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Conte, bersaglio del fuoco amico

Mentre da una parte si diffondono appelli alla coesione nazionale, dall'altra nella maggioranza di governo si è alla resa dei conti. Il premier Conte deve fronteggiare una crescente insofferenza all'interno della maggioranza mentre il PD dà l'idea di lavorare a un nuovo governo a sua guida, magari con Franceschini. 

In queste ore concitate e dominate dall’emergenza coronavirus si moltiplicano gli appelli alla coesione nazionale e anche alla sospensione delle ostilità tra le forze politiche. I ripetuti richiami degli esponenti del governo a quelli dell’opposizione affinchè mantengano sobrietà nelle critiche e sostengano le tutte le azioni varate dall’esecutivo per evitare il collasso economico sembrano rispondere a criteri di ragionevolezza ed equilibrio. Di per sé sarebbero anche sensati, se non fosse che ad appiccare il fuoco delle polemiche sono soprattutto i membri della stessa maggioranza.

Non è dunque Matteo Salvini a sparare a zero contro il governo. Sono i pessimi rapporti e la reciproca diffidenza tra Movimento Cinque Stelle, Pd e renziani a impedire al governo di muoversi con un’impronta unitaria per affrontare la delicata situazione economica che si profila per il nostro disastrato Paese. Trattasi quindi di fuoco amico contro il premier affinchè ceda presto lo scettro ad un esponente dem per completare l’operazione di sovvertimento della volontà popolare. Alle elezioni del 4 marzo 2018, infatti, il Pd raccolse appena il 18% dei voti e giustamente finì all’opposizione, mentre ora, grazie a un’operazione di palazzo di sei mesi fa, e a causa degli errori tattici del leader della Lega, si trova a guidare il Paese da una posizione di forza, considerata anche l’inconsistenza evidente e crescente del Movimento Cinque Stelle.

Si può tranquillamente affermare che, se non fosse scoppiata l’emergenza Coronavirus, la resa dei conti tra gli alleati di governo avrebbe portato quasi sicuramente a nuovi equilibri. Dentro il Pd, infatti, per non parlare dei renziani, c’è più di qualcuno che scalpita per prendere il posto di Giuseppe Conte e per riportare verso una visione centrista le politiche di governo, al fine di evitare l’appiattimento dei dem sulle tesi grilline. Le attuali difficoltà che sta attraversando l’Italia a causa del devastante allarme sanitario, lungi dal far rientrare i mal di pancia di alcuni esponenti dem, hanno creato nuovi assi per nuove possibili alleanze.

Se all’epoca del primo governo Conte i grillini mostravano irritazione verso l’iper-attivismo di Matteo Salvini che, da Ministro dell’Interno, giocava a fare il premier incontrando imprenditori e sindacati e pontificando anche su materie economiche non di sua stretta competenza, oggi l’insofferenza la evidenziano nei confronti del Ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, che punta a decidere in autonomia la destinazione dei 3,6 miliardi previsti per risanare l’attuale situazione di crisi del sistema produttivo nazionale, e verso il segretario Pd, Nicola Zingaretti, che due giorni fa ha incontrato le parti sociali.

I pentastellati si rendono conto solo ora di essere caduti, per così dire, dalla padella alla brace: hanno esultato per essersi liberati di Matteo Salvini e ora si lamentano della voracità incontenibile del Pd, che vorrebbe annettere il Movimento Cinque Stelle e usare i suoi parlamentari per egemonizzare il centro-sinistra già in questa legislatura.

Ma non sono solo Zingaretti e Gualtieri nel mirino di Vito Crimi e dei ministri Cinque Stelle. Anche il sornione Lorenzo Guerini, Ministro della Difesa smanierebbe per ottenere una collocazione ancora più prestigiosa per sé e, soprattutto, sarebbe l’attuale Ministro dei beni culturali, Dario Franceschini a tramare per far cadere il Conte bis e favorire la nascita di un governo da lui presieduto, con la benedizione del Quirinale, e aperto a tutti i “responsabili”.

Si vocifera di riunioni “carbonare” che lo stesso Franceschini, capo delegazione dem al governo, starebbe promuovendo, non solo con quella pattuglia di parlamentari di centro-destra pronti a traslocare sulle sponde governative (si parla di Renata Polverini, Paolo Romani e altri), ma anche con alcuni leghisti, al fine di tastare il terreno per la nascita di un nuovo esecutivo di larghe intese, più inclusivo e meno rissoso e fragile di quello attuale.

Riuscirà l’operazione? Molto dipenderà da come il Conte bis uscirà da questa estenuante battaglia contro l’emergenza Coronavirus. Se il contrasto al virus sortirà nei prossimi giorni l’effetto sperato e se in ambito finanziario il governo presieduto da “Giuseppi” riuscirà a tranquillizzare i mercati e a restituire fiducia agli italiani, la maggioranza giallo-verde, nonostante l’insofferenza di Matteo Renzi, terrà. Se, viceversa, le ricette messe in campo dal premier e dai suoi Ministri non risveglieranno la crescita e prolungheranno l’agonia del sistema socio-economico, fatalmente si dovrà scomporre l’attuale quadro politico per proporne un altro più robusto.

Ed è quello che sotto sotto vorrebbe il Pd, per occupare lo scranno di Palazzo Chigi e gestire, di qui alle prossime elezioni, la politica italiana da una posizione di dominio. I Cinque Stelle, d’altronde, stanno crollando elettoralmente un po’ ovunque, come dimostrano anche le recenti elezioni suppletive di Roma, vinte proprio dal Ministro Gualtieri per il centro-sinistra con oltre il 60% dei voti, mentre i grillini si sono fermati a uno striminzito 4%.
La figura di Conte, al di là del gradimento popolare documentato da alcuni sondaggi, risulta alquanto appannata sia presso il Quirinale che presso le cancellerie europee. E pure tra i partiti che lo sostengono inizia a farsi strada la classica “crisi di rigetto” verso un premier “tecnico”, privo di tessere e sempre più smanioso di costruirsi una sua leadership autonoma.