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Cina e Giappone ai ferri corti

La Cina allarga unilateralmente il suo spazio aereo e per poco non si scontra con gli americani. Il suo obiettivo è piegare il Giappone per avere uno sbocco nell'Oceano. Ma invece di intimidire, spinge i vicini a riarmarsi.

Ricognitore nipponico sulle Senkaku

Quasi una battaglia aerea sulle isole Senkaku, l’arcipelago giapponese rivendicato dai cinesi (e da Taiwan) sul quale Pechino ha imposto “un’area di identificazione aerea di difesa” (Adiz nell'acronimo in inglese) estendendo di fatto il suo spazio aereo e quindi la propria sovranità sulle isole nipponiche. Un’azione configurabile come un atto di guerra che costituisce un ulteriore passo avanti nella progressiva escalation in atto intorno alle isole Senkaku (Dyaou per i cinesi) e che vede un acerrimo braccio di ferro tra l’espansionismo navale di Pechino e il rinnovato nazionalismo nipponico indirizzato verso un sensibile riarmo soprattutto aeronavale con portaelicotteri, cacciabombardieri F-35 e missili antimissile.

La pretesa cinese che tutti i velivoli in transito sulle isole chiedano il permesso al controllo aereo di Pechino è stato respinto non solo dal Giappone ma anche da statunitensi e sudcoreani, compatti nel contrastare la Cina. A dimostrare quale peso strategico venga attribuito alla mossa cinese gli statunitensi hanno inviato martedì da due bombardieri B-52 decollati dall’isola di Guam che hanno sfidato, pur se disarmati, la minaccia cinese di abbattere eventuali “intrusi”.

Washington ha dimostrato di voler sostenere i suoi alleati regionali e, pur non prendendo posizione sulla sovranità delle isole, ha assicurato al Giappone che il patto bilaterale per la sicurezza riguarda anche le Senkaku. Dopo i B-52 anche i pattugliatori marittimi P-3C giapponesi e sudcoreani hanno sfidato l’Adiz cinese determinando la reazione delle forze aeree di Pechino che, per non perdere la faccia, hanno inviato sulle Senkaku alcuni caccia a identificare i velivoli dei Paesi rivali. Il portavoce della forza aerea Shen Jinke ha precisato che i caccia hanno identificato due velivoli da ricognizione americani e 10 aerei giapponesi, tra cui un caccia F-15. Inoltre la portaerei cinese Liaoning ha attraccato per la prima volta in una base militare sull’isola di Hainan, non lontano dalle Senkaku. La Liaoning, entrata ufficialmente in servizio circa un anno fa, “è accompagnata dai cacciatorpediniere Shenyang e Shijiazhuang e dalle fregate Yantai e Weifang”, come riferisce l'agenzia Xinhua.

La crisi delle Senkaku si inserisce in un contesto che vede i cinesi opporsi a tutti gli stati rivieraschi che si affacciano sul Mar Cinese Orientale e Meridionale con i quali sono in atto dispute e rivendicazioni di atolli e arcipelaghi. Le Paracel sono contese al Vietnam che per fronteggiare sul mare la potenza cinese sta acquistando 6 sottomarini e 2 corvette in Russia oltre a 4 fregate in Olanda. Le povere Filippine sono ai ferri corti con la Cina per l’atollo Scarborough e hanno varato un piano di riarmo da quasi 2 miliardi di dollari acquistando navi usate negli Usa e aerei e corvette nuove in Corea del Sud. Le Spratly sono rivendicate da una mezza dozzina di Stati che stanno riarmandosi per fronteggiare l’espansionismo cinese. Da Singapore (missili antimissile, navi e aerei acquistati oltre a una base concessa alla Settima flotta statunitense) fino alla Corea del Sud (caccia F-35, portaelicotteri e presto due piccole portaerei) tutta l’Asia Orientale è impegnata in massicci programmi di riarmo determinati dalla paura della Cina. Pechino ha quindi fallito clamorosamente l’obiettivo di diventare un polo d’attrazione per tutta la regione. Il militarismo spinto e l’espansionismo ostentato hanno, al contrario, indotto i Paesi dell’area a compattarsi intorno agli Stati Uniti che oltre ad aver concentrato nel Pacifico il 60 per cento delle loro orze navali vendono agli alleati armi sofisticate per decine di miliardi di dollari.

Le Senkaku quindi rappresentano solo uno dei punti critici nei quali può innescarsi un confronto militare che risulterebbe difficile controllare. Anche perché, al di là delle questioni di prestigio e delle risorse potenzialmente sfruttabili presenti negli arcipelaghi contesi, la partita in atto ha precise connotazioni strategiche. Basta osservare una mappa per notare la lunga fila di atolli, inclusi quelli contesi, che chiudono alla flotta cinese il libero accesso all’Oceano Pacifico. Le stesse isole, in mano a Pechino, rappresenterebbero invece la porta verso il mare aperto. Non a caso l’esercito giapponese è in fase a trasferimento intorno a Okinawa e nelle isole Ryukyu che si estendono tra il sud del Giappone e Taiwan toccando anche le Senkaku. Una barriera che chiude l’uscita dal Mar cinese orientale e che in caso di guerra permetterebbe di saldare le difese di Taiwan, Giappone e Corea del Sud ovviamente col supporto delle portaerei e delle basi statunitensi nella regione.

Venerdì il giornale cinese Global Times sottolineava senza mezzi termini che “la Cina deve prepararsi a un potenziale conflitto col Giappone”.

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