Cipro, nella retrovia del conflitto israelo-libanese
Cipro è diventata meta di trasferimenti e di investimenti per Israele. Soprattutto da quando è iniziata la guerra. Ma lo è anche per i libanesi, prima in fuga dalla crisi economica e dal 2023 anche dalla guerra.
In viaggio verso Beirut, facciamo scalo all'aeroporto di Larnaca nel versante sud orientale di Cipro, la parte “greca” - il nord dell'isola, il 36% del territorio, è occupato dalla Turchia dal 1974.
L'aeroporto internazionale di Larnaca, il principale dell'isola, ha dimensioni contenute, ma un volume di traffico importante, tradizionalmente turistico, proveniente dalla Grecia e da altri Paesi europei; a causa del riacutizzarsi dei conflitti in Medioriente, però, negli ultimi anni lo scalo ha registrato un aumento vistoso di passeggeri in arrivo da Libano e Israele, salvo che nei periodi di particolare recrudescenza delle ostilità. In effetti, in aeroporto la presenza di viaggiatori in fuga dalla guerra e in cerca di stabilità e sicurezza fuori dal proprio Paese salta agli occhi. Mentre attendiamo il nostro turno davanti al desk del controllo passaporti una donna bionda di mezza età pretende di essere servita per prima, senza rispettare l'ordine della fila: “I'm from Israel”, grida a voce abbastanza alta da farsi sentire da tutti i presenti.
Sbrigate le formalità di ingresso intravediamo - nel via vai di turisti e vacanzieri in infradito – diversi uomini con la kippah; in sala d'attesa siedono accanto a noi famiglie intere che non passano inosservate - gli uomini, i ragazzi e perfino i bambini portano la fedora nera sopra i capelli acconciati in riccioli laterali, le donne foulard colorati sul capo. All'angolo opposto della hall una ragazza al centro di un gruppo seduto per terra ha una bandiera del Libano legata allo zaino.
I display mostrano arrivi e partenze continui da e per Haifa e Tel Aviv, operati dalle compagnie israeliane Air Haifa, El Al, Arkia e Israir, assieme ai collegamenti con Beirut, gestiti da Middle East Airlines, la compagnia di bandiera libanese: ha del surreale trovare accostati sullo stesso schermo nomi di città che suscitano odio e disgusto nel Paese vicino - e riunite nella stessa sala d'aspetto persone che passano la propria esistenza a fuggire le une dalle altre, in un misto di paura e astio reciproci. Eppure, ironia di una sorte tragica, a Cipro gli esuli dei due Paesi si ritrovano accidentali compagni di diaspora.
Quando transitiamo da Larnaca, in Libano regna la “pax israeliana” - concordata a Washington tra lo Stato Ebraico, gli Usa e il Paese dei Cedri. Se sulla carta l'accordo assicura il Cessate il fuoco, nella realtà l'esercito israeliano prosegue le sue operazioni nel sud del Paese volte ad eliminare Hezbollah dal territorio - ma mietendo quotidianamente vittime civili. Nonostante l'accordo preveda un non meglio definito ritiro di Idf dal Paese, il premier israeliano Netanyahu ha dichiarato ancora una volta che le truppe israeliane resteranno in Libano per tutto il tempo necessario, perché “la guerra non è finita”, affermazione ribadita anche dal suo ministro della Difesa Katz che in polemica con Donald Trump ha asserito: “non abbiamo chiesto a nessuno il permesso di entrare in Libano, e non abbiamo bisogno di permesso per rimanere”.
In Libano dal 2 marzo scorso, anche le operazioni militari di Idf nel Paese dei Cedri hanno un costo: secondo gli ultimi dati disponibili, nello stesso periodo sono rimasti uccisi in territorio libanese 38 soldati dell'esercito israeliano, spesso giovani e giovanissimi, e un civile aggregato alle truppe. L'opposizione popolare al governo Netanyahu, arrivato ormai al capolinea, è una costante che attraversa lo Stato Ebraico degli ultimi anni: molti israeliani - per quanto approvino senza condizioni “l'eliminazione dei terroristi di Hezbollah” in Libano - sono stanchi di una guerra senza fine che mette a rischio i loro figli, decidendo così di lasciare il Paese.
Il fenomeno è ormai consolidato: a partire dal 7 ottobre 2023 un flusso continuo di cittadini israeliani ha lasciato il Paese. Secondo studi recenti, 15mila di essi hanno preso residenza a Cipro e vi hanno acquistato proprietà – immobili, terreni, resort - ad uso personale o a fini di speculazione; un investimento sull'isola garantisce alla fascia benestante della popolazione una sorta di “uscita di sicurezza” a un'ora di aereo da Tel Aviv quando i tempi si fanno duri. Il sito Israel Properties descrive Cipro come “l'isola di Afrodite”, con un “clima fantastico tutto l'anno” e una “posizione geografica strategica all'incrocio di tre continenti” che offre “opportunità di business ai locali e alle società off shore”: un ottimo luogo dove investire “a partire da 140mila dollari tasse escluse”. L'anno scorso il governo cipriota ha reso noti i dati relativi alle proprietà immobilari acquistate da stranieri dal 2021 fino a gennaio 2025: i cittadini israeliani risultano tra i primi acquirenti – a nome proprio o attraverso società cipriote prestanome - assieme a greci e britannici.
In particolare a Larnaca – dove c'è una sinagoga – i cittadini israeliani hanno acquistato nel periodo in esame 1406 proprietà. La realtà dei massicci investimenti israeliani a Cipro – concentrati peraltro nelle aree di Larnaca, Pafos e Limassol – non ha mancato di farsi notare in una comunità che, nella parte greca, conta meno di un milione di abitanti; l'europarlamentare cipriota Fidias Panayiotou ha denunciato la “colonizzazione” israeliana in corso, indigesta a molti sull'isola, suscitando le rimostranze di Tel Aviv. D'altronde anche a livello istituzionale i rapporti tra Grecia, Cipro e Israele si sono di recente rafforzati: a fine 2025 i tre Paesi hanno trasformato un accordo di cooperazione energetica firmato nel 2013 in un patto di difesa comune, con una “forza militare congiunta” operativa entro il 2026 - ça va sans dire che la nazione contro cui le parti intendono difendersi congiuntamente è la Turchia.
L'emigrazione libanese a Cipro è senz'altro meno appariscente e meno impattante sul tessuto sociale; anche le cifre sono meno nette. Se una comunità cristiana libanese è sempre esistita nell'isola, l'impennata del flusso migratorio è iniziata a partire dal 2019 - anno del grande crack finanziario del Paese dei Cedri - per poi intensificarsi dopo il 7 ottobre 2023 e i conflitti che ne sono conseguiti. Oltre alla necessità di delocalizzare le aziende, impossibilitate a produrre in un Paese segnato dalla crisi economica e dalla guerra, e alla speranza di una vita senza minacce incombenti, per i libanesi un plus dell'investimento cipriota è senz'altro la possibilità di accesso agevolato all'Europa (Cipro fa parte dell'Unione Europea dal 2004).
I requisiti per ottenere un visto per l'area Schengen sono spesso inaccessibili ai cittadini libanesi, che
per il rilascio del documento affrontano attese infinite e frequenti rifiuti; il passaporto libanese, indicizzato al 92esimo posto dall'Henley Global Passport Ranking che misura il “potere” dei passaporti di 103 Paesi del mondo, permette l'accesso senza visto a pochissimi Paesi, per lo più mediorientali e africani. Le agenzie immobiliari offrono dunque ai libanesi che possono permetterselo i cosiddetti “Golden visa”, pacchetti comprensivi di immobili e visto “a partire da 250mila dollari”, come recita un cartellone pubblicitario nel cuore di Beirut che parla di Grecia, ma Cipro – a quarantacinque minuti di volo dall'aeroporto Rafik Hariri - è ancor più battuta. Secondo i dati del governo cipriota sopra citati, tra il 2021 e il gennaio 2025 nella sola Larnaca i cittadini libanesi hanno acquistato 1744 proprietà immobiliari.
Per sopperire al drastico aumento dei prezzi dei biglietti aerei per Cipro dovuto all'incremento della richiesta e ai rischi che le compagnie affrontano nei periodi di escalation delle ostilità, la compagnia di navigazione libanese Cedar Waves ha aperto una rotta marittima per Larnaca, offrendo un servizio diretto di traghetti dal Libano “a partire da 95 dollari”.
L'attuale relativa tranquillità del “fronte libanese” è un buon momento per andarsene dalla guerra; almeno fino alla prossima escalation.
