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Chiesa e Donne: le "femministe" che non chiedono ruoli

Contrariamente alle reazioni stizzite e "femministaiole" di alcune teologhe di casa nostra nel commentare la Spiritus Domini, in Francia oltre 400 donne firmano un manifesto che ha una logica totalmente diversa: ispirandosi a Santa Caterina da Siena e Santa Giovanna D'Arco rivendicano di non rivendicare né il sacerdozio né ruoli apicali nella gestione gerarchica della Chiesa. Perché il «nostro privilegio mariano ci chiama a mettere le nostre energie e i nostri talenti a servizio della complementarità effettiva dell’uomo e della donna». 

Se in quel della Santa Sede pensavano, con il Motu Proprio Spiritus Domini, di dare un importante contributo alla valorizzazione della donna all’interno della Chiesa, devono constatare di essersi sbagliati di grosso.

Il versante femminista non ha affatto gradito di cibarsi delle briciole e pretende le pagnotte. Così, per esempio, Lucetta Scaraffia aveva esternato tutto il suo disappunto (vedi qui), perché a suo avviso, con questo atto il Papa metterebbe la parola fine sul diaconato femminile: «In questo modo di fatto si è chiusa la questione del diaconato: l’unica vera richiesta che le donne hanno fatto, perché il diaconato è stato messo in un altro settore insieme al sacramento dell’ordine». Se la Scaraffia conoscesse la logica che unisce gli ordini minori al diaconato (vedi qui), probabilmente cambierebbe parere; è però umanamente comprensibile che il mero riconoscimento di quanto già avviene (purtroppo) di fatto, abbia generato profonda insoddisfazione: «È stato concesso alle donne il lettorato e l’accolitato che sono due ministeri che le donne fanno dal Concilio Vaticano II. Persino nelle messe del Papa ci sono. Il fatto che arrivi il riconoscimento ufficiale di questo ruolo non è una cosa così necessaria. [...] Il Papa ha fatto nascere tante speranze in noi, a me per prima, poi non fa nulla di sostanziale per le donne. Nessuna donna può gioire di questo motu proprio, è una vera delusione».

Ancora più pungente la reazione della teologa Paola Cavallari: «Mi pare una mossa gattopardesca: cambiare qualcosa perché non cambi nulla. Perché accontentarsi di tali contentini? Auspico che le donne si muovano non più soffocate da logiche clericali, misogine e gerarchiche, ridotte a mere esecutrici, ma esprimano atti e parole dilatate dallo Spirito». Mah!

Insomma, l’ala femminista dimostra di non gradire. All’interno di una tale logica, non si può dargli torto. Se gli ordini nella Chiesa fossero un riconoscimento dell’opera che le donne svolgono nella custodia e nella trasmissione della fede, allora non si può chiedere meno dell’episcopato. Parimenti, se si trattasse di togliere discriminazioni tra uomini e donne nell’accesso di cariche e funzioni, evidentemente il Motu Proprio in questione finirebbe per assomigliare alla nota risposta della Sovrana francese di fronte alle sommosse del popolo: una specie di brioche, per placare la fame di pane.

Spiritus Domini ha suscitato la reazione anche della parte femminile, che non ha alcuna intenzione di adire al diaconato. Nessuna intenzione polemica, ma semplicemente il desiderio di mandare un messaggio per una vera riscoperta della vocazione femminile, lontana da qualsivoglia rivendicazione, attraverso un manifesto sottoscritto, ad oggi, da oltre quattrocento firmatari di area francese.

«La questione della presenza della donna all’interno del santuario, e presso alcuni l’ostinazione per il matrimonio dei sacerdoti o il sacerdozio femminile, sono, secondo noi, i sintomi di una grave crisi liturgica radicata in una ancora più profonda crisi antropologica circa la complementarità dell’uomo e della donna». Mai nella storia della Chiesa la donna ha avuto accesso alla gerarchia ecclesiastica né al servizio dell’altare. Contestare questa costante tradizione come mero retaggio di una concezione maschilista e patriarcale delle epoche passate significa in fondo dichiarare il totale fallimento della missione della Chiesa per duemila anni, dal momento che la Chiesa non sarebbe mai stata in grado di tradurre in atto che «non c'è più giudeo greco; non c'è più schiavo libero; non c'è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (1Cor. 11,11-12). Le forze degli inferi, insomma, avrebbero prevalso fin da subito, sulla Chiesa universale, senza eccezioni, per due millenni. Decisamente un po’ troppo.

Al contrario, la ragione più profonda della tradizione che accomuna Oriente ed Occidente di «escludere le donne dall’altare», tradizione «molto antica e, si potrebbe dire, originale», risiede nella profonda verità che la Chiesa «la cui gerarchia è maschile, si presenta come una Sposa» e una madre. La donna è chiamata a riflettere, anche liturgicamente, questa verità, che si radica a sua volta nella maternità e sponsalità della Vergine Maria, dalla quale dipende la salvezza di tutti. Radicata nel fiat mariano, la donna «possiede all’interno del cristianesimo una libertà di parola e d’azione che le sono proprie», come testimoniano le grandi donne del passato e del presente, come Santa Caterina da Siena o Santa Giovanna d’Arco.

Ora, è questa libertà nella fede e nella carità che la gerarchia dovrebbe custodire come dono straordinario di Dio, per il bene della Chiesa. Invece, questa continua insistenza degli ultimi decenni dapprima sulla laicizzazione degli ordini minori con il Motu Proprio Ministeria quaedam (1972), e poi, con la loro (ovvia) accessibilità anche alle donne, non è altro che una forma, nemmeno troppo velata, di mentalità clericalista tutt’altro che moribonda. Ritenere che l’accesso ai ministeri di lettore e accolito sia un riconoscimento e una valorizzazione della presenza femminile nella Chiesa, significa infatti pensare che il servizio all’altare sia una sorta di merito o di grado accademico e chi non ne è almeno un po’ partecipe non conta nulla della Chiesa. Lascia certamente pensierosi che quest’ultima trovata del clericalismo avvenga proprio durante un pontificato che ne è, almeno a parole, il flagello continuo.

Il Manifesto intende precisamente sganciarsi da questa logica: «Donne cattoliche, coscienti del nostro privilegio mariano, scegliamo di mettere le nostre energie e i nostri talenti a servizio della complementarità effettiva dell’uomo e della donna. Noi crediamo che la nostra vocazione specifica non sia speculare a quella dell’uomo e non abbia bisogno di essere nobilitata dal servizio dell’altare».

In Vaticano, qualcuno ascolterà?