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Cina e Vaticano, il balletto delle relazioni Prospettive e rischi per la Chiesa perseguitata

L’Anno del Gallo di Fuoco, appena cominciato, sarà quello di una svolta storica nei rapporti fra la Cina e la Santa Sede? C’è chi lo teme, chi lo auspica, chi lavora contro e chi aspetta di vedere se davvero, se, e in che termini, la partita a scacchi aperta da decenni fra  Roma e Pechino avrà un vincitore.

TRAFFICO ORGANI, PECHINO USA IL VATICANO  di Marco Respinti

Bandiere cinesi a San Pietro

L’Anno del Gallo di Fuoco, appena cominciato, sarà quello di una svolta storica nei rapporti fra la Cina e la Santa Sede? C’è chi lo teme, chi lo auspica, chi lavora contro e chi aspetta di vedere se davvero, se, e in che termini, la partita a scacchi aperta da decenni fra  Roma e Pechino avrà un vincitore, o si arriverà a un pareggio, o a uno stallo indefinito.

Papa Francesco appare fra quelli che vorrebbero che tutto fosse risolto per domani mattina. Dopo aver aggiunto al suo album di fotografie quella dell’abbraccio con il Patriarca di Mosca e di tutte le Russie, ne vorrebbe una sulla Tien An Men. E’ stato il primo papa nella storia a sorvolare la Cina comunista, andando a Seul, e ha inviato dall’aereo un messaggio augurale a Xi Jinping, nel 2014. Più di recente, a fine gennaio, il Pontefice, nell’intervista a El Pais, ha detto che se fosse invitato andrebbe in Cina domani. E ha aggiunto una frase che ha provocato reazioni diverse: "in Cina le chiese sono piene, in Cina si può praticare la religione". Il Quotidiano del Popolo, organo ufficiale del Partito comunista cinese, ha immediatamente colto la palla al balzo, e ha pubblicato sul suo sito internet un’analisi delle relazioni Cina-Vaticano dal tono decisamente ottimistico.  "E' stata una mossa saggia da parte del Papa quella di parlare bene degli affari religiosi della Cina, sebbene qualcuno non se lo aspettasse. Questa scelta mostra la consapevolezza del Papa rispetto al fatto che ogni svolta bilaterale dipende dalla autorità", ha scritto, attribuendo il giudizio a un esperto a Pechino di affari sino-vaticani.

Ma il desiderio del Pontefice di dare una bella spallata alla Grande Muraglia forse non è condiviso da tutti i suoi interlocutori. Anzi. Se il Ministero degli Esteri di Pechino, e una parte del gruppo al potere sarebbe molto favorevole a un accordo, nell’ottica di duplice di un gesto di immagine fortissimo, e di uno sgambetto a Taiwan, verso cui si nutre un timore che a tratti sembra irreale, c’è anche chi vede con paura questa eventualità. Fonti ben informate dicono che il Ministero per gli Affari religiosi, e l’Associazione Patriottica considerano con timore la possibilità di un accordo che renderebbe, al minimo, secondari la loro presenza e il loro ruolo. E allora fanno risuonare vecchi motivi guerreschi: la Santa Sede deve per prima cosa chiudere la Nunziatura a Taiwan (che è ridotta da molti anni a un’ombra; ma c’è) e accettare che la nomina dei vescovi spetti all’Associazione Patriottica e al Ministero degli Affari religiosi, niente interferenze e così via.

E’ dal 2014 che un comitato sino-vaticano si riunisce, ogni tre mesi, per discutere, limare e muovere pedoni sulla scacchiera. Ma la partita è cominciata molto, molto tempo fa. Mi ricordo - erano i primi tempi in cui mi occupavo di Vaticano, nel 1982, che un prelato della Segreteria di Stato scherzava così: “Se la pazienza dei cinesi è infinita, quella di Casaroli è eterna”. Il grande tessitore segretario di Stato non c’è più, e neanche, ahimè, quell’amico; ma il Grande Gioco va ancora avanti. L’attuale Segretario di Stato, il cardinale Parolin, è moderatamente ottimista. E i gesti di buona volontà si moltiplicano. L’ultimo è di questi giorni. 

Huang Jiefu, ex vice-ministro della Sanità e attuale capo del Comitato per i trapianti e le donazioni di organi in Cina è stato invitato a parlare in Vaticano a un Convegno sulle donazioni di organi e sul turismo dei trapianti. In Cina non è un argomento anodino. Per molto tempo e con molte prove la Cina è stata accusata di alimentare il traffico di organi prelevandoli dai corpi dei condannati a morte, senza chiedere nemmeno il permesso per l’espianto. Una legge del 2015 permette che solo i civili, volontariamente, donino gli organi. Ma anche se questa è ufficialmente è diventata la sola fonte legittima, c’è chi avanza dubbi sull’applicazione pratica del provvedimento, in mancanza di verifiche indipendenti. L’invito vaticano è stato interpretato da alcuni, e criticato, come un aiuto alla Cina a dare una mano di bianco alla facciata di una realtà poco presentabile.

Da parte cattolica i problemi sono tanti, e non semplici. Come è noto in Cina ci sono due Chiese: una ufficiale ed una sotterranea, dai confini non sempre chiari. Ma oltre al timore di una “svendita” da parte della Santa Sede di vescovi, sacerdoti e laici che per decenni hanno pagato in ogni modo, vita compresa, la loro fedeltà a Roma e al Papa, il nodo vero riguarda il futuro. E’ un problema antico come la Chiesa stessa: chi e come sceglierà i vescovi?  Per il Vaticano (il dossier è seguito in maniera discreta, per la sua lunga esperienza nel campo, dall’arcivescovo Claudio Maria Celli,  che è anche inviato speciale di Sua Santità in Venezuela per favorire il dialogo) l’accordo dovrà portare al riconoscimento dei vescovi nominati in Cina "seguendo le condizioni richieste per un vescovo legittimo". Il riconoscimento avviene quindi solo "seguendo le condizioni richieste". Le condizioni che Pechino propone, e difende sono pesanti: sarebbe il Consiglio dei vescovi che deciderebbe i nomi dei candidati a cui il Papa darebbe il suo assenso; il Consiglio dei vescovi, a quanto pare, non vuole assolutamente che fra i candidati vengano inseriti i vescovi della Chiesa “sotterranea”. E per complicare ulteriormente i giochi,  alcuni dei vescovi “sotterranei” sarebbero favorevoli ad un accordo per tornare all’ufficialità. Ma ci sono anche molti cattolici sotterranei che dicono che se si arrivasse a un accordo in cui loro dovessero iscriversi all’Associazione patriottica, non lo farebbero per ragioni di coscienza.

Il tam tam che di tanto in tanto rilancia il messaggio: “l’accordo è vicino, è imminente, praticamente è stato firmato”, forse è vero, forse no. Certo che alle voci positive seguono strappi e forzature, e nomine e consacrazioni discutibili, con intervento della polizia, che rendono sicuramente più cauti i negoziatori vaticani. Se adesso Pechino si comporta così, che cosa succederà ad accordo fatto? 

L’invito alla cautela, e alla fermezza nelle trattative viene soprattutto da chi conosce Pechino e i comunisti cinesi: un cinese, il cardinale Joseph Zen Ze-kiun, arcivescovo emerito di Hong Kong, che in un’intervista di pochi giorni fa a Le Monde ribadiva: “Il Vaticano è in mano a persone che seguono una cattiva strategia, e non ci ascoltano”.  Afferma che Roma è stata debole, di fronte al caso di un vescovo scomunicato che per ordine del governo ha concelebrato nella consacrazione del nuovo vescovo di Chengdu, il 30 novembre 2016, e a una successiva il 2 dicembre. “Il Vaticano avrebbe dovuto esprimersi con fermezza dal primo caso, e imporre ai vescovi a non procedere alla cerimonia se il vescovo scomunicato era presente”. E analogamente, Roma avrebbe dovuto proibire ai vescovi legittimi di partecipare alla IX Assemblea nazionale dei cattolici cinesi, secondo Zen “la manifestazione più diretta e esplicita di una Chiesa scismatica”. Secondo Zen, che ha per modello i vescovi dell’Europa dell’Est che si opposero alle dittature comuniste, “con il governo comunista solo il confronto funziona”.  Con un’autorità centrale che esercita controllo e manipolazione, solo la difesa dei principi ha speranza di successo. Il cardinale pensa che il Pontefice, che viene dall’America del Sud, “vede i comunisti come perseguitati. Ma in Cina sono loro che perseguitano, hanno ucciso centinaia di migliaia di persone”.  La fedeltà di Zen è a tutta prova: “Posso criticare il Vaticano, non il papa. Se il papa accetta un accordo con la Cina, e io penso che non sia buono, tacerò. Mi ritirerò in silenzio nella vita monastica”.