• ACCIAIO E NON SOLO

Ci vorrebbe una politica industriale

Il caso drammatico delle Acciaierie di Terni, riportano alla ribalta il destino di grandi insediamenti industriali. Finanza predatoria, stagnazione, latitanza della politica: tutti aspetti che aggravano la crisi italiana e il problema della perdita dei posti di lavoro. Politica e sindacato devono cambiare radicalmente strada.

Acciaierie di Terni

I fatti degli ultimi giorni riguardanti la sorte dei lavoratori delle Acciaierie di Terni, hanno riportato in primo piano il problema del lavoro, che in Italia è particolarmente acuto. Sulle cause e sulla strada de seguire per invertire la rotta abbiamo chiesto un parere a Carlo Costalli, presidente del Movimento Cristiano Lavoratori.

Il nostro Paese è arrivato alla vigilia della crisi con la zavorra pesante di una lunga stagnazione della produttività, questa è una delle ragioni decisive della persistenza differenziale della crisi italiana nel confronto internazionale. Purtroppo, non è la sola: ad essa si combina la latitanza della politica industriale nell'ultimo quarto di secolo. Ma la deriva economica, sociale e politica del nostro Paese è rappresentata – oltre che dalla stagnazione della produttività e dalla latitanza della politica industriale - anche dall’insufficienza della politica economica dei governi, che è proseguita, purtroppo, anche nella fase più acuta della crisi con i Governi Monti e Letta e non dà segni di innovazione sostanziale e di svolta radicale neppure nel dinamismo riformista del Governo Renzi. 

Nella gerarchia dei fattori che hanno determinato la crisi sono intervenuti, certamente, la de-regolazione dei mercati finanziari, la finanza predatoria, le politiche monetarie espansive, gli squilibri macroeconomici globali, ma non si vuole ancora prendere atto che il fattore determinante, su cui si è fondata l'architettura della crisi stessa, è rappresentato da un trentennio di cattiva distribuzione del reddito e della ricchezza con la conseguente crescita esponenziale delle diseguaglianze, prima nelle economie anglosassoni poi in tutte le economie avanzate. A questi fattori si aggiunge anche una visione ideologica dei temi ambientali, pur molto importanti.

Senza la grande sperequazione distributiva non ci sarebbe stato il ruolo di supplenza speculativa della finanza. Il resto è corollario, certamente importante ma, appunto, una condizione necessaria tuttavia non sufficiente.

Inoltre, i Paesi più colpiti dalla crisi sono agli ultimi posti, oltre che per i livelli di produttività, nella graduatoria degli investimenti in istruzione, formazione, ricerca e sviluppo. Invece, i Paesi che hanno contenuto gli effetti della crisi, e ne sono usciti in tempi brevi, sono i primi nelle sinergie tra investimenti pubblici e privati in queste aree così strategiche.

Dopo 6 anni di crisi, cinque dei quali in recessione, l'equilibrio sociale è prossimo al punto di rottura, le incognite politiche elevate. 

È indispensabile ed urgente una politica economica in grado di produrre, in tempi brevi, l'attesa inversione del declino e di inaugurare un nuovo ciclo lungo di crescita, di ricostruzione industriale, di responsabilità e di coesione sociale, di tutela e di equilibrio ambientale. 

La condizione decisiva risiede in una ripresa vigorosa degli investimenti che, però, vanno favoriti con infrastrutture efficienti, rapidità della giustizia civile, una pubblica amministrazione efficiente e soprattutto tasse più basse per lavoro e famiglie. Su questa svolta, da costruire con urgenza, si potranno e si dovranno innestare una politica industriale ben strutturata ed un recupero accelerato di produttività in orizzonti temporali di medio-lungo periodo, assegnando un ruolo decisivo alla contrattazione di secondo livello.

È in gioco, in queste settimane, molto di più di quello che si dice. In discussione c’è la ridefinizione, sia per la politica che per il sindacato, della qualità e dell’estensione della rappresentanza, con effetti imprevedibili e non innocui. E le gravi crisi della ThyssenKrupp di Terni, della Ilva di Taranto e del Polo industriale di Genova, ne sono esempi drammatici recenti. 

Di fronte ad eventi tragici come questi, che colpiscono migliaia di famiglie italiane, il Governo Renzi deve evitare di cercare occasioni di scontro con il sindacato per “opportunismo politico”, che nulla ha a che vedere con gli interessi degli italiani. In questa fase così difficile per il Paese c’è bisogno della massima coesione sociale per affrontare i tanti temi irrisolti che frenano la ripresa. Non può esserci “buona politica” se si cancellano i corpi intermedi, e non si può pensare che un processo riformatore passi attraverso il concetto che i corpi intermedi siano da “rottamare”. Una “buona politica” si fonda sulla giustizia sociale, sulla valorizzazione delle comunità e dei corpi intermedi.

*Presidente Movimento Cristiano Lavoratori