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Cina e coronavirus, un castello di bugie che inizia a crollare

Di sicuro c’è che la Cina non ha detto la verità sul numero delle vittime del Covid-19. E probabilmente anche su tutto il resto: sull’origine e sulla diffusione dell’epidemia, sulla sua lotta per contenerla e sui risultati.

Polizia all'aeroporto di Wuhan

Di sicuro c’è che la Cina non ha detto la verità sul numero delle vittime del Covid-19. E probabilmente anche su tutto il resto: sull’origine e sulla diffusione dell’epidemia, sulla sua lotta per contenerla e sui risultati.

La rettifica sul numero delle vittime del nuovo coronavirus ha del clamoroso. Il dato ufficiale delle vittime totali nella città di Wuhan, la prima ad essere colpita, dunque in ben quattro mesi di epidemia, era di 2579 morti. Ora è stato corretto a 3869. Non è una differenza da poco: è il 50% in più. Stiamo parlando di una cifra che supera (nella sola Wuhan) il numero totale dei morti che Pechino ha dichiarato per tutta la Cina. La giustificazione di questa importante rettifica, secondo le autorità, è nel conteggio. I dati sarebbero giunti a rilento e soprattutto sarebbe cambiata la metodologia con cui si riportavano le morti per coronavirus. Colpa delle autorità sanitarie locali, insomma? Il problema si è già posto in altre province cinesi, in marzo, quando il regime ha dichiarato la vittoria sull’epidemia. Ci sono province che hanno iniziato a riportare l’azzeramento dei contagi, smentite poi da notizie di altri morti per coronavirus negli ospedali locali, come è avvenuto nello Shandong. Ancor prima, in febbraio, molte province hanno dovuto rettificare, con variazioni molto grandi, i dati che avevano fornito inizialmente sia sui contagi che sul numero dei morti, anche in questo caso adducendo motivi di metodologia. Per la Cina, così come per l’Iran e altri autoritarismi, la lotta all’epidemia è anche una lotta per il prestigio. Non sapremo mai fino in fondo dove questa forma strisciante di disinformazione sui dati del coronavirus parta dal vertice (Xi Jinping) con ordini chiari di dissimulare, oppure da terrorizzate autorità locali che temono l’epurazione se i loro dati non collimano con la narrazione ufficiale.

Donald Trump, presidente degli Usa, ha dichiarato ieri che i cinesi stiano ancora nascondendo la vera cifra dei morti di Covid-19. Non è solo guerra di propaganda, tanto più importante dal momento in cui gli Usa registrano, in termini assoluti, il maggior numero di vittime nel mondo. Si tratta di un sospetto legittimo: secondo le stime di Radio Free Asia, che si basa su fonti indipendenti locali, il numero reale dei morti di epidemia nella sola Wuhan è nell’ordine delle decine di migliaia.

Il segretario di Stato Mike Pompeo, il giorno stesso, metteva il dito in un’altra piaga: chi è il paziente zero? È possibile, anche secondo il ministro degli esteri statunitense, che il virus sia sfuggito da un laboratorio. L’ipotesi, che circola sin dall’inizio dell’epidemia, è ora rafforzata anche da nuovi documenti del Dipartimento di Stato pubblicati dal Washington Post. Questi testi, benché non costituiscano una prova, sono per lo meno un indizio sulle condizioni di scarsa sicurezza nei laboratori di Wuhan. Contemporaneamente alle accuse di Mike Pompeo sono giunte anche le affermazioni di uno scienziato fra i più celebri, Luc Montagnier, scopritore dell’Hiv, ha puntato il dito contro la Cina, affermando che il nuovo coronavirus potrebbe essere stato manipolato in laboratorio nell’ambito della ricerca di un vaccino per l’Aids. Montagnier è accusato dai suoi critici di aver sposato, ultimamente, le tesi più bizzarre, dalla papaya per curare il morbo di Parkinson alle sue prese di posizione contro i vaccini. Anche la sua tesi sul nuovo coronavirus è la più controversa in assoluto, perché contempla l’ipotesi della manipolazione del virus stesso, cosa che finora è stata negata da quasi tutti coloro che ne hanno studiato la struttura. Il fatto però che tante fonti differenti, diplomatiche, di intelligence, scientifiche sia occidentali che cinesi, inizino a puntare il dito sulla possibilità di un primo coronavirus (pur se naturale, non manipolato, ma coltivato) da un laboratorio di Wuhan, riporta l’attenzione su questo terribile sospetto.

Piuttosto, non è solo un sospetto, ma ormai una certezza, il colpevole silenzio del regime cinese all’inizio dell’epidemia a Wuhan. L’Associated Press è giunta in possesso di documenti a dir poco imbarazzanti, da cui si deduce che l’ordine di tacere dell’esistenza del virus sia partito dall’alto, nel nome della “stabilità sociale”. La Commissione Nazionale della Sanità, a Pechino, il 14 gennaio contattava in teleconferenza le autorità sanitarie locali e distribuiva loro istruzioni su come contenere una nuova epidemia. Dunque si sapeva dell’epidemia, nonostante la comunicazione ufficiale della Cina (riflessa dall’Oms) fosse ancora quella di ritenere poco probabile un contagio fra uomo e uomo. Il 14 gennaio è una data significativa: il giorno prima era stato diagnosticato un caso in Tailandia, il primo fuori dai confini cinesi. Non era più solo una questione nazionale, né era più possibile nasconderla al mondo. Almeno in quei sei giorni, dal 14 al 20 gennaio (ma probabilmente anche nelle tre settimane precedenti), abbiamo la ragionevole certezza che il regime sapesse tutto il necessario, ma non lo abbia detto. Negli stessi documenti raccolti dall’Associated Press, è infatti esplicita la consegna del silenzio. Solo il 20 gennaio, Xi Jinping ha parlato in pubblico del pericolo del nuovo virus. Solo il 23 è iniziato il lockdown a Wuhan e in tutta la provincia dello Hubei. Se adesso siamo ancora tutti chiusi in casa, in tutta Italia, lo dobbiamo anche a quei colpevoli ritardi.