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intervista/padre Abdo Raad

«L'accordo non è realistico, il Libano resta senza futuro»

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La Bussola intervista Padre Abdo Raad, sacerdote libanese fondatore del'Associazione Annas Linnas: «L'accordo di pace è solo un punto di partenza che non affronta realisticamente il problema principale: la questione dei 400 mila palestinesi che vivono in condizioni drammatiche. Il paese è sotto una crisi economica devastante data dalla guerra e dalla corruzione». 

Esteri 06_07_2026

A dieci giorni dalla firma a Washington dell'“accordo quadro tripartito” tra Libano, Israele e Stati Uniti, lo Stato Ebraico mantiene le proprie truppe nel sud del Paese dei Cedri e vi continua le operazioni militari, legittimamente previste «fino all'eliminazione di Hezbollah». I bombardamenti, le demolizioni, i rastrellamenti dell'esercito israeliano (IDF) in cerca dei terroristi di Hezbollah non si sono mai interrotti all'interno della “zona di difesa avanzata” stabilita unilateralmente dallo Stato Ebraico nel sud del Libano.

E non si è interrotto nemmeno l'elenco dei libanesi uccisi dal fuoco israeliano: secondo l'ultimo bollettino del Ministero libanese della Salute Pubblica  sono 4303 le vittime di IDF dal 2 marzo scorso, 73 a partire dall'entrata in vigore del Cessate il fuoco contenuto nell'accordo - erano 4230 le vittime registrate il giorno precedente alla firma. L'Iran, che nel Memorandum di intesa firmato pochi giorni prima con gli Stati Uniti e, implicitamente, con l'alleato Israele - che però se ne è chiamato fuori - ha fatto includere come condizione per la pace la cessazione delle operazioni militari in Libano, è in queste ore impegnato con i funerali della Guida Suprema Ali Khamenei, ucciso dagli alleati il 28 febbraio scorso a Teheran; a margine della cerimonia, il Presidente del Consiglio iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha richiamato gli USA al rispetto del Memorandum di Intesa che, per quanto riguarda il Libano, confligge con l'accordo firmato con Israele. 

La Nuova Bussola Quotidiana ha intervistato padre Abdo Raad, sacerdote libanese greco-cattolico melkita della diocesi di Sidone, in Italia dal 2021. Attivo per anni in Libano e in Siria, fondatore e responsabile dell'associazione caritativa Annas Linnas (la gente per la gente), Padre Abdo è attualmente in forza come sacerdote fidei donum alla diocesi di Campobasso-Bojano.

Padre Abdo, ha letto il testo dell'”accordo quadro”? Cosa ne pensa?
Sì, ho letto i 14 articoli dell’accordo. C'è un problema al riguardo: ciò che si dice e si pubblica non è sempre tutta la verità. Un altro problema, ancor più grande, è come interpretarlo. Da una parte, essendo io un uomo di pace che non vuole eliminare nessuno Stato dalle carte geografiche, ma che desidera che Israele riconosca uno Stato palestinese, credo che l’accordo potrebbe chiudere il conflitto tra Israele e Libano, in quanto - sulla carta - contiene un Cessate fuoco, un riconoscimento della sovranità reciproca, un impegno a risolvere le dispute solo tramite negoziati bilaterali, un ritiro progressivo delle forze israeliane dal sud del Libano - anche se non è specificato quando - e un riconoscimento dell’esercito libanese come unica forza armata legittima nel Paese. Con Israele siamo in guerra da quasi un secolo e la guerra non ha risolto niente, anzi ha peggiorato tutto, dunque è ora di dire basta. In quanto “inizio degli inizi”, come si è espresso il segretario di Stato USA Marco Rubio, l'accordo non è male: abbiamo bisogno di un punto da cui partire per uscire dal buio totale in cui si trova il Libano. D'altra parte non trovo l'accordo realistico, in quanto non risolve il problema, oggi apparentemente dimenticato, che sta alla base del conflitto: la questione palestinese – ricordiamo che in Libano ci sono più di 400 mila palestinesi che vivono in condizioni drammatiche.

Quali sono le opinioni dei libanesi in merito all'accordo?
I libanesi sono tradizionalmente divisi sulle questioni politiche in quanto il sistema partitico è confessionale, con tanto di forze armate che dipendono dai capi dei partiti-religioni, la principale delle quali è Hezbollah. Quindi ciò che pensano i libanesi è legato alla loro appartenenza confessionale: la maggioranza dei sunniti - rappresentati dal Primo Ministro Nawaf Salam - e dei cristiani - rappresentati dal Presidente della Repubblica Joseph Aoun - sono favorevoli ai negoziati o a una riduzione del conflitto e vedono che l’accordo è un buon inizio. Il Presidente del Parlamento e leader del partito Amal, lo sciita Nabih Berri, da un lato fa parte del governo che dialoga con Israele e dall'altro è alleato di Hezbollah, dunque la sua opinione è poco chiara. Dal canto suo Hezbollah, che rifiuta di consegnare le armi allo Stato libanese, è normale che definisca l’accordo come «umiliante e vergognoso, una resa» e perciò lo rigetti in toto.
Per quanto riguarda la popolazione libanese, credo che sia divisa in tre parti: una che vuole continuare la Resistenza contro Israele; una seconda che vuole la pace definitiva con Israele e la consegna delle armi allo Stato; una terza che vuole stabilità e pace, ma non sa cosa dire.

Lei parla di opinioni legate all'appartenenza confessionale, eppure a quanto pare il rigetto di Israele sembra piuttosto trasversale in Libano, almeno stando alle proteste che sono seguite alla firma dell'accordo; non hanno protestato solo i sostenitori di Hezbollah, ma anche gente di ogni confessione e di ogni partito che, soprattutto al sud, ha perso tutto a causa della guerra.
E' vero che l’accordo ha creato in Libano uno shock intellettuale che impone un ripensamento delle relazioni con i Paesi vicini, in particolare con Israele, del concetto stesso di Stato, dell'unità dell'esercito e della gestione delle armi. Detto ciò, occorre capire che non tutti coloro che in Libano sono contrari a Israele (forse il 95% della popolazione) sono per forza contrari a questo accordo o a tutto l'accordo, magari sono contrari a un articolo e non ad un altro, ad una parte e non ad un'altra. Ad esempio, i sostenitori del partito cristiano Movimento Patriottico Libero (fondato dall'ex Presidente della Repubblica Michel Aoun, ndr), del partito cristiano armeno Tashnak e del Partito Socialista Progressista druso sono favorevoli al rafforzamento dello Stato e dell'Esercito libanese e contrari all'esistenza nel Paese di milizie armate indipendenti, ma per quanto riguarda l'adesione all'accordo con Israele sono molto meno netti. Grosso modo, sono generalmente favorevoli all'accordo i sostenitori dei partiti cristiani Forze Libanesi e Kataeb, il Future Party, principale partito sunnita, e la maggioranza dei restanti partiti sunniti. Contrari all'accordo, oltre agli sciiti di Hezbollah e Amal, sono i cristiani del partito Marada, i partiti comunisti laici, il partito Nazionalista Sociale Siriano, anch'esso laico, e i sunniti del partito islamista Jamaa al Islamiya.

Che futuro aspetta il Libano?
Nel futuro prossimo il braccio di ferro continuerà tra due assi: quello radicale, basato sull'ideologia della Resistenza, della deterrenza e dell'eliminazione di Israele; e quello pragmatico, che invoca sicurezza, stabilità e riconciliazione con il nemico, a prescindere dai problemi che quest'ultimo ha con i Paesi vicini, segnatamente con la Palestina. Perciò direi che il Libano è un paese senza futuro, con un presente perennemente confuso, in preda a paralisi politica e ostruzionismo continui. Che futuro può esserci con una crisi economica di cui nessuno vuole ammettere la responsabilità, aggravata dalle distruzioni e dai danni provocati dalla guerra? Che futuro, in un Paese guidato da corrotti che continuano ad abusare del potere senza che nessuno possa giudicarli? Il futuro resta un desiderio: il desiderio spontaneo di un popolo che vuole uscire dal ciclo della paura perenne e muoversi verso un orizzonte di vita e prosperità. Quando i libanesi acconsentiranno a concludere un nuovo contratto sociale, allora il futuro avrà inizio. Come sacerdote, anche se deluso da tutto ciò, vorrei che il presente e il futuro fossero segnati da una speranza divina, perché solo pensandosi fratelli di un unico Creatore e figli di una stessa terra si può uscire dai conflitti e dalle inimicizie.

Quali sono i bisogni immediati della popolazione?
Il bisogno principale è il ritorno a casa dei rifugiati. Mi ricordo che la mia famiglia è stata allontanata forzatamente dallo Chouf (regione montuosa al centro del Libano, teatro di gravi scontri durante la guerra civile, ndr.) per più di dieci anni, a causa delle guerre e dei massacri contro i cristiani. In quegli anni mio padre ci chiedeva ogni giorno quando saremmo tornati a casa, ed è morto purtroppo senza rivederla. C'è poi bisogno di un governo giusto che elimini la corruzione, punisca i corrotti e renda stabile il Paese. C’è bisogno di pane in tutti i sensi, cioè di lavoro, medicine, scuole funzionanti, sicurezza alimentare, ricostruzione del Paese. Infine, il bisogno più importante è quello di rinnovare la speranza davanti alla sofferenza, di ritrovare i valori umani e divini della pace, del perdono, della riconciliazione e della cooperazione.