eurobond. Queste le comunicazioni di ieri del premier Giuseppe Conte.

Il Presidente del Consiglio, nella sua conferenza stampa di ieri, è partito dall’esigenza di non vanificare gli sforzi sin qui compiuti con l’osservanza delle misure di contenimento. «Se la situazione migliorerà, allenteremo prima di quella data le misure restrittive – ha precisato il premier - altrimenti aspetteremo con fiducia il 3 maggio e ci faremo trovare pronti. Non possiamo permetterci una ricrescita della curva dei contagi».

Nel frattempo riaprono da martedì cartolerie, librerie, negozi di abbigliamento per bambini, qualche piccola attività di silvicoltura (tagli dei boschi) e nei settori forestale e agro-alimentare. Stupiscono queste misure, considerato che comunque permangono i limiti tassativi nelle uscite (solo per motivi di lavoro, per andare nei supermercati o per gravi ragioni di salute) e quindi non si capisce bene chi potrà frequentare le librerie. Peraltro i libri ormai si acquistano sempre di più on line e quindi che senso ha riaprire le librerie e non valutare in alcun modo, neppure per il giorno di Pasqua o durante i giorni feriali, l’apertura delle Chiese?

Ma agli italiani non interessa soltanto la salute. I cittadini sono sempre più preoccupati per la crisi economica. Ed è per questo che il premier ha provato a rassicurarli, precisando che le aziende riapriranno presto, anche prima che il virus scompaia del tutto dal territorio nazionale, e annunciando l’istituzione di una task force di esperti (sociologi, psicologi, manager, esperti di organizzazione del lavoro), presieduta dall’ex numero uno di Vodafone, Vittorio Colao, che proveranno a disegnare l’immediato futuro del Paese, «inventando modelli organizzativi più innovativi».

Ma le aziende potranno riaprire solo se si metteranno in regola con un protocollo di sicurezza per i luoghi di lavoro, in fase di elaborazione con il supporto degli esperti del comitato tecnico-scientifico. Il mondo imprenditoriale e produttivo dovrà impegnarsi a rispettare stringenti misure di distanziamento e di sanificazione degli ambienti e i lavoratori dovranno, con ogni probabilità, indossare a lungo guanti, mascherine e altri dispositivi di sicurezza sanitaria.

Conte ha anche dovuto smentire l’ipotesi di una patrimoniale, circolata ieri pomeriggio come proposta del Pd, che starebbe pensando a un contributo di solidarietà per tutti i redditi superiori agli 80.000 euro annui. Non la vede all’orizzonte l’inquilino di Palazzo Chigi, anche perché il Movimento Cinque Stelle e Italia Viva l’hanno subito bollata come impraticabile, visto che, come ha precisato Vito Crimi, attuale responsabile dei grillini, «è il momento di dare agli italiani e non di mettere le mani nelle loro tasche».

Non rimane, dunque, che fare affidamento all’Europa, anche se il negoziato con l’Eurogruppo continua a rimanere nebuloso. C’è qualcosa che non torna.

Due sere fa sembrava che il Ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri avesse accettato di firmare la linea di credito collegata al Mes, come peraltro era nelle sue intenzioni fin dall’inizio, laddove il premier faceva resistenza, considerata l’avversione dei grillini a quello strumento.

Ieri Conte ha provato a scaricare sulle opposizioni la responsabilità del Mes, nato nel 2012, quando in Italia c’era il governo Monti, ma ha comunque ribadito che «l’Italia non ha firmato alcuna attivazione del Mes, perché non ha bisogno del Mes, che ritiene uno strumento inadeguato e totalmente inadatto all’emergenza che stiamo vivendo». Ha anche puntualizzato che due sere fa, nella riunione dell’Eurogruppo, se n’è parlato solo perché «alcuni Stati membri, non l’Italia, hanno proposto una nuova linea di credito collegata al Mes ma senza condizionalità».

Ha nel contempo confermato la netta preferenza dell’Italia per l’Eurobond, strumento di condivisione delle spese e degli investimenti. Il problema, però, è che non è affatto detto che su questi Eurobond si trovi la quadra, mentre quella linea di credito collegata al Mes l’Italia rischia di doverla digerire.

Sia pure in un contesto profondamente diverso e decisamente più grave, torna ad aggirarsi lo spauracchio di altri voltafaccia grillini su Tav, Tap e sulle alleanze di governo con Lega e Pd. Il ritornello era «Mai Tap…mai Tav…mai con il Pd…mai con la Lega», salvo poi giustificare i puntuali ripensamenti in nome di condizionamenti stranieri o di accordi firmati da governi precedenti.

Questa volta, però, sarebbe grave se gli Eurobond non si facessero e se l’Europa, anziché dimostrarsi solidale nella condivisione della crisi, si rivelasse ancora una volta tiranna nei riguardi dell’Italia. Ma ora più che mai appare evidente la divisione tra Pd e M5S sulla strada da intraprendere. Tra i dem prevalgono i favorevoli alla versione light del Mes, mentre in casa grillina e a Palazzo Chigi la parola Mes è impronunciabile. E cosa succederebbe se Bruxelles chiudesse la porta a ogni ipotesi di Eurobond? All’Italia non resterebbe altro che ingoiare il rospo del fondo salva-Stati. E il governo, a quel punto, potrebbe non reggere.