• L’ANNIVERSARIO

Cellini, il genio irrequieto che fu pure musicista e poeta

Il 13 febbraio di 450 anni fa moriva Benvenuto Cellini, orafo e scultore, tra i più grandi artisti del Rinascimento. Ricordato perlopiù come capostipite del Manierismo e plurimocida, fu anche musicista, per volontà del padre, e poeta. Nelle sue Rime ci ha lasciato 19 sonetti spirituali, il primo dei quali si conclude lodando Dio e ricorda quanto sia gradita a Lui la penitenza e preghiera del peccatore.

Il 13 febbraio del 1571, 450 anni fa, moriva a Firenze, dove era nato il 3 novembre 1500, un orafo e scultore irrequieto e stravagante, tra i più grandi artisti del Rinascimento: Benvenuto Cellini. Eccoci ad un altro della schiera di quegli altissimi ingegni che hanno saputo trarre dal sentimento cattolico le più sublimi ispirazioni dell’arte.

Ne La Vita scritta per lui medesimo, che, tra il 1558 e il 1565, egli dettò al proprio garzone di bottega Michele di Goro, troviamo la sua avventurosa esistenza, un affresco delle società italiana e francese del tempo e, nellesasperato egocentrismo del protagonista, la nota lotta rinascimentale tra virtù e fortuna. Passando per le corti del duca Cosimo I de' Medici a Firenze, di papa Clemente VII a Roma, del viceré di Napoli e di re Francesco I a Parigi, Benvenuto divenne presto famoso soprattutto nelle opere di oreficeria e cesello. Tra queste la più illustre saliera della storia (1543), creata per il sovrano francese, e il Perseo, una grande statua di bronzo per la loggia dei Lanzi in Firenze, inaugurata nell’aprile 1554.

Il nome di Benvenuto Cellini - protagonista, tra laltro, delle opere liriche francesi Benvenuto Cellini, composta da Hector Berlioz tra il 1834 e il 1838, e Ascanio, scritta da Camille Saint-Saëns tra il 1887 e il 1888 - è per lo più ricordato come capostipite del Manierismo italiano e incallito pluriomicida, il «maledetto fiorentino». Pochi, tuttavia, conoscono il Cellini musicista e poeta.

Fu avviato alla musica da suo padre, Giovanni, che, oltre ad essere «ingegniere», «inparò a sonare molto bene di viola e di flauto» (Vita di Benvenuto Cellini, a cura di O. Bacci, Firenze 1901, p. 8) tanto da essere per ben trentasei anni membro dei pifferi di Firenze, servendo prima i Medici e poi la Repubblica fiorentina, e costruiva organi «con canne di legno meravigliosi», clavicembali, «i migliori e più belli che allora si vedessino, viole, liuti, arpe bellissime ed eccellentissime» (Ibidem, p. 11).

Benvenuto si dedica allo studio della musica ma recalcitra: «Cominciò mio padre a ‘nsegniarmi sonare di flauto e cantare di musica, e con tutto che l’età mia fussi tenerissima, dove i piccoli banbini sogliono pigliar piacere d’uno zufolino e di simili trastulli, io ne havevo dispiacere inistimabile ma solo per ubbidire sonavo e cantavo» (Ibidem, p. 11). «El maggior desiderio» del padre, quello di farne «un gran sonatore», coincide con «el maggior dispiacere» del figlio.

La Vita racconta un episodio, che segnò la «onorata e gloriosa fine» del Cellini musicista. Durante il suo secondo soggiorno romano, dal 1523 al 1527, Benvenuto è invitato da sette pifferi pontifici ad «aiutar loro per il Ferragosto del papa sonar di sobrano col mio cornetto quel giorno parechi mottetti, che loro bellissimi scelti havevano». È una gradita occasione sia «per essere la musica cosa mirabile in sé e per sattisfare in parte al mio vechio padre». Molto ben impressionato dal talentuoso cornettista, tanto da «dire non aver mai sentito Musicha più suavemente et meglio unita sonare», Clemente VII, fiorentino come il «figliuolo di mastro Giovanni», offre a Benvenuto un posto stabile «infra gli altri musici». Il papa è pure lieto di apprendere che «la sua proffessione a che lui attende continuamente si è l’arte della oreficeria, et in quella opera maravigliosamente e tirane molto miglior guadagno che lui non farebbe al sonare».

Dopo il concerto per Clemente VII l’artista stava valutando la proposta del papa, «considerato quanto la mi era per nuocere allo isviarmi dai belli studi della arte mia. La notte seguente mi aparve mio padre in sogno, et con amorevolissime lacrime mi pregava che per l'amor di Dio e suo io fussi contento di pigliare quella tale impresa; a il quali mi pareva rispondere che in modo nessuno io non lo volevo fare. Subito mi parve che in forma horribile lui mi spaventasse, e disse: non lo facendo harai la paterna maladitione, e faccendolo sia tu benedetto per sempre da me. Destatomi, per paura corsi a farmi scrivere; di poi lo scrissi al mio vechio padre, il quale per la soverchia allegrezza gli prese uno accidente, il quali lo condusse presso alla morte; et subito mi scrisse d’avere sognato anchora lui quasi che il medesimo che avevo fatto io. E' mi pareva, veduto di haver sadisfatto alla onesta voglia del mio buon padre, che ogni cosa mi dovessi succedere a onorata e gloriosa fine» (Ibidem, pp. 45-46).

Come poeta, il nostro artista, nella sua ampia raccolta di Rime, ci ha lasciato 19 sonetti spirituali. Il primo di essi è una specie di parafrasi in versi del Pater noster, che si conclude lodando Dio, che ha chiuso nell’inferno il diavolo e a noi ha aperto il paradiso: «Padre nostro immortal, che ne’ ciel regni, / Sie il nome solo tuo sempre esaltato, / E venga alla tua gloria, e fia beato / Quel che la tua grazia tu sol dar ti degni. // Tu se’ solo Dio in ciel e ’n terra, e ‘nsegni / Gioir nel tuo gran ben desiderato; / Perdonaci, Signor, poi che t’è grato / Che l’altrui perdonar nessun si sdegni. // Difendici or da quella eterna morte, / Che quell’impio superbo, fatto nostro / Nimico, qual ci tenta ognor sì forte. // Tu, Dio, sol verità, quel crudele mostro / El qual serrasti nell’infernal porte, / Piatoso apristi a noi ‘l tuo santo chiostro» (B. Cellini, Rime, Paravia 1890, p. 148).

Una storia affascinante, quella di Benvenuto Cellini. Ricorda quanto sia gradita a Dio la preghiera del peccatore e riafferma la cultura cattolica che, pur nel peccato personale, comunica e trasmette la bellezza. Una bellezza, simbolo della grazia divina che riscatta il peccato; una bellezza che muove a penitenza.