• LIBERTA' RELIGIOSA

Cina, a rischio esplosione la mina islam

Situazione incandescente nella regione musulmana dello Xinjang, dove si moltiplicano gli incidenti fra popolazione e polizia cinese, che fa mostra di brutalità gratuite. E tra pochi giorni c'è un anniversario pericoloso. Ma Pechino può contare sulla "distrazione" dello jihadismo internazionale.

cartina della Cina

La Cina, che apparentemente è un colosso stabile, sta calpestando una mina religiosa: nella regione Nord-occidentale dello Xinjang sta entrando in rotta di collisione con l’islam, praticato dalla maggioranza della popolazione locale, costituita da uiguri e non da cinesi di etnia Han. Lo scorso è stato un venerdì di violenza. L’ultimo episodio è di una brutalità gratuita: un gruppo di musulmani esce da una moschea a Hanerik (nei pressi di Hotan) cantando slogan religiosi e i poliziotti sparano loro addosso senza fare troppi complimenti. Due morti e un ferito grave, stando ai racconti dei testimoni oculari, anche se non vi è alcuna conferma da parte delle autorità o di media indipendenti. L’atto di violenza è un segno di nervosismo estremo da parte della polizia cinese, alle prese con una situazione incandescente. La giornata dello scorso venerdì, infatti, è stata caratterizzata dai disordini nella città di Hotan e dintorni, dove gruppi di musulmani si sono scontrati con la polizia. La rete locale di cellulari è stata disattivata dalle autorità e posti di blocco sono stati istituiti nelle vie di accesso.

Nella città dello Xinjang la polizia aveva fatto irruzione nella locale moschea, ispezionando i fedeli in preghiera. L’imam di quella moschea aveva rifiutato di recitare sermoni scritti dalle autorità. Il Partito Comunista Cinese non si fa troppi scrupoli multiculturali: accetta le religioni solo se sono allineate a Pechino. Con i cattolici, per esercitare un controllo dall’interno, ha creato una “Chiesa Patriottica” che riconosce il regime prima del Vaticano. Con i buddisti, Pechino ha investito un suo Panchem Lama. Con l’islam fa lo stesso: le autorità impongono controlli stretti su tutti i musulmani attraverso gli uffici per gli affari religiosi, disseminati a tutti i livelli di governo. Fra non molto inizierà il Ramadam e ai giovani minori di 18 anni è vietato prender parte alle attività religiose, compreso il digiuno e i pasti rituali. In tutti i luoghi pubblici (da poco anche nei distributori di benzina) alle donne viene imposto di levarsi il velo. Gli uiguri non hanno la tradizione del burqa, sono un popolo turcofono che è sempre stato a contatto con Russia, Cina e nazionalità dell’Asia Centrale. Il velo si limita a un fazzoletto che copre la testa, senza cancellare l’identità della donna. Ma, per principio, le autorità impongono di toglierlo. E’, anche questa, una forma di rieducazione comunista. “Stanno prendendo di mira le donne che portano il velo, che siano anziane o giovani, sulla base dell’idea che sia un uso connesso con il terrorismo islamico”, riferisce un residente di Hotan a Radio Free Asia.

I disordini di Hotan, avvenuti ieri, arrivano a soli due giorni di distanza da un altro gravissimo episodio di violenza, a Lukchun, contea di Pichan. La polizia aveva dichiarato 27 morti mercoledì. Poi, a due giorni di distanza, ha fornito la cifra di 35 morti. Ma un testimone locale anonimo, intervistato da Radio Free Asia, parla di almeno 46 morti, di cui 11 manifestanti e 35 poliziotti. Le autorità cinesi parlano di “attacco terroristico” e hanno diffuso così la notizia. Da quel che si evince da quanto scritto dal blogger locale Wang Qiaojun, invece, si sarebbe trattato di uno scontro scoppiato attorno (e a causa di) un cantiere. “I membri delle minoranze etniche trovano veramente intollerabile che aree residenziali vengano rase al suolo per costruire un impianto per lo smaltimento dei rifiuti”. Per il blogger la religione e l’indipendentismo degli uiguri non c’entrano direttamente, ma: “… da una profonda incomunicabilità fra la gente e i funzionari locali”. La disinvoltura con cui le autorità comuniste dispongono dei terreni, sia residenziali che agricoli (in teoria non esiste ancora la proprietà privata sulla terra), è già stata causa di decine di migliaia di ribellioni in tutta la Cina. In aree etnicamente “delicate” come il Xinjang e il Tibet, queste politiche sono causa di un escalation di risentimento etnico.

E il brutto potrebbe arrivare fra una settimana. Infatti, il 5 luglio, la comunità degli uiguri celebra il quarto anniversario della repressione di Urumqi, quando l’esercito e la polizia cinesi schiacciarono la rivolta indipendentista. I morti, in quell’occasione, furono 200. Le autorità cinesi si stanno preparando: 19 attivisti uiguri sono stati arrestati preventivamente, con accuse poco chiare. La data del 5 luglio anticipa di poco l’inizio del Ramadam. I cinesi temono la tempesta perfetta. La loro fortuna, però, è che tutta la rete dello jihadismo internazionale non pensa mai alla Cina. Nessun terrorista di Al Qaeda pensa di distruggere qualche grattacielo di Shanghai per vendicare la morte di 200 uiguri nel 2009, o gli scontri di Lukchun, o la profanazione della moschea di Hotan, o i morti di Hanerik, o le leggi contro il velo. A un danese basta disegnare Maometto per beccarsi un editto religioso di morte. A Sharon era bastato passeggiare (dietro consenso delle autorità religiose islamiche, per altro) sulla Spianata delle Moschee, per scatenare 5 anni di Intifadah. A un ufficio stampa di un concorso di bellezza nigeriano è bastato dire una battuta sul Profeta per dare il via a un’ondata di violenza contro i cristiani, con centinaia di morti. I cinesi possono reprimere e massacrare impunemente i musulmani, ma sanno di non essere bersagli di un mondo jihadista che adotta il criterio dei due pesi e delle due misure. Anche questo dovrebbe farci riflettere.